Minniti, con un flusso forte l’Europa non reggerebbe

Globalist ha scritto un articolo contro “il duo Minniti&Guerini”.
Il primo è l’ex ministro dell’Interno, “oggi presidente della fondazione di Leonardo, la maggiore industria di armi in Italia”, il secondo è il ministro della Difesa, che “ha battuto quest’anno il record di aumento delle spese militari”.
L’articolo riassume alcuni rapporti di Greenpeace, Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e Disarmo, tutte associazioni contrarie all’aumento delle spese militari, senza entrare troppo nel merito dello scenario attorno allo scontro tra Occidente e Russia.
La guerra contro l’allargamento della Nato viene chiamata “guerra di Putin”, ma non si dice di preciso come è possibile fronteggiare la minaccia russa senza investire nelle armi. Si parla genericamente della proposta di creare un “Dipartimento della Difesa Civile non armata e Nonviolenta” e del “completamento del progetto sperimentale dei Corpi Civili di Pace”.
“A voi le conclusioni. Si può scegliere ma niente pasticci. Mele e pere non si sommano”, è la conclusione dell’articolo. Che non nomina nessun partito alternativo al Pd di Minniti&Guerini.
A metà del mese scorso Minniti aveva concesso un’intervista a Qn, ripresa poi dal Giornale. L’ex ministro veniva definito “presidente della fondazione Med-Or”, senza nessun riferimento a Leonardo.
Alcune sue considerazioni riguardavano le prospettive per quanto riguarda le migrazioni nel Mediterraneo, in relazione allo scontro tra Occidente e Russia e alla crisi energetica e delle materie prime. “La guerra in Ucraina ha prodotto nove milioni di profughi ucraini. Se dovesse arrivare anche un flusso forte dal sud, l’Europa non reggerebbe. Pensa che la Polonia, che già ospita due-tre milioni di ucraini, sarebbe disposta a prendere anche profughi dal sud del mondo?”.
La soluzione che viene prospettata nell’articolo è abbastanza vaga: “la competizione sotterranea tra Stati deve cambiare”, dice l’ex ministro a proposito del Mediterraneo.
E quindi?
Intanto il segretario del Pd Letta ha proposto di… uscire dai trattati europei! Infatti le procedure messe a punto finora prevedono l’unanimità. Questo significa che se l’Ungheria è contraria all’accoglienza diffusa è in grado di bloccare l’intero continente.
I siti di informazione non riportano reazioni da parte dei politici esteri, né analisi su quanto sia fattibile questa proposta. Del resto siamo in campagna elettorale, quindi si cerca di fare più rumore possibile.
Letta prova a terrorizzare gli italiani prevedendo disastri in caso di vittoria della destra.
La campagna contro Fratelli d’Italia prova a mettere in ridicolo la proposta di un blocco navale, che non sarebbe fattibile: “servirebbero più navi di quante ne dispone la Marina militare, e i morti supererebbero i respinti”, dice Laura Boldrini.
La Meloni si difende dicendo che il blocco navale sarebbe l’attuazione di quanto proposto dall’Unione Europea nel 2017.
Non nomina invece la Lamorgese, che pure aveva proposto qualcosa di simile nel Mediterraneo. L’ultima ministra dell’Interno è stata bersagliata con continuità da Fdi, quindi non può essere presa come riferimento.
Il gioco della propaganda si basa sull’ambiguità della definizione di “blocco navale”. Per la destra si tratta di un’operazione per intercettare e rimandare indietro solo i barconi coi migranti prima che raggiungano le coste italiane, possibilmente in accordo coi Paesi di provenienza. La sinistra invece evoca l’idea di atto di guerra, e si comporta come se la Meloni avesse chiesto di bloccare tutti i mercantili, le petroliere, i pescherecci e le navi passeggeri e militari in arrivo e in partenza dal nord Africa, contro la volontà dei Paesi interessati.

Salvini contro gli sbarchi

Salvini due giorni fa ha pubblicato un altro tweet dedicato a Lampedusa. L’immagine mostra un barcone stracarico, un titolo di Agrigento Notizie che dice che dopo che l’hotspot è stato svuotato sono arrivati altri 378 migranti, e lo slogan “Ridateci Salvini a difenere i confini”.
Il tweet dice “Sbarchi senza sosta. Lampedusa al collasso. L’Italia sta per esplodere. Se Lamorgese non è in grado di difendere la sicurezza e i confini italiani si faccia aiutare”.
Non si tratta di un tweet isolato. Il giorno prima ha pubblicato il video di 314 migranti che festeggiano ed esultano come dopo la vittoria ad una partita di calcio all’arrivo della notizia che sbarcheranno in Italia. “Lamorgese chi l’ha vista?”
E la ministra dell’Interno viene nominata anche in un post datato 13 luglio, a proposito del problema sicurezza segnalato a Milano da Chiara Ferragni. La Lamorgese, com’è nel suo stile, non ha risposto. Il sindaco Sala, a cui la Ferragni si era rivolta, una risposta l’ha data, beccandosi un attacco di Salvini secondo cui il primo cittadino “vive su un altro pianeta” se non si è accorto che a Milano la gente ha paura di uscire di casa.
Al segretario Pd Letta è dedicato un post di poche ore fa. Letta ha detto che è un atto di civiltà approvare una legge sullo ius soli prima delle elezioni. “La Lega ha fermato il Pd una volta, se ci riprovano li fermeremo ancora”, ha scritto Salvini.
Intanto da Verona arriva la notizia dell’arresto di un ventitreenne romeno senza fissa dimora che ha aggredito sessualmente una ragazza in un parco. Il Corriere del Veneto mette in relazione questa notizia con un altro fatto avvenuto dieci giorni fa, quando era stato un pregiudicato marocchino quarantaduenne, anche lui senza fissa dimora, a palpeggiare una ragazza.
Laura Boldrini in questo periodo twitta poco. Una delle ultime foto postate è quella della protesta del sindacalista Soumahoro, che si è incatenato davanti a Montecitorio il 4 luglio. Chiedeva giustizia per braccianti italiani e stranieri morti di fatica, lavoro regolare per chi è sfruttato, salario minimo e patente del cibo.

Il Manifesto, nei Cpr degrado totale

Il Manifesto ha dedicato un articolo ai Centri di Permanenza per i Rimpatri sulla base delle testimonianze di tre delegazioni che li hanno visitati di recente. Dell’ultima faceva parte la deputata di Manifesta Simona Suriano, che a visitato il Cpr di Caltanissetta dopo le proteste da parte dei migranti. Le altre sono state guidate da Paola Nugnes e Doriana Sarli, entrambe ex Movimento 5 Stelle, ora in gruppo Misto e Manifesta, che hanno visitato il Cpr di Gradisca, e da Gregorio De Falco, ex 5 Stelle ora gruppo Misto, che ha visitato quello di Milano.
Il Cpr di Torino non viene neanche nominato, ma dalla fine di maggio è stato visitato da una delegazione di cui faceva parte Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, e da un altra guidata guidata di nuovo dall’onorevole Suriano insieme a Paolo Ferrero di Sinistra Europea.
Il Manifesto riassume nel primo paragrafo la lista di tutto quello che non va: gente con gravi problemi psicologici, atti di autolesionismo, assistenza medica inadeguata, socialità negata, eccetera. A cui si aggiunge il caldo estivo, a cui non c’è rimedio: manca l’aria condizionata, e nemmeno ci sono a disposizione alberi sotto cui stare al fresco. La qualità del cibo risente dell’eccessivo calore.
L’articolo del giornale insiste sul fatto che i Cpr tolgono la libertà “a chi non ha commesso reati” e che la detenzione “non è motivata da reati o da finalità di prevenzione”. In realtà nei Cpr ci finiscono anche stranieri che hanno commesso reati anche gravi, ma la sinistra cerca di tenere nascosto questo dettaglio, nella speranza di ottenerne la chiusura, col risultato di perdere credibilità in una parte dell’elettorato. Comunque non c’è nessuna autorità o testata giornalistica che diffonde dati precisi a proposito dei precedenti penali degli stranieri che lo Stato sta cercando di espellere, quindi ognuno la pensa come meglio crede.
A quello che si dice, a Torino per parecchio tempo non sono stati mandati stranieri appena sbarcati, mentre nei Cpr del sud Italia sarebbero frequenti i rimpatri di massa di tunisini trasferiti direttamente dalle navi quarantena, ma sono informazioni che rimangono nel vago.
Addirittura una parte del Cpr di Crotone sarebbe usata come hotspot: giorni fa settanta persone sono state ammassate nella hall con un solo bagno che si è otturato e ha traboccato producendo un lago di urina. La segnalazione è stata diffusa da un sindacato di polizia al Giornale, ma al Manifesto la notizia non è ancora arrivata, o non è considerata importante.
Altra questione su cui il Manifesto insiste è che i Cpr sono gestiti da privati, “sul modello statunitense”, i quali “perseguono i loro interessi economici”. Il gestore “meno ti dà, più guadagna”, ha detto la Sarli dopo la visita a Gradisca.
Le delegazioni hanno raccontato storie drammatiche, ma non hanno scattato foto come invece farebbe un giornalista in visita. Sappiamo che a Gradisca ci sono ancora i famosi pannelli in plexiglass a sbarrare le finestre, “che creano un calore assurdo”. In passato qualche sindacato di polizia aveva espresso qualche perplessità a proposito della presenza di barriere in plexiglas nel Cpr: queste ultime possono essere fatte a pezzi e i frammenti usati come arma nei confronti degli altri reclusi e degli agenti. Il plexiglas è collegato anche con la morte di un migrante all’interno del centro: lo straniero era stato trascinato via dalle forze dell’ordine proprio a seguito di una rissa nata durante il tentativo di fare a pezzi una di queste barriere, ed è morto nel giro di alcuni giorni. Secondo i sindacalisti non sarebbero adatte ad una struttura detentiva (ma il vetro sarebbe meglio?). Comunque non circolano foto o filmati di come sono fatte. La stampa viene tenuta fuori dai Cpr. Il garante nazionale riassume le sue osservazioni e raccomandazioni in un rapporto annuale che viene scarsamente citato. I garanti locali sono pressoché irrilevanti dal punto di vista giornalistico.
Dice il Manifesto che rispetto all’ispezione di giugno 2021 al Cpr di Milano è cambiato il gestore. Si è passati da Engel a Martinina, “peraltro con una procedura poco chiara”, scrive il sito, senza spiegare perché.
L’informazione non coincide con quello che è scritto nelle tabelle allegate al rapporto del Garante dei detenuti, secondo cui la Engel ha un contratto che dura fino al 30 settembre del 2022. Ma il rapporto del Garante lo hanno letto in pochi.
A fine maggio Pressenza titolava: “Tsunami su Martinina srl”, ma nell’articolo questa società non veniva neanche nominata. Nel permalink rimane quella che si suppone la dicitura originaria: “Tsunami su Engel Italia”. Che comunque non viene nominata nell’articolo.
Vari siti web secondari riprendono il nome Martinina, sempre in relazione alla parola “tsunami”, quindi attingendo alla stessa fonte (Pressenza). Ma non c’è traccia di questa società, altrove, in relazione ai rimpatri. E allora da dove esce questo nome? E chi ha mai detto che la procedura non è chiara?

Ventimila migranti sono pochi

Il sito OpenPolis ha raccolto alcuni dati riguardanti gli sbarchi di migranti in Italia a partire dall’inizio dell’anno, confrontati con quelli dell’anno scorso e degli anni precedenti.
Dall’inizio del 2022 fino a fine maggio i migranti arrivati sulle coste italiane sono 19.416, molto pochi in confronto ai profughi ucraini che sono già 129 mila, secondo il dato aggiornato al 7 giugno.
Distinguere tra “profughi veri e profughi finti” come hanno fatto “alcuni esponenti politici italiani” che il sito non nomina viene classificato come “hate speech”.
Un grafico mette a confronto i dati degli arrivi negli ultimi anni. Nel 2016 sono arrivate 40.883 persone. L’anno successivo è stato toccato il picco di 60.228. Poi c’è stato un brusco calo nel 2018, per arrivare al minimo nel 2019: solo 1.561 persone. Da allora, ogni anno c’è stato un lieve incremento, senza però avvicinarsi al dato del 2016 e del 2017.
Suddividendo i dati per mese e confrontandoli con quelli dell’anno scorso viene fuori che a febbraio e marzo 2022 il numero di arrivi è stato minore rispetto a quello del 2021, ma ad aprile e maggio c’è stata una nuova impennata. Ad aprile siamo passati da 1.585 a quasi 4 mila, mentre a maggio si sale da 5.679 a 8.655.
Per quanto riguarda le nazionalità, la più rappresentata è quella egiziana, 3.388 persone. Seguono i cittadini del Bangladesh, ancora oltre quota tremila. Tunisini e afghani superano i duemila. I siriani sono oltre mille. Tutte le altre nazionalità sono al disotto. Tra queste la più rappresentata è quella della Costa d’Avorio a quota 887, seguita da altri Paesi dell’Africa subsahariana, Guinea, Eritrea e Sudan, a cui si aggiunge un paese asiatico, l’Iran.
Ai primi posti della classifica manca il Marocco, i cui cittadini l’anno scorso erano molto spesso portati nei Cpr anche se raramente venivano rimpatriati.
I mass media non si sono occupati di quest’aspetto della questione. I dati sui rimpatri di quest’anno divisi per nazionalità non sono stati diffusi. Forse potrebbe parlarne il Garante nazionale dei detenuti, nel rapporto annuale che dovrebbe presentare a breve al Parlamento.
La situazione potrebbe essersi sbloccata, dopo l’emergenza covid. E’ di pochi giorni fa la notizia del rimpatrio di un marocchino finito nelle cronache perché filmato mentre con un machete in mano rincorreva un connazionale a Torino.
Secondo la difesa il machete non era suo, ma era riuscito a sottrarlo ai suoi aggressori. L’uomo sarà processato a distanza.

Capire la rotta balcanica

E’ stato pubblicato un libro intitolato “Capire la rotta balcanica”, a cura di Marco Siragusa, Luigi Tano e Lorenzo Tondo.
E’ possibile leggerne un breve estratto sul sito Linkiesta. Secondo gli autori, da quando in Grecia hanno vinto i conservatori nel 2019 sono state approvate delle misure più restrittive nei confronti dei richiedenti asilo, che hanno fatto aumentare il flusso di migranti verso altri Stati europei dove sono in vigore regole più flessibili in materia di accoglienza.
“L’Unione Europea, ben lontana dall’idea dei suoi padri fondatori, è stata e rimane la somma di interessi nazionali e visioni politiche diverse, spesso contrapposti a quelli dei vicini”, dice il testo.
Nell’anticipazione si accenna anche alla situazione della Turchia, che ha “trasformato le crisi umanitarie afghane e siriane in una straordinaria risorsa economica e politica, o meglio in un suo strumento di ritorsione con il quale ottenere fondi da parte dell’Unione Europea. Il ricatto è semplice: se non volete i migranti, pagatemi”. La stessa cosa è avvenuta per altri Paesi che si trovano sulle rotte migratorie verso l’Europa.
Secondo Lifegate solo pochi giorni fa le autorità greche avrebbero respinto 600 migranti verso la Turchia, ufficialmente intercettandoli prima del loro ingresso nelle acque territoriali della Grecia.
Le procedure di respingimento al confine tra Grecia e Turchia hanno avuto un ruolo nelle polemiche che hanno portato alle dimissioni di Fabrice Leggeri, direttore dell’agenzia Frontex, accusata da più parti di avere tenuto nascosto ciò che sapeva a proposito di respingimenti illegali nella regione.
Al momento Frontex è stata affidata a quella che finora è stata la vice-direttrice. L’attenzione dei mass media sull’argomento è ridotta al minimo.
Pochi giorni fa c’è stata una manifestazione a Firenze per chiedere di abolire l’agenzia. Pressenza ha riportato la notizia, senza fare il nome di neanche uno dei partecipanti. Ci si limita a parlare di un non meglio precisato “movimento Abolish Frontex”, una “rete decentralizzata e autonoma presente in tutta Europa”.

Pordenone, un accompagnamento al Cpr

Un cittadino ghanese fermato nel corso di un controllo a Pordenone è stato accompagnato al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Ponte Galeria, Roma. L’uomo aveva a suo carico un provvedimento di espulsione e varie denunce per inosservanza alle normative sugli stranieri, ma apparentemente non per reati di altro genere. I mass media hanno riportato il riassunto del comunicato della questura, con foto di repertorio di veicoli della polizia che entrano nel centro, oppure con una macchina della polizia accanto ad un aereo.
Nei primi dieci mesi e mezzo dell’anno scorso nei Cpr sono transitati 40 cittadini del Ghana, pari allo 0,9% del totale degli stranieri passati dai Cpr. Però ne è stato rimpatriato solo 1, lo 0,0% del totale degli stranieri rimpatriati.
Questo vuol dire che nel 98% dei casi il trattenimento di cittadini ghanesi è pressoché inutile, e dura non più di tre mesi.
L’opinione pubblica di solito non se ne accorge, perché le statistiche vengono forse commentate genericamente solo il giorno in cui escono, e mai più riprese. Inoltre al momento del rilascio di uno straniero del Cpr non viene emesso nessun comunicato, come pure al momento dell’effettivo rimpatrio.
Sabato scorso a Ponte Galeria è stato condotto un quarantenne tunisino fermato a Falconara, nelle Marche. Sette anni fa aveva aggredito il titolare di un pub. Aveva inoltre varie condanne per spaccio.
Nel caso dei cittadini di nazionalità tunisina il rimpatrio avviene con maggiore certezza e rapidità (si conclude con esito positivo nel 65% dei casi).
I mass media italiani non riportano notizie recenti relative al Ghana. Oggi un sito locale in lingua inglese ha riferito di un piano per il contrasto al traffico di stupefacenti. Molta retorica politica generica, nessun dato riguardante il tipo di sostanze più diffuse e la quantità.

Fermo, sgominata banda di rapinatori

Una banda composta da un rapinatore e due complici è stata sgominata dagli agenti della Questura di Fermo. A seguito di indagini è stato possibile risalire ai malviventi: un cittadino rumeno che si avvaleva della collaborazione di un nigeriano e un nordafricano. Il primo è stato condotto in un Cpr all’inizio di febbraio e dovrebbe essere già stato rimpatriato. Gli altri due pure sono finiti in centri rimpatri, rispettivamente all’inizio di questo mese e due giorni fa. La notizia è riportata dal sito ufficiale della polizia, senza specificare di quali Cpr si tratta.
Il rimpatrio deve avvenire nel giro di tre mesi, in caso contrario è previsto il rilascio. Nel corso dei primi 11 mesi del 2011, secondo i dati diffusi dal Garante dei detenuti, sono transitati nei Cpr 168 nigeriani, di cui ne sono stati rimpatriati soltanto 22.
I giornali italiani non stanno seguendo l’evolversi della situazione in Nigeria. Oggi un sito in lingua inglese ha scritto che la situazione economica nel Paese si sta deteriorando, proprio in vista delle elezioni, anche a causa della guerra tra Russia e Ucraina.
Finora il prezzo del grano è aumentato, si preannuncia l’aumento anche di altri prodotti dell’industria alimentare. Inoltre c’è già scarsità di carburanti: anche se la Nigeria è il più grande esporatore di petrolio dell’Africa, non ha raffinerie e dipende completamente dalle importazioni per quanto riguarda i prodotti derivati.
I prezzi del diesel sono già triplicati dall’inizio dell’anno, dice il sito.
Il carburante per gli aerei è già quadruplicato. E questo potrebbe bloccare a breve le compagnie aeree.
In questi giorni si è fatta molta distinzione tra chi fugge dalla guerra in Ucraina (donne, bambini, anziani, persone vulnerabili), che ha diritto ad essere accolto, e chi invece fugge dalla povertà, ossia dalla morte per fame: di solito ragazzi in cerca di lavoro, che invece dovrebbero essere respinti verso il loro Paese di provenienza.
Il leader della Lega Salvini si sta comportando nello stesso modo delle Ong e dei politici che tanto accusava in precedenza. Dopo la sua missione in Polonia, ha continuato a farsi fotografare in mezzo ai profughi ucraini. Ignorando completamente le richieste di chiarimento sulla sua visione politico-strategica: perché finora ha appoggiato Putin? Come pensa di porre fine ai combattimenti? Su cosa bisogna trattare? Il Donbass? La Crimea? L’estensione della Nato?
In base agli ultimi aggiornamenti Zelensky avrebbe detto delle frasi che alcuni hanno interpretato come riconoscimento dell’impossibilità di entrare nella Nato. Ma nello stesso discorso, il presidente Ucraino ha anche esortato le forze dell’alleanza a partecipare allo scontro diretto contro la Russia, anche se questo potrebbe portare all’estensione del conflitto.

Profughi in arrivo

In profughi in fuga dalla guerra in Ucraina stanno iniziando ad arrivare in Italia.
3 donne e due bambini sono arrivati in aereo in Puglia e sono stati accolti dal Comune di Molfetta.
Sono stati sottoposti a tampone e vaccino. I Servizi sociali hanno individuato una struttra in grado di ospitarli.
La notizia è riportata dal Quotidiano Italiano, con foto di repertorio.
Il sindaco di Venezia ha aperto le porte della sua casa a due donne ucraine coi loro tre figli.
“E’ una cosa pazzesca quella che sta facendo Putin, senza mescolare l’uomo con il popolo russo che non c’entra nulla”, ha detto, secondo quanto riporta la Voce di Venezia.
Intanto c’è stata qualche polemica per la disparità di trattamento tra migranti bianchi e neri, specie al confine con la Polonia. A quanto racconta Repubblica, le autorità ucraine hanno dato la precedenza ai migranti bianchi, dando loro posti a sedere e cibo, mentre gli altri in certi casi hanno dovuto aspettare anche dieci ore in più. “Le guardie di frontiera ci hanno chiesto più volte dei soldi per farci attraversare il confine. Ci hanno trattati come bestie”, ha raccontato un somalo, a cui è stato danneggiato il telefono nel corso di scontri con le forze dell’ordine.
Qualche ambasciatore africano all’Onu ha condannato pubblicamente gli episodi razzisti che sono stati registrati. L’Unione Africana ha scritto in un comunicato: “E’ inaccettabile che i cittadini africani in fuga dall’Ucraina subiscano un trattamento differenziato”.
In Polonia alcuni gruppi nazionalisti hanno organizzato ronde notturne per aggredire i migranti non-europei: tre indiani sono finiti in ospedale.
C’è stata un’incursione anche nei pressi di una stazione ferroviaria, senza feriti. Le autorità hanno mobilitato agenti in tenuta antisommossa per prevenire ulteriori sviluppi.
Un sindacato di polizia italiano ha protestato perché il Governo ha stabilito che non c’è l’obbligo di green pass per i rifugiati ucraini, mentre resta in vigore per gli italiani, alcuni dei queli sono stati sospesi dal lavoro perché avevano fatto la scelta di non vaccinarsi.
Nelle carceri italiane ci sono 245 detenuti ucraini e 70 russi. Le autorità cercano di agevolare i contatti con i loro familiari in patria, alleviando le comprensibili preoccupazioni, ma allo stesso tempo monitorano la situazione per individuare “eventuali segnali di criticità in ordine a tali gravi eventi … Massima attenzione è riservata a eventuali esternazioni, da parte della popolazione detenuta, di posizioni oltranziste per l’una e l’altra parte in conflitto”.
Facile per l’una, un po’ difficile per l’altra. Sui social ci sono state polemiche per il fatto che non sono stati presi provvedimenti contro un senatore americano che ha detto che per risolvere il problema bisognerebbe uccidere Putin. Il suo appello non era rivolto alle forze occidentali, ma agli oppositori politici in Russia. Ha scritto Forbes che il tweet ha ricevuto quasi 20 mila likes ed è stato retwittato 4.600 volte.
Il messaggio è stato condannato da parlamentari di sinistra, come Ilhan Omar, ma anche da quelli di destra, come Marjorie Taylor Greene e Ted Cruz.
La Omar ha detto: “Spero vivamente che i nostri membri del congresso si calmino e moderino i loro commenti, mentre l’amministrazione lavora per evitare la terza guerra mondiale”.
Anche l’ambasciatore russo all’Onu ha protestato, biasimando l’incredibile grado di russofobia e odio contro la Russia negli Stati Uniti”.
La frase è “inaccettabile e oltraggiosa”, i politici americani sono “irresponsabili e non professionali”.
Un professore di scienze politiche intervistato dalla rivista ha detto che “se un membro del nostro governo chiede l’assassinio di un rappresentante eletto di un altro Stato può provocare un’escalation. Può anche provocare più danno alla popolazione ucraina, dato che Putin è già paranoico e chiaramente odia l’Occidente”.
“Le parole hanno conseguenze”, mette in guardia l’intervistato.
E l’Europa è in allerta anche per il terrorismo. Le forze dell’ordine temono conflitti violenti tra i simpatizzanti dei vari gruppi, attentati contro uffici di rappresentanza dei due Stati in conflitto, aggressioni contro le case che ospitano i profughi. Europa Today racconta come le autorità tedesche si stiano preparando per affrontare qualsiasi emergenza.
Il Giornale mette in guardia sulla tendenza che si sta delineando di colpire tutti i cittadini russi per le colpe del loro governo. Si parte emarginando il maestro d’orchestra o il pilota di formula uno, e si finisce con le aggressioni al camionista o alla badante, “scatenando una caccia alle streghe superficiale in cui ogni russo diventa un potenziale nemico della pace mondiale, come ogni giapponese sul suolo americano dopo Pearl Harbor”. Col rischio di compattare l’avversario, anziché dividerlo.
La sospensione di un corso su Dostoevskij è “come i canarini nelle miniere: ci avverte di quanto l’atmosfera culturale sia diventata irrespirabile. Il terrore di apparire filo-qualcosa-di-brutto-e-cattivo porta a evitare qualsiasi riferimento a temi sensibili”. “Ci stiamo trasformando in fanatici un tanto al chilo, che seguono le bandiere delle crociate come le mode, senza capire più cosa è utile e cosa dannoso, cosa è doveroso e cosa è cretino”, dice l’articolo arrivando a ipotizzare che di questo passo si arriverà a mettere al bando l’insalata russa o le foto di Ignazio La Russa.
Vittorio Sgarbi ha detto in un’intervista che le discriminazioni nel mondo dell’arte e della cultura in relazione alla guerra in Ucraina sono qualcosa di “vergognoso. E’ razzismo culturale”.

Torino, un migrante su cinque. Milano, riconvertire il Cpr? Archiviata Rackete. La Libia non è sicura. Afghanistan in crisi

Titola La Stampa, nelle pagine locali: “Il Cpr rimpatria solo un migrante su cinque. Il Garante: ‘E’ inutile'”.
L’articolo è disponibile anche sul web, ma solo per abbonati.
Secondo gli addetti ai lavori la bassa percentuale di rimpatri rappresenta “un fallimento del sistema di detenzione amministrativa”.
Nei giorni scorsi gli uffici della struttura sono stati perquisiti dai carabinieri, nell’ambito dell’inchiesta aperta dopo un suicidio avvenuto a maggio. Si cercavano e-mail che permettessero di far luce sulle procedure messe in atto in quell’occasione e in occasioni simili.
Intanto Pressenza ha pubblicato una lettera aperta al sindaco di Milano, Sala.
La firma è quella di Fabrizio Maffioletti, editorialista fotoreporter videomaker, che di recente sta facendo pressione quasi quotidianamente per cercare di attirare l’attenzione sui centri per i rimpatri.
Partendo dall’episodio della contestazione al sindaco avvenuta alla cerimonia di domenica scorsa a Piazza Fontana, l’autore dell’articolo ne approfitta per inserire la questione rimpatri: “Quella domenica … hai dichiarato che le persone ‘vanno salvate’ Vanno salvate? A Milano c’è un Cpr che non hai contestato. ‘Io non voglio contestare la decisione del governo e mi voglio fidare della gestione del Prefetto’, dichiarasti, ed è stato riaperto … Le vite vanno salvate nel Mediterraneo? Certo! Ma solo lì? Anche al Corelli, purtroppo, ci sarà un morto, come succede negli altri Cpr: è solo questione di tempo, è una questione di circostanze concomitanti che drammaticamente si ‘allineano’ … Quando disgraziatamente succederà … cosa farai? Affiderai una nota stampa al tuo gabinetto nella quale ti dichiarerai addolorato?”.
Pochi giorni fa qualche sito locale ha parlato del ricovero di uno dei migranti in ospedale in codice rosso. “Un 31enne gravissimo al Cpr di via Corelli”, titolava Milano Today il 16 dicembre. “Non è chiaro cosa gli sia accaduto e non si esclude che possa essersi trattato di un gesto autolesivo, come già peraltro accaduto altre volte nello stesso centro per il rimpatrio”.
Evidentemente nel centro è successo qualcosa, perché negli stessi minuti era già stata chiamata un’ambulanza per soccorrere un quarantacinquenne, mentre nel pomeriggio era stata la volta di un cinquantunenne.
Di tutto ciò non si è saputo più niente: politici, giornalisti e garanti non hanno approfondito la notizia né raccolto testimonianze o aggiornamenti.
Lo scorso weekend c’è stata una iniziativa alla Darsena di Milano organizzata dalla Rete No Cpr. La notizia è stata riportata da Pressenza, con la foto di uno striscione che chiede di chiudere i centri per i rimpatri, e la foto di due soli manifestanti con una bandiera.
L’opinione pubblica nazionale ha sentito parlare di Milano negli ultimi giorni per via di un’operazione di sgombero dei senzatetto dai tunnel attorno alla stazione centrale. Operazione che è stata contestata perché non sarebbero state fornite alle persone allontanate soluzioni alternative, e per il fatto che la nettezza urbana ha portato via come spazzatura tutte le coperte trovate sul posto, lasciando presumibilmente al freddo le persone che avevano trovato rifugio là sotto.
L’eurodeputato del Partito Democratico Pierfrancesco Maiorino ne ha approfittato per rispolverare una sua vecchia idea: chiudere il centro per i rimpatri di via Corelli e convertirlo in una struttura in grado di fornire ospitalità ai senzatetto.
Majorino ha firmato un appello, pubblicato dall’Espresso, per chiedere all’Europa di non ignorare i morti in mare. Il documento è firmato anche da altri esponenti politici di una certa notorietà, soprattutto Pd e 5Stelle ma anche di altri schieramenti, tra cui Pietro Bartolo, Laura Boldrini, Matteo Orfini, Erasmo Palazzotto, Giuliano Pisapia, Lia Quartapelle ed Elly Schlein.
Il documento non dice nulla di preciso a proposito dell’esigenza di fermare la migrazione illegale, ma sembra puntare soprattutto sull’esigenza di identificare gli scomparsi per informare le famiglie e raccontare le loro storie.
Come si fa a identificare un cadavere senza nazionalità e senza documenti? Chi dovrebbe farlo? Quali sono i costi?
Il punto di partenza sarebbe il lavoro realizzato finora da Cristina Cattaneo e dal Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’università degli studi di Milano. “Quel team, frutto dell’ingegno, dell’ostinazione e del senso di utilità pubblica, ha infatti già dimostrato in tutti questi anni come sia possibile identificare gli scomparsi e ricostruire identità e biografie di chi viene trovato in mare senza vita”.
Sul fronte della cronaca giudiziaria, ieri è stata diffusa la notizia dell’archiviazione definitiva del procedimento riguardante Carola Rackete, che nel giugno 2019 aveva sbarcato in Italia alcuni migranti, nonostante il parere contrario delle autorità.
Il Giudice perle Indagini Preliminari ha stabilito che la nave su cui si trovavano i migranti non poteva essere qualificata come luogo sicuro, perché non consentiva il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse oltre ad essere in balia degli eventi metereologici.
Nemmeno il porto di Tripoli poteva considerarsi luogo sicuro, perché migliaia di richiedenti asilo, rifugiati e migranti in Libia versano in condizione di detenzione arbitraria e sono sottoposti a torture, ha scritto il Gip.
Lifegate riporta la notizia dell’archiviazione del procedimento contro Carola Rackete, collegandola con quella di una sentenza della Cassazione che annulla la condanna a tre anni di carcere dei migranti che si erano opposti al riaccompagnamento il Libia da parte della nave che li aveva soccorsi nel 2018. L’allora ministro Salvini li aveva accusati di essere dei dirottatori, e le sentenze arrivate finora erano in linea con quella ricostruzione.
Secondo la Corte, se il respingimento può causare dei rischi per la persona, l’opposizione di quest’ultima al respingimento rientra nella leggittima difesa.
Salvini ha commentato la sentenza riguardante la Rackete con un tweet in cui dice: “Quindi, se capisco bene la sentenza, speronare una motovedetta italiana con uomini a bordo non è reato. Torniamo ai tempi dei pirati. No comment”.
L’episodio a cui l’ex ministro si riferisce avvenne durante le fasi di attracco. La nave timonata dall’attivista tedesca si stava avvicinando al molo, rischiando di schiacciare l’imbarcazione della Guardia di Finanza, che comunque è riuscita ad uscirne pressoché illesa.
Tecnicamente “speronare” significa “urtare un’altra nave con lo sperone o con la prua”, che in quel caso non è successo. Comunque politici e giornalisti di destra continuano a usare questo termine, anche se un po’ impropriamente.
Secondo l’Oim 160 migranti sono morti al largo della Libia solo nella scorsa settimana, in due diversi naufragi.
Un’imbarcazione con 210 migranti a bordo invece è stata intercettata e riportata indietro.
Dall’inizio dell’anno il numero stimato dei morti nel Mediterraneo è di 1.500, mentre 31.500 sono i migranti intercettati e riportati in Libia, a fronte degli 11 mila dell’anno scorso.
Per quanto riguarda l’Afghanistan invece, la Ong Save The Children segnala che il numero di bambini senza cibo è aumentato di 3,3 milioni negli ultimi quattro mesi.
L’associazione sta raccogliendo soldi per inviare degli aiuti: con 58 euro si assicura cibo terapeutico per 13 giorni a 2 bambini malnutriti, con 83 euro si possono donare coperrte, vestiti e l’occorrente per una cucina da campo a due famiglie, e con 207 euro si possono donare kit igienici a 10 famiglie che vivono in un riparo provvisorio.
Il sito spiega che il 77% del denaro raccolto è destinato ai bambini, il 19% è usato per organizzare altre raccolte fondi e il 2% per “sostenere le nostre attività”.
Un gruppo di volontari italiani ha appena concluso una missione in sostegno dei migranti in transito sulla rotta balcaninca, tra Bosnia e Croazia.
La rotta è seguita da persone provenienti soprattutto da Afghanistan e Pakistan.
La missione è durata tre giorni. I volontari hanno distribuito viveri e materiali di prima necessità ai migranti accampati al di fuori dei campi ufficiali.
La notizia è stata riportata ieri da La Nazione.
L’Afghanistan è in crisi economica. I leader del Paese hanno fatto appello all’aiuto internazionale per fronteggiare una situazione da cui potrebbe derivare un nuovo massiccio esodo di rifugiati.
I Paesi occidentali sono restii a fornire aiuti ai governanti afgani, fino a quando questi non faranno passi avanti sul fronte dell’inclusione politica e dei diritti delle donne.
Un articolo che parla della situazione è stato pubblicato su Buzznews la settimana scorsa.

Torino, “60 tentativi di suicidio”

Titola Pressenza: “Torino, 60 tentativi di suicidio: il Centro per i rimpatri deve chiudere, la cittadinanza non lo vuole”.
La notizia dei tentativi di suicidio è riportata in maniera vaga, senza specificare quando è iniziato il conteggio.
Non vengono specificate neanche le modalità: possibile che nel numero rientrino anche atti di autolesionismo e gesti dimostrativi.
Giorni fa il direttore del Pronto Soccorso aveva detto che molti degli stranieri che vengono condotti lì per essere visitati non sono in pericolo di vita, eppure l’ospedale deve impiegare tempo e risorse per le radiografie e gli esami necessari di volta in volta.
La frase sul fatto che la cittadinanza non vuole il centro è un po’ arbitraria. E’ vero che la precedente maggioranza in Consiglio comunale aveva votato a favore della richiesta al Governo di chiudere il centro, ma l’attuale maggioranza non ha fatto ancora nulla, né vengono nominati nell’articolo politici locali che stiano seguendo la situazione.
Si loda invece la Garante locale dei detenuti, la cui attività è definita “instancabile e preziosa”.
Il Cpr di Torino è “estremamente attenzionato dalla società civile e sotto indagine della procura: evidentemente non è così appetibile per i nuovi gestori”, dice l’articolo, secondo cui sarebbero circolate indiscrezioni su una possibile proroga del contratto con l’attuale gestore, nel caso in cui non venissero presentate offerte al nuovo bando che è stato istituito.
E’ ero che sono state organizzate varie conferenze negli ultimi mesi a proposito del Cpr di Torino (una da parte della Chiesa Valdese, che ha iniziato a interessarsi alla questione dopo il suicidio avvenuto nel centro a maggio) ed è vero che Pressenza insiste quasi quotidianamente sul tema, ma gli altri mass media online seguono molto distrattamente le notizie che riguardano la struttura.
Dai motori di ricerca non risulta al momento un altro sito di informazione che abbia confermato o approfondito la notizia dei 60 tentativi di suicidio.
L’ultima notizia di rilievo è quella che riguarda l’accompagnamento nel Cpr torinese di uno straniero pluripregiudicato catturato a Lucca. A diffonderla sono stati i siti locali toscani, tra cui La Gazzetta di Lucca, ma non quelli piemontesi, a parte Pressenza. Che da un lato ha attinto all’articolo della Gazzetta per il tono usato in quell’occasione (lo straniero era definito “risorsa marocchina”, e un mini-editoriale in coda al comunicato diceva che nel centro c’erano immigrati “responsabili spesso delle peggiori nefandezze e criminali degni di essere rispediti a calci nel sedere da dove provengono”), dall’altro non ha riportato informazioni specifiche sul caso in questione. Lo straniero avrebbe precedenti per violenza sessuale e evasione, ma nessuno sa a quando risalgono i fatti, da dove sia evaso, con quali modalità.
Politici e attivisti contrari ai Cpr dicono spesso che i Cpr devono essere chiusi perché sono carceri per persone “che non hanno commesso reati”. La notizia di questo accompagnamento svela che in realtà alcuni dei reclusi nel Cpr sono persone che hanno commesso parecchi reati. Ciò non toglie che nei Cpr ci finiscano anche stranieri che non hanno commesso reati in Italia, anche per il fatto che sono stati trasferiti al Cpr subito dopo lo sbarco. Il problema è che nessuno diffonde statistiche precise: non si sa in che percentuale gli stranieri nel Cpr abbiano precedenti penali, non si sa quanti di questi precedenti siano per reati violenti, non si sa a quanto tempo prima risalgano. Ad esempio potrebbe succedere che uno straniero che a diciott’anni è stato trovato con un piccolo quantitativo di droghe leggere in tasca sia considerato pericoloso quando di anni ne ha trenta e si è impegnato, in carcere e fuori, per integrarsi nella società senza creare problemi: per i media è per lo stato è semplicemente “un pregiudicato per stupefacenti”.
Come reagisce Pressenza alla notizia di pregiudicati nel Cpr? “Queste persone possono essere rilasciate in città perché non rimpatriabili (non vengono certo riaccompagnate ai luoghi di provenienza [quando vengono rilasciate]) con evidente pericolo (peraltro individuato dalle stesse forze dell’ordine) per la cittadinanza ed un aggravio per la Questura delle attività di prevenzione del crimine sul territorio”, si legge nell’articolo di ieri.
L’idea che i migranti che escono dal Cpr siano pericolosi per la cittadinanza locale è uno dei motivi per cui i politici locali si oppongono strenuamente all’apertura dei centri per i rimpatri sul loro territorio. Quando il centrosinistra ha istituito i Cpr ha dovuto faticare un po’ per cercare di convincere le popolazioni locali che il Cpr era un centro da cui gli immigrati non potevano uscire, vincendo le resistenze da parte della destra che confondeva i centri per i rimpatri con i centri di accoglienza, da cui i migranti entrano e escono. In effetti anche i politici locali di centrosinistra sono contrari alla linea decisa dai vertici. Tant’è vero che lo straniero fermato a Lucca è stato portato a Torino proprio perché la Toscana si è rifiutata di aprire un Cpr sul proprio territorio.
Dei 18 centri che dovevano essere attivi in tutta Italia nelle intenzioni dell’allora ministro Minniti (Pd), ossia uno per regione tranne Molise e Val d’Aosta, ne sono attivi soltanto 10, con Puglia e Sicilia che ne ospitano ancora due ciascuna.
Pressenza dà per scontato che i criminali non saranno rimpatriati ma rilasciati in città in base alle ultime statistiche disponibili, secondo cui solo il 16% delle persone detenute nel centro sono poi state rimpatriate.
La media nazionale sarebbe il 46%. Nei primi quattro mesi di quest’anno la media del Cpr torinese era del 38%: 43 rimpatriati su 195 persone transitate, con un tempo di permanenza medio di 54 giorni. Quest’ultima cifra è la seconda più alta in Italia dopo quella registrata a Macomer, in Sardegna: 59 giorni. (Nessuno ha approfondito perché le procedure nel Cpr sardo sono così lente).
Il Cpr di Torino non sarà particolarmente “attenzionato” dall’opinione pubblica, ma sicuramente lo è molto di più rispetto ad altri centri italiani, da cui non giungono praticamente notizie, e che la gente dimentica pure che esistono. Nei giorni scorsi un comunicato sindacale aveva accennato all’evasione di un certo numero di persone dal Cpr di Trapani, ma nessuno ha mai ripreso la notizia, neanche per smentirla.
Il Garante nazionale dei detenuti riesce a visitare ciascun centro sì e no una volta l’anno, e anche in quel caso non riceve informazioni sugli eventi critici che sono avvenuti in ciascun centro: tentativi di suicidio, atti di autolesionismo, risse, rivolte, aggressioni, eccetera. I centri non sono obbligati per contratto a tenere un registro degli eventi di questo tipo che sia consultabile dalle autorità di garanzia, quindi ogni gestore rilascia solo le informazioni che ritiene opportune. La proposta del Garante è quella di istituire un registro nazionale digitale degli eventi critici che avvengono nei Cpr, che sia consultabile anche a distanza dalle autorità di garanzia.
Scrive Pressenza che “chi abita vicino al Cpr di Torino è consapevole del viavai sempre più frequente di ambulanze che entrano ed escono dalla struttura”. Dire che è “sempre più frequente” è soltanto una sensazione, visto che mancano i dati precisi su quante volte è stato necessario inviare un’ambulanza al Cpr prima e quante dopo. La frequenza è una grandezza misurabile: in teoria il centro potrebbe tenere traccia degli eventi di questo tipo e informare la popolazione o il Garante di volta in volta.