Friuli: più di un Cpr. Per i richiedenti asilo? Indiscrezioni: forse Trieste disponibile

L’assessore regionale alle autonomie locali del Friuli Venezia Giulia Pierpaolo Roberti ha detto all’agenzia Dire che la sua Regione è disponibile ad ospitare “anche più Cpr” sul suo territorio. “Costano meno, e hanno un impatto enormemente minore sulla cittadinanza [rispetto all’accoglienza diffusa], essendo centri chiusi, di detenzione amministrativa, dove chi entra sta aspettando di essere rimpatriato perché non gli è stato riconosciuto alcuno status di protezione. Per il cittadino significa non avere più i richiedenti asilo in tutti i comuni e in tutte le città, ma al chiuso e sostanzialmente non vederli neanche”.
In pratica l’assessore sovrappone due discorsi diversi. Nel centro rimpatri ci sono gli stranieri che non hanno diritto all’asilo, mentre l’accoglienza diffusa riguarda quelli che hanno presentato richiesta d’asilo e stanno aspettando la risposta (ci vogliono anche due anni). Nel momento in cui si propongono “centri chiusi” per non avere richiedenti asilo “in tutti i comuni e le città” si lascia aperta l’ipotesi di tenere in stato di detenzione coloro che non hanno commesso reati, e che magari al termine dell’iter ottengono l’asilo e dovrebbero cominciare ad integrarsi in una nazione che fino a quel momento li ha tenuti rinchiusi. Oppure si ipotizzano criteri molto più stringenti e procedure più rapide nell’esame delle domande, con un aumento delle richieste rifiutate e conseguentemente dei rimpatri.
Di sicuro c’è che la regione ha già tagliato 1,2 milioni di euro ai programmi per i migranti. Si tratta di fondi che erano stati stanziati nel 2017 per progetti che si sarebbero dovuti concludere entro questo mese, ma che non erano stati ancora avviati.
Meno progetti per l’integrazione significa più stranieri abbandonati a sé stessi, magari in balia della criminalità. Per loro scatterebbero gli arresti, quindi l’accompagnamento ai centri di rimpatrio.
Al momento in Friuli non c’è neanche un centro rimpatri. L’ipotesi più probabile sarebbe la riconversione dei locali dell’ex Cie di Gradisca, al momento usati per l’accoglienza.
Il Fatto Quotidiano la settimana scorsa ha dedicato un articolo all’assoluzione di alcuni agenti di polizia per cui erano stati chiesti 20 anni di reclusione complessiva per avere trattenuto dei migranti.
L’inchiesta era partita dopo che una donna ucraina si era impiccata in una cella di sicurezza di un posto di polizia friulano, nel 2012.
Le motivazioni della sentenza spiegano che la tesi sostenuta dall’accusa (il reato di sequestro di persona a carico dei poliziotti) è così assurda da essere paragonata ad una fake news: renderebbe impossibile qualsiasi rimpatri di migranti irregolari, tranne quelli volontari.
Eppure per sei anni i poliziotti sono stati con il fiato sospeso: se in questo caso fosse passata la tesi dell’accusa, anche in tutte le altre operazioni di rimpatrio avrebbero potuto generare altri processi contro gli agenti e i funzionari coinvolti.
In Friuli in questi giorni sono aumentati i controlli ai confini, per scongiurare una possibile riapertura della rotta balcanica dopo la chiusura di quella mediterranea. Il presidente della Regione Fedriga si è detto molto soddisfatto. Ha parlato di ottimi rapporti con la Slovenia e di “proficuo dialogo” col ministro Salvini (che fa parte del suo stesso partito).
Fedriga sostiene l’eliminazione del soggiorno per motivi umanitari, promuove l’apertura “di centri per il rimpatrio che non consentano la libera circolazione di chi vi permane”. Quanti e dove, è ancora da stabilire.
Il Pd locale parla di “operazioni spot”, soffermandosi solo sull’arrivo dei pochi rinforzi arrivati sulla frontiera per un periodo che si suppone limitato.
“Quanto ai centri per il rimpatrio in cui mettere e detenere le migliaia di migranti presenti in regione, attendiamo che comincino i lavori di ristrutturazione degli edifici individuati, ad esempio alla caserma di Banne indicata dal sindaco di Trieste Dipiazza, dopo che saranno reperiti i milioni necessari per i lavori”.
Questa ci giunge nuova. Non se ne trova traccia, tra le notizie di questi giorni. Eppure a livello locale se ne è parlato alla fine del mese scorso. Il Piccolo ha pubblicato un servizio fotografico che mostra le condizioni di abbandono in cui si trova al momento la strutture.
Intanto le prime pagine nazionali stamattina sono occupate da un nuovo scontro sui migranti che coinvolge il Governo. Una imbarcazione con centinaia di migranti è diretta sulle coste italiane. Il Ministro Salvini insiste che i porti devono restare chiusi.

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Friuli: Cpr a Pordenone? Sardegna: contro il programma sovranista

Il Gazzettino insiste con la polemica che sarebbe sorta a livello locale a proposito dell’istituzione di un Centro di Permanenza per i Rimpatri a Pordenone.
La notizia non è stata ripresa dagli altri mass media online. L’articolo del quotidiano veneziano può essere letto solo a pagamento. Sembra che ad essere tirata in ballo sia la caserma De Michiel di Vivaro. Finora veniva dato per scontato che il Cpr friulano sarebbe stato allestito a Gradisca d’Isonzo, nei locali dell’ex Cie.
Per ora la questione esiste solo sulle pagine del Gazzettino.
Il governatore Fedriga in un comunicato diffuso ieri si è limitato ad auspicare “l’apertura di centri per il rimpatrio che non consentano la libera circolazione di chi vi permane”, senza entrare nel dettaglio.
Intanto L’Unione Sarda segnala la presa di posizione di uno degli schieramenti locali di opposizione di Macomer, che commenta negativamente l’appoggio dei pochi grillini presenti a Macomer al progetto del Cpr.
“Saremo i soli a contrastare il programma sovranista e pentastellato di Macomer”, dice il comunicato. Che nomina il sindaco della città e la sua maggioranza, ma non nomina esplicitamente né Minniti né il Pd.
In realtà l’idea di aprire un Cpr a Macomer non deriva dai sovranisti, né dai pentastellati, ma dall’ex ministro dem Minniti, che ha ideato il progetto di un Cpr per regione, e mentre era in carica ha fatto tappa in Sardegna per mettere a punto i dettagli.

Cpr-mania: riapriamo via Corelli? Pordenone?

L’assessore regionale alla sicurezza in Lombardia avrebbe ipotizzato la riapertura del centro rimpatri di via Corelli a Milano.
Lo scrive il Giornale, che riporta la risposta dell’assessore comunale al sociale Pierfrancesco Majorino, secondo cui “De Corato non sa di che parla. Per attuare quel tipo di soluzione ci vorrebbero o ci vorranno mesi. La regione deve spiegare come aiuta la città nelle prossime settimane”.
De Corato avrebbe in mente una rapida riconversione del centro di accoglienza, mantenendo la presenza della Croce Rossa. Majorino invece cerca di attirare l’attenzione sui transitanti, forse 200, che arrivano dalla Sicilia e iniziano a concentrarsi in stazione o a Porta Venezia.
Secondo il piano di Minniti ogni regione dovrebbe ospitare un Cpr. Per la Lombardia dovrebbe essere già stata individuata una struttura a Brescia. Ma il Giornale neanche la nomina, e comunque non circolano informazioni precise sui tempi necessari alla ristrutturazione dei locali e all’assegnazione dell’appalto.
Intanto sembra che il Gazzettino abbia dato spazio ad una diatriba sull’apertura di un centro rimpatri a Pordenone. Il sindaco avrebbe dato la disponibilità, qualcuno gli avrebbe risposto che si tratta di un’iniziativa sbagliata e fuori luogo, sarebbe “un’autentica bomba sociale”. L’articolo si può leggere solo a pagamento, gli altri siti di informazione non hanno ripreso la notizia, e sui social il sindaco non ha scritto nulla di esplicito in proposito.
Ieri, ispirandosi alla Meloni, il primo cittadino ci ha tenuto a precisare che non avrebbe indossato magliette rosse, che avrebbero solo compiaciuto “il pietismo peloso dei Lerner e Saviano”. L’iniziativa era stata lanciata dall’associazione Libera di don Ciotti, e non è terminata. Domani alcuni manifestanti saranno di fronte a Montecitorio.
Pordenone si trova in Friuli Venezia Giulia, l’ipotesi circolata ai tempi di Minniti prevedeva la riapertura del Cpr di Gradisca d’Isonzo, Gorizia.
L’ex ministro aveva detto in un’occasione di avere già individuato dieci località in cui aprire dei Cpr, ma non aveva diffuso nessuna lista. In questi giorni si è parlato di sei Cpr la cui apertura sarebbe imminente, ma di nuovo non circolano liste precise. Già è tanto che circola la lista dei Cpr funzionanti, molti mass media hanno diffuso elenchi sbagliati o non aggiornati.
Negli ultimi giorni Salvini si è occupato dei rapporti con la Libia per bloccare i flussi (entro l’estate visiterà tutti gli stati del nord Africa), della riduzione dei permessi umanitari, e della questione dei ricollocamenti negli altri stati dell’Unione Europea (si parla di 10 mila persone da mandare in Francia).

Fedriga: più di un Cpr, ma basta accoglienza

Il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha visitato il Cara di Gradisca, e ha dichiarato che la sua Regione è disponibile ad ospitare anche 4 o 5 Centri di Permanenza per i Rimpatri, ma il Cara deve chiudere.
“I centri per chi deve essere espulso devono essere centri semi-detentivi dai quali non si può uscire”, ha detto, secondo quanto riporta un lancio dell’Ansa pubblicato da Euronews (con molte parole attaccate a due a due per via di un errore nel copia-e-incolla).
Il problema è che il Cara non ospita chi deve essere espulso, ma chi chiede di essere accolto. La posizione di Fedriga però ricalca quella di Salvini: non è possibile che gli ospiti siano liberi di uscire tra le 8 e le 20, e in quel frattempo “fare quello che vogliono”.
Il lancio non spiega quale è la differenza tra centro detentivo e centro semi-dententivo.
Fedriga si trova inaspettatamente d’accordo con l’ex presidente della Regione Debora Serracchiani, del Pd. La quale ha detto che “la prima condizione affinché si possa istituire qui un centro per il Rimpatrio in cui raccogliere e vigilare un numero limitato di persone in attesa di rapida espulsione” è appunto la chiusura del centro di accoglienza, “la stessa richiesta che da presidente di Regione e da deputata ho già rivolto ai ministri Minniti e Salvini”.
Ma la Serracchiani aggiunge: “Rimane tuttavia una contraddizione nei numeri, perché si dice no anche all’accoglienza diffusa, perché i 4 o 5 Cpr che per Fedriga potrebbero essere aperti sul territorio della regione non avranno mai la capienza sufficiente a custodire tutti i richiedenti asilo che attualmente sono in Friuli Venezia Giulia, tra i quali vi sono molti minori non accompagnati. Non è questione di buonismo o pregiudizio ideologico ma di dare risposte praticabili e umane a problemi complessi”.
Insomma, la contraddizione rilevata dalla Serracchiani non è quella che si vogliono mettere i migranti da accogliere nei centri per i rimpatrio, ma riguarda soltanto la capienza.
Quanti sono i richiedenti asilo in Friuli? Secondo dati diffusi due giorni fa i richiedenti asilo sarebbero circa 4.500, pari allo 0,37% della popolazione regionale.
Dice ancora la Serracchiani: “L’esperienza passata del Cie di Gradisca dovrebbe averci istruito sulla complessità della gestione di simili strutture di detenzione e anche su come sono accolte dalla popolazione”.
E qui si ferma lei, e si fermano gli articoli in proposito. Chi non ricorda i fumi dei lacrimogeni durante le rivolte notturne, chi non ricorda lo straniero finito in coma e poi morto nel tentativo di evadere non saprà niente in proposito.
Il piano dei Cpr annunciati da Minniti ne prevedeva uno in ogni regione, escluse Molise e Val d’Aosta, con una capacità di 80-100 posti, che sono diventati 150 quando sono iniziati a uscire i bandi. L’ex Ministro dell’Interno ne è riuscito ad aprire soltanto due, in Puglia e Basilicata (mentre ne veniva devastato un altro in Sicilia). Stava lavorando all’apertura di altri Cpr in Sardegna, Emilia Romagna, Friuli e altre strutture non meglio precisate (7, si dice), quando è subentrato al suo posto Salvini.
La nuova giunta friulana ha cancellato interventi destinati all’accoglienza, istruzione e formazione degli stranieri per oltre un milione di euro per quest’anno e il prossimo, secondo quanto scrive Diario Del Web. Ha invece stanziato 50 mila euro per favorire il rientro volontario assistito.
Il discorso sui 4-5 Cpr per regione invece è completamente nuovo e tutto da verificare. Il Ministro Salvini non ha ancora detto niente, su questo fronte. Al momento si sta occupando del tentativo di fermare gli sbarchi, di influire sulla linea mantenuta dall’Europa sul fronte delle migrazioni, e delle trattative con gli stati nordafricani perché siano loro a bloccare i flussi prima della traversata del Mediterraneo.

Pordenone, qualche inesattezza

Titola il Secolo d’Italia: “Pordenone, immigrato colleziona 27 denunce ma chiede asilo politico”. Uno che legge il titolo cosa pensa? Che la richiesta d’asilo è stata presentata dopo le denunce. Ma nell’articolo c’è un’altra versione: l’uomo ha vissuto a Pordenone dal 2016 in qualità di richiedente asilo, e in questo periodo è stato segnalato 23 volte per ubriachezza molesta, collezionando altre 4 denunce per violenza a pubblico ufficiale. “Richiedente asilo denunciato” è diverso da “denunciato, ma chiede asilo”. Il Secolo d’Italia è di destra quindi ha scelto la forma che veniva più incontro alle sue esigenze.
Meglio il Gazzettino? Non tanto. Il titolo sul quotidiano veneto è: “Segnalato 24 volte in due anni per ubriachezza molesta: giovane rimpatriato in Gambia”.
Il “giovane” ha 27 anni, e non è stato affatto rimpatriato: è stato portato al Cpr di Brindisi in attesa di rimpatrio.
Foto di repertorio: il braccio di un bianco accanto a una bottiglia di vino.
Il Secolo scrive che dall’inizio del mese di maggio gli accompagnamenti al Cpr organizzati dalla locale questura sono stati 8: 4 a Bari, 3 a Brindisi e 1 a Torino.
A proposito di gambiani: il sito Sardinia Post ha intervistato un ventenne proveniente dal Gambia che sta cercando lavoro dalle parti di Uta, in Sardegna.
Per quale motivo si è allontanato dal suo Paese? Prima di tutto perché, a sedici anni, si è opposto al matrimonio combinato di sua sorella tredicenne con un venticinquenne. La sua ribellione “è stata considerata un’offesa”, e uno zio gli ha dato i soldi per fuggire all’estero.
E poi, all’epoca “in Gambia c’era un presidente dittatore, in molti temevano di essere perseguitati”, dice.
Il presidente in questione era Yahya Jammeh, salito al potere parecchi anni prima con un colpo di stato.
Secondo Wikipedia, Jammeh è rimasto al potere dal 1994 vincendo tre elezioni: nel 2001, 2006 e 2011. Ha poi perso le elezioni del 2016. L’enciclopedia parla di “oppressione dei giornalisti contrari al governo e dei partiti d’opposizione”, oltre che degli omosessuali.
Il suo successore è un certo Adama Barrow, che si è formato a Londra, e ha avuto qualche difficoltà a insediarsi visto che ad un certo punto Jammeh si era rifiutato di accettare il risultato delle votazioni.
Secondo una stima del 2017, il tasso di disoccupazione in Gambia è del 29,8%, il quarto risultato più alto al mondo (l’Italia nello stesso periodo era stimata all’11,6%, quarantesimo posto).

No alla riforma di Dublino

E’ andato tutto storto a Bruxelles, dove doveva essere approvata la riforma del trattato di Dublino in materia di spartizione delle quote di migranti tra gli stati europei. C’è stato il parere contrario dell’Italia, dei paesi del gruppo Visegrad, della Germania e anche della Spagna.
La Grecia non si è allineata con l’Italia, il fronte sud è spaccato, a quando si dice, ma dichiarazioni dei politici greci non vengono riportate.
La proposta su cui si è votato era quella avanzata dalla Bulgaria. Diario Del Web spiega nel dettaglio in cosa consiste: il meccanismo di redistribuzione scatterebbe su base volontaria quando un certo paese si sovraccarica del 160% rispetto all’anno precedente, ma diventerebbe obbligatorio solo quando si arriva al 180%. Percentuale che viene considerata troppo alta dai paesi mediterranei. La penale per il rifiuto di un richiedente da parte di uno Stato scenderebbe a 30 mila euro anziché 250 mila. In più c’è una responsabilità di 10 anni per il Paese in cui il migrante è entrato, che i paesi mediterranei hanno chiesto di abbassare a 2.
Secondo alcuni il progetto di riforma è definitivamente morto, secondo altri c’è margine per discuterne alla riunione che ci sarà alla fine del mese tra i leader europei (il primo appuntamento estero del premier Conte), o in un successivo incontro informale previsto a luglio.
Alcuni siti web hanno titolato a proposito di un’asse che si sarebbe creata tra l’Italia e i paesi del gruppo di Visegrad, ma la situazione è molto più complessa. Mentre all’Italia farebbero comodo meccanismi di redistribuzione automatica tra i vari paesi, il gruppo Visegrad non vuole sentirne parlare, almeno fino a quando non ci sarà la chiusura delle frontiere. Un esponente politico belga ha dichiarato che qualsiasi accordo potrà essere fatto solo quando le barche intercettate nel Mediterraneo saranno portate in Tunisia. Prima i respingimenti, poi le ripartizioni.
La posizione di Conte si trova in un articolo di Regioni.it: “L’Europa ha consentito chiusure egoistiche di molti Stati membri che hanno finito per scaricare sugli stati frontalieri, e in primo luogo sul nostro Paese, gli oneri e le difficoltà che invece avrebbero dovuto essere condivisi. Per questo chiederemo con forza il superamento del regolamento di Dublino, al fine di ottenere l’effettivo rispetto del principio di equa ripartizione delle responsabilità e di realizzare sistemi automatici di ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo”.
Salvini, che non era presente a Bruxelles per via della votazione della fiducia al Governo al Senato italiano, si è comunque detto soddisfatto della spaccatura che si è creata in Europa.
Il presidente del Parlamento europeo Tajani è favorevole alla riforma del regolamento di Dublino, e a questa aggiunge “un piano Marshall per l’Africa” e un accordo con Libia e paesi di transito, sul modello di quello già stipulato con la Turchia.
La Germania vorrebbe la riforma del regolamento prima dell’inizio della presidenza austriaca, che sarebbe troppo restrittiva.
Il commissario europeo Avramopoulos è ancora ottimista: “se slittiamo di un paio di settimane non è la fine del mondo”, ha detto quando ancora l’incontro era in corso, secondo quanto scrive SkyTg24
Sul fronte politico locale, l’arrivo di Salvini al Ministero dell’interno ha creato un po’ di subbuglio, nell’ipotesi che il Ministro leghista voglia portare avanti il piano Minniti sull’apertura dei Cpr in ogni regione.
In Liguria si discute l’ipotesi Albenga, in Friuli di Gradisca d’Isonzo, ma anche della Cavarzerani di Udine. Nonchè della voce incontrollata di cinquemila persone da “rinchiudere” in tutta la regione.
Intanto la lista di Cpr che è circolata nei giorni scorsi è stata aggiornata. Siti molto autorevoli hanno detto che sono quattro. San Francesco Patrono d’Italia oggi ne elenca cinque: della lista fa parte anche il Cpr di Bari, riaperto da Minniti. C’è ancora quello di Caltanissetta, che è stato chiuso a fine dell’anno scorso dopo una rivolta (sempre che non sia stato riaperto poi all’insaputa di tutti). C’è ancora la stranissima definizione del Cpr di Torino che si troverebbe a Settimo Torinese (a una ventina di chilometri da dove effettivamente è). E soprattutto manca qualsiasi riferimento al Cpr di Potenza – Palazzo San Gervasio, entrato in funzione dall’inizio di quest’anno.
Un articolo di ieri sulla Nuova del Sud racconta la storia di un trentaduenne con seri problemi psichici che si trova attualmente nel Cpr della Basilicata. Nonostante questo, la stampa nazionale è ancora all’oscuro del fatto che il centro sia in funzione.

Udine, due accompagnamenti ai Cpr

Due stranieri fermati ad Udine sono stati accompagnati in due diversi Centri di Permanenza per i Rimpatri.
Uno è un marocchino ventitreene, pluripregiudicato per reati non meglio precisati, che è stato portato al Cpr di Bari. L’altro è un trentacinquenne nigeriano, finito invece al Cpr di Torino.
La notizia è riportata dal sito Il Friuli, all’interno del comunicato della Questura che riferisce l’esito di un’operazione di controllo del territorio.
Quindi la Puglia è ancora l’unica regione italiana con due Cpr (Bari e Brindisi). Dell’apertura del Cpr a Gradisca al momento non se ne parla più. Un articolo di una decina di giorni fa sul Piccolo riferiva che il flusso di migranti in transito a Gorizia è molto diminuito: tre al giorno, rispetto ai 15-20 di qualche mese fa. Merito, secondo l’articolo, del trattamento più intransigente verso i “dublinanti”: gli stranieri entrati in Europa da un paese che non è l’Italia, vengono rapidamente rispediti nel paese di primo ingresso. Non rimpatriati, ma comunque allontanati dall’Italia. Col passaparola si è sparsa la voce tra gli stranieri che passare da Gorizia non è più conveniente.