L’Onu critica i Cie

La relatrice speciale dell’Onu sulla tratta di esseri umani, Joy Ngozi Ezeilo, ha presentato alla stampa le conclusioni preliminari della visita svolta in Italia dal 12 settembre scorso.
Lo riporta Diario del Web. Un’intervista con la Ezeilo è stata realizzata da Radio Vaticana. Entrambi i siti hanno pubblicato accanto all’articolo una foto di repertorio di anonimi stranieri. Per vedere una fotografia della Ezeilo bisogna andare sul sito dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Ohchr), dove c’è anche una lunga biografia della relatrice (in inglese).
La Ezeilo ha dichiarato che i Centri di Identificazione ed Espulsione sono delle prigioni, in cui le condizioni di detenzione sono rese più dure da carenti condizioni sanitarie, ambiente duro, e scarsa assistenza.
Manca da parte degli italiani la consapevolezza che chi fornisce alcuni servizi sessuali o di manodopera sia vittima di uno sfruttamento degradante e disumano.
Dare la priorità alla sicurezza delle frontiere senza un’adeguata attenzione agli obblighi internazionali dell’Italia di rispetto dei diritti umani “si rivela un modo inefficace e insostenibile per contrastare l’orribile fenomeno della tratta delle persone, soprattutto donne e bambini”, ha detto la relatrice.
Il tipo più diffuso di sfruttamento è quello a fini sessuali, seguito dallo sfruttamento lavorativo, presente in particolare nel sud del paese e nei settori agricolo ed edilizio. Un terzo settore, in crescita, è quello dell’accattonaggio da parte dei bambini, soprattutto rumeni.
Le vittime di tratta provengono soprattutto dall’Africa e dall’Europa orientale.

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L’Italia ha fornito armi ai regimi

Qualche tempo fa (ottobre 2011) Amnesty International ha messo a punto un rapporto in cui analizza la fornitura di armi a cinque stati che poi le hanno probabilmente utilizzate in attività contrarie ai diritti umani. C’è un solo stato che ha rifornito tutti e cinque i paesi. L’Italia.
In gran parte dei casi la trasparenza su questo tipo di commercio riguarda soltanto il valore in denaro dello scambio. E’ impossibile risalire al tipo di arma venduta, e all’uso che ne è poi stato fatto. In alcuni casi il velo viene squarciato, come nel caso di una fornitura di 7500 pistole e 3700 fucili venduti dall’Italia alla Libia nel 2009. Il traffico non era stato catalogato alla voce vendita armi da guerra, ma visto che dopo c’è stata la guerra civile, non è difficile immaginare come siano state utilizzate quelle armi.
L’opinione pubblica ha potuto conoscere tutto questo solo grazie ad un errore avvenuto a Malta, dove sono stati diffusi dati che sarebbero dovuti rimanere segreti.
Uno degli stati che viene monitorato è l’Egitto, che l’Italia avrebbe rifornito con quasi cinquanta milioni di euro di armi piccole e relative munizioni.
Al momento in Egitto si è giunti alla seconda fase delle elezioni. I partiti islamici sarebbero sempre in netto vantaggio. Ci sono state vittime nel corso delle recenti manifestazioni di protesta.
Verso molti degli stati protagonisti di repressioni sanguinose è scattato un embargo nel commercio di armi. “Troppo poco e troppo tardi”, ha commentato la portavoce di Amnesty International. Secondo lei bisognerebbe valutare prima e meglio le probabilità che le armi in vendita possano essere utilizzate per compiere o facilitare violazioni dei diritti umani, e in caso di risposta positiva, bloccare immediatamente questo tipo di trasferimenti.
Nei giorni scorsi il governo italiano ha cominciato a riallacciare i rapporti con la Libia, ripristinando anche alcuni punti del vecchio trattato che legava l’Italia col regime di Gheddafi. Fondi libici, bloccati durante la guerra, sono stati sbloccati. Siamo sicuri che non riprenderanno anche le vendite di armi?