Migranti, paura, campagna elettorale

In occasione della presentazione della campagna elettorale, una candidata di Forza Italia ha detto che i migranti destinati al Polesine saranno 1800, non 800 come detto finora.
La notizia è riportata dal Gazzettino, che non specifica da dove la candidata senatrice avrebbe preso la cifra.
Nello stesso articolo si legge che “il Prefetto non rilascia dichiarazioni per evitare di strumentalizzazioni in campagna elettorale”. Però nella stessa frase c’è anche una dichiarazione rilasciata dal Prefetto: i numero del bando non sono cambiati, “la quota è ancora 800”.
Accanto all’articolo, nessuna foto della forzista, né del Prefetto, ma di anonimi immigrati che non sono stati intervistati.
Intanto sui mass media c’è parecchio baccano seguito ai fatti di Macerata.
Libero titola “L’unica soluzione è invadere l’Africa”, riportando un virgolettato di un altro candidato senatore di Forza Italia, quello di Lucca e Massa Carrara. Frase estratta da una intervista radiofonica, senza nessun approfondimento sulla questione se sia fattibile o no. (Comunque la frase viene definita proposta-provocazione, come a dire che non va presa sul serio).
Sempre Libero dà spazio ad un sondaggio di cui si è parlato a La7, secondo cui, già prima dei fatti di Macerata, due italiani su 3 si sentivano minacciati dall’immigrazione, l’8 per cento molto minacciato. (Due su tre è un’approssimazione, in realtà la percentuale era il 59%, che ha risposto che si sentiva minacciato dalla presenza di un alto numero di migranti in Italia. Il dato calava dell’8% rispetto a settembre).
Altre statistiche diffuse in trasmissione mostravano che nel giro di un anno (dal 2016 al 2017) era diminuita di tre punti la speranza di integrazione, mentre era aumentata di quattro punti l’aspettativa di scontri violenti con gli immigrati. Che comunque rimaneva marginale: il 38% degli intervistati si aspettava maggiore integrazione, il 29% convivenza senza integrazione, il 16% scontri.
Il vescovo di Macerata, in un editoriale per Famiglia Cristiana ha parlato “fallimento educativo” a proposito di quanto accaduto nella sua città. C’è la sottovalutazione del problema della droga, ma anche il problema dell’accoglienza dei migranti, che “se non si completa in una vera azione di integrazione è solo un parcheggiare delle persone che la malavita e il disagio sociale possono poi arruolare fin troppo facilmente”. Un estratto è pubblicato sul sito Aleteia.
Infine il Corriere della Sera dà spazio ad un candidato alla Camera della Lega, poliziotto e segretario generale del Sap, il quale ha detto che i fatti di Macerata (la tentata strage di migranti ad opera di un estremista di destra), pur essendo segnali di insofferenza intollerabili e inaccettabili, nascono da un contesto.
Visto che ha fatto un parallelo con un altro episodio di cronaca, l’incendio degli autovelox avvenuto a Imola nei giorni scorsi, il sito decide di metterlo alla gogna sotto il titolo “l’uscita choc del leghista”, dove lo choc sarebbe derivato dal paragone tra i migranti e gli autovelox.

Annunci

Perché è così difficile espellere immigrati

Il sito Formiche.net ha pubblicato un articolo sulle difficoltà che ci sono in Italia a proposito dei rimpatri dei clandestini, anche a proposito del clamore suscitato dai fatti di Macerata e della campagna elettorale che si sta scaldando.
Secondo il sito, l’Italia ha accordi con 24 paesi terzi, oltre a 17 membri Ue. Il Ministro Minniti, a novembre, aveva elencato intese per il contrasto dell’immigrazione irregolare con Algeria, Gambia, Ghana, Gibuti, Niger, Nigeria, Senegal, Sudan, e specifiche iniziative con Libia, Tunisia, Egitto, Gambia.
Una parte dell’articolo riguarda i Centri di Permanenza per i Rimpatri, che nessuno vuole sul suo territorio. Quelli aperti sono cinque, scrive il sito, senza elencarli. E in effetti non è detto che il numero sia giusto, visto che i giornalisti si dimenticano sempre di verificare se le informazioni che hanno sono aggiornate. Il Cpr di Caltanissetta è tornato in funzione dopo l’incendio? Il Cpr di Palazzo San Gervasio è stato attivato, come ha detto qualcuno?
“L’identificazione da parte dei diplomatici stranieri può avvenire solo se l’immigrato irregolare è tenuto in custodia, quindi nei Cpr”, si legge nell’articolo. “Se in via del tutto ipotetica si procedesse a identificazioni negli alloggi dove sono ospitati in tante parti d’Italia, si scatenerebbe certamente una fuga perché preferirebbero far perdere le tracce anziché essere rimpatriati”.
Questa frase crea una fuorviante sovrapposizione tra clandestini e richiedenti asilo: si dà per scontato che gli irregolari siano “ospitati negli alloggi”, mentre molti di loro non rientrano nella rete dell’accoglienza. Magari pagano un affitto in nero con soldi guadagnati in nero, senza contare la presenza di numerosi senzatetto.
La possibilità di identificare un delinquente mentre sta scontando la pena in carcere non viene neanche presa in considerazione. Negli anni scorsi se ne parlava, e s’era detto che serviva un coordinamento tra Ministero dell’Interno, che si occupa di rimpatri, e Ministero della Giustizia, che si occupa di carceri.
L’articolo si conclude con le lamentele di forze dell’ordine e cittadini, per il fatto che spacciatori o sfruttatori della prostituzione, anche quando vengono arrestati, tornano a piede libero nel giro di poco tempo. Per riprendere la stessa attività.
Un altro articolo che prova a fare il punto della situazione è stato pubblicato dal Mattino, col titolo “Migranti irregolari, flop italiano”. Si possono leggere gratuitamente le prime righe sul sito. “Solo l’anno scorso, gli invisibili ufficiali erano 19384”, è la prima frase. E già rende l’idea dello spirito con cui è stato scritto l’articolo: come è possibile contarli, se sono invisibili? Di chi si sta parlando? Di “immigrati senza titoli per rimanere in Italia, a volte senza identificazione certa, ospitati in centri di accoglienza in attesa di un futuro sempre più incerto”. Se sono ospitati in centri di accoglienza un titolo ce l’hanno. O no? “Gli invisibili sono i migranti privi di diritto di asilo da rifugiati, fosse pure sussidiario o umanitario, o anche quelli che hanno violato regole e commesso reati, già detenuti”. Che quindi non stanno nei centri di accoglienza, a quanto si sa. “Uno schema complicato e complesso, dalle tante sigle: hotspot, Cie/Cpr, Sprar, Cas, Cpsa, Cara, Cda. C’è da perderci la testa”. Appunto.

Macomer, l’ex sindaco contro il Cpr

L’ex sindaco di Macomer Riccardo Uda ha rilasciato dichiarazioni a nome dei cinque consiglieri di minoranza a proposito dell’apertura del Centro di Permanenza per i Rimpatri, discussa nei giorni scorsi tra l’attuale sindaco e il Ministro dell’Interno Minniti in visita in Sardegna.
“Quella del Cpr non è accoglienza”, dice Uda secondo quanto riporta La Nuova Sardegna. “Si mettono in carcere persone che non hanno commesso nessun reato e la cui unica colpa è di non avere diritto alla protezione internazionale, chiuse in galera in attesa di rimpatrio ma senza che vi siano i relativi accordi internazionali”.
Si tratta di frasi fatte che vengono ripetute spesso, ma che sono vere solo in parte. Finora, essendo i posti nei Cie limitati, si tendeva a rilasciare con ordine di allontanamento gli incensurati, e a tenere rinchiusi gli stranieri pregiudicati. Gli accordi di rimpatrio non ci sono con alcuni paesi, ma con altri sì, e sono pure efficienti. Purtroppo i mass media non forniscono informazioni sulle percentuali. Non si sa quanti degli stranieri rinchiusi siano pregiudicati, non si sa verso quali paesi gli accordi sono più efficienti, non si sa quale è il tempo medio necessario al rimpatrio. Né viene detto, di volta in volta, se lo straniero viene rimpatriato o rilasciato: il comunicato viene emesso solo al momento dell’ingresso nel Cie, e non al momento dell’uscita.
Comunque la prima parte del ragionamento è propaganda di sinistra. La seconda parte invece è propaganda di destra. Infatti l’ex sindaco dice che i reclusi nel centro non sono carcerati (come invece afferma il sindaco attuale), ma solo trattenuti: se un ospite lascerà la struttura “andrebbe incontro a una sanzione pecuniaria, ma se stiamo parlando di migranti economici, è chiaro che la sanzione non ha alcun valore, perché se quell’ospite avesse del denaro non avrebbe mai lasciato il suo paese”.
Riferirsi a sanzioni pecuniarie significa ignorare le dinamiche che si sono create nei Cie in questi anni: i centri sono circondati da alte reti, sbarre, mura (quello di Macomer è un ex carcere). Uno straniero che prova ad allontanarsi si trova addosso le forze dell’ordine che sono autorizzate ad agire con la violenza. Sul web ci sono i filmati registrati a Palazzo San Gervasio, dove uno straniero è caduto mentre tentava di scavalcare, rompendosi una gamba, o a Trapani, dove le forze dell’ordine hanno usato il getto d’acqua degli idranti per buttare giù dalle recinzioni gli stranieri che vi si erano arrampicati. Le forze dell’ordine possono intervenire con i lacrimogeni in caso di rivolte di massa. In alcuni casi, anche per creare un diversivo, i reclusi incendiano i materassi, con rischio di intossicazione o, peggio, di morte.
Ma tutto questo in Sardegna non è arrivato, anche grazie all’ex sindaco, che già a ottobre scorso in un comunicato accusava l’attuale amministrazione di “disinformazione”, “disorientamento”, “strafalcione giuridico”, “superficialità” per avere fatto riferimento alla norma che prevedere la possibilità di “ripristino dello stato di detenzione” e “permanenza coatta nei Cpr”.
I migranti di Macomer non saranno detenuti, ma solo trattenuti, diceva lui. Il provvedimento “ha carattere di mero precetto, non accompagnato da alcuna sanzione”. “Per questo saranno liberi di allontanarsi dal centro, salvo poi essere riaccompagnati dalle forze dell’ordine”, scriveva a ottobre, senza riferimenti a reti, lacrimogeni, manganellate, incendi.
In effetti la campagna anti-Cie l’avrebbe dovuta portare avanti il centro-sinistra. Ma in questo caso è il centro-sinistra che sta portando avanti la campagna pro-Cie (anzi, pro-Cpr). Quindi non è rimasto nessuno a insistere sulla questione dei diritti umani.

Tubercolosi al Cie, nessun risarcimento

Un giudice di pace ha contratto la tubercolosi per motivi di lavoro, visitando un Centro di Identificazione ed Espulsione, non si sa quale.
La Cassazione gli ha negato il risarcimento.
L’Unione Giudici di Pace ha emesso un comunicato di protesta, che è stato ripreso da varie agenzie di stampa. Dopodiché ha preso i vari lanci di agenzia (Ansa, Askanews, Adnkronos) e li ha pubblicati sul suo sito web. Ha anche postato sulla sua pagina Facebook il link al sito di Agenpress, dove la sintesi del comunicato è stata pubblicata accanto a pubblicità animate che mostrano i vermi intestinali brulicanti.
Nel comunicato si legge che anche a causa della sentenza della Cassazione l’intera categorie sciopererà per quattro settimane. In realtà si legge altrove che lo sciopero era stato deciso come atto di protesta contro la riforma del Ministro Orlando.
Le modalità dello sciopero prevedono che in questo mese verrà garantita solo “un’udienza la settimana, salvo impedimento sopravvenuto, oltre agli atti indifferibili (convalide nei Cie)”.
Quindi apparentemente le attività nei centri rimpatri proseguiranno senza nessuna variazione, nonostante il comunicato dica che “i colleghi… stanno seriamente valutando di astenersi per il futuro dal recarsi nei Cie, a tutela della loro integrità fisica”.
Ci sarebbe da dire che secondo il ministro Minniti i Cie dovrebbero ora chiamarsi Cpr, ma i giudici di pace continuano a chiamarli Cie.

Terrorismo e pena di morte

Un ventinovenne marocchino è stato arrestato dalla polizia a Genova con l’accusa di appartenere all’Isis.
L’uomo era stato segnalato come foreing fighter “nei territori della Jihad per il califfato”, scrive Venezia Radio Tv, e c’era il rischio che addestrasse altre persone all’uso degli esplosivi.
A suo carico in Italia c’era solo la denuncia per percosse e segregazione da parte della sua compagna, ad agosto scorso.
Gli investigatori sono riusciti a dimostrare che in un gruppo di otto persone su Telegram l’uomo ha postato e cancellato alcune immagini di guerre e decapitazione.
Le indagini continuano nella sua rete di contatti.
Non si sa al momento se dovrà scontare una pena in Italia prima del rimpatrio o se verrà consegnato prima possibile alle autorità del Marocco.
Nel servizio realizzato dall’emittente vengono usate numerose immagini di repertorio.
Intanto il Giornale dedica il titolo di apertura del sito alla pena di morte per i terroristi.
L’articolo mette sotto accusa “l’ipocrisia di Onu e Ong”, in particolare facendo i nomi di Amnesty International e Human Rights Watch, che chiedono di non condannare a morte i presunti terroristi.
“Nei processi, la cui durata a volte non supera l’ora, non si distingue tra chi ha partecipato alle mattanze e chi ha semplicemente militato tra le fila dell’Isis”, dice una delle associazioni. Mentre l’altra afferma che “in Irak il governo ha la vergognosa reputazione di mandare a morte gli imputati dopo processi scorretti e dopo averli torturati per farli confessare”.
In Iraq vengono mandati al patibolo anche i combattenti stranieri. Due settimane fa è stato giustiziato un cittadino svedese, nonostante le rimostranze di Stoccolma. “Sono venuti a uccidere i cittadini di questo Paese e verranno giudicati secondo le leggi di questo Paese”, ha detto il procuratore capo di Mosul.
Seguono le opinioni di un ministro britannico e di una ministra francese, entrambi favorevoli ad uccidere i terroristi, o “lasciarli morire in combattimento”.
Numerosi i commenti raccolti dal sito, tutti ostili alle Ong.

Convivenza e permesso di soggiorno

Scrive il Sito Aduc-Immigrazione che “anche in assenza di matrimonio, lo straniero convivente con un cittadino italiano ha diritto al permesso di soggiorno”.
Il principio deriverebbe da una sentenza del Consiglio di Stato uscita ad ottobre. Anche se la normativa italiana non è stata adattata neanche alle recenti riforme in materia di coppie di fatto, la disposizione può applicarsi in base ad una “interpretazione analogica” basata sull’articolo 3 della Costituzione, che garantisce il principio di uguaglianza.

Pian del Lago, tre padiglioni chiusi

Scrive il sito Giornale di Sicilia che al “centro permanente per i rimpatri” di Pian Del Lago (in realtà Centro di Permanenza per i Rimpatri) sarebbero tre i padiglioni momentaneamente chiusi a seguito della rivolta che c’è stata pochi giorni fa. Secondo indiscrezioni raccolte dal sito sarebbero cinque i lavoratori che rischiano di perdere il posto a causa della ridotta capienza della struttura.
I danni non sono stati quantificati, né sono state diffuse ipotesi sui possibili tempi di riapertura. Né il sito specifica quanti sono in tutto i padiglioni, e quante persone si trovano ancora nel centro, dopo i quaranta rimpatri e forse qualche trasferimento non confermato in altre strutture.
La rivolta c’è stata sabato notte. Finora sono arrivate poche reazioni politiche: un paio da parte della Lega (“Se i migranti non si trovano bene, se ne tornino a casa”), e una da sinistra (“Quando un essere umano non ha commesso nulla di male e gli vengono negati tutti i diritti ci stupiamo davvero se pensa di non avere nulla da perdere?”).
Di recente c’è stato un altro incendio nel Cpr di Torino, che è stato riportato dai giornalisti sul momento ma non ha lasciato nessuna memoria: nessuno ne ha più parlato da quel giorno in poi.
L’impressione è che la situazione sotto Minniti è tale e quale a quella sotto i precedenti governi, nonostante il cambio di nome da Cie a Cpr. Il Ministro conta di aprirne uno in ogni regione, e ha cominciato a farlo. Ma non è intervenuto sui meccanismi che portano alle rivolte e alle devastazioni. Per una struttura nuova che ha aperto finora, ce ne sono due che sono state danneggiate solo nelle ultime settimane.
La stampa non diffonde dati sulle spese aggiuntive che vengono sostenute dopo le rivolte. Né tiene aggiornato il conto sulla disponibilità di posti. I dati precisi vengono diffusi raramente.
A gennaio dell’anno scorso, secondo la commissione Diritti Umani del Senato, il 20% dei posti a livello nazionale era indisponibile: le presenze erano 288 in tutto, a fronte di una capienza effettiva di 359 posti.
D’altronde, la capienza effettiva comunque era solo il 25% dei posti previsti in origine nei centri di espulsione, che all’epoca era 1.393.
Insomma, più dei tre quarti dei posti allestiti dal Governo erano finiti fuori uso a causa anche delle rivolte. Che, a quanto pare, stanno continuando a fare danno.