Gradisca, dettagli sul processo

C’è pochissima attenzione mediatica sul processo ai danni dell’ex direttore del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Gradisca e del centralinista che sono stati rinviati a giudizio per la morte di un cittadino georgiano avvenuta all’interno della struttura a gennaio 2020.
Gorizia Oggi ha pubblicato un articolo dettagliato dedicato alla vicenda. Al momento sono escluse responsabilità delle forze dell’ordine: la morte viene collegata con l’uso di non meglio precisate sostanze stupefacenti. La responsabilità del personale della struttura sarebbe collegata con un possibile ritardo nei soccorsi.
Le responsabilità delle forze dell’ordine vennero escluse subito dall’autopsia, pochi giorni dopo il fatto. I segni di violenza sul corpo non erano tali da essere causa dell’edema che ha causato il decesso. Le indagini tossicologiche sarebbero state determinanti per stabilire cosa lo aveva provocato.
Il centro aveva riaperto da poco più di un mese. Un sindacato di polizia, pur respingendo le “incaute accuse all’operato degli agenti”, aveva riconosciuto che in poche settimane si erano già registrati incidenti, rivolte, e un livello di tensione che tiene gli operatori costantemente in condizioni di massima allerta.
L’attenzione doveva rimanere alta, per evitare che si verificassero altri drammi.
“Si vive una situazione esplosiva, e per gli operatori in carenza di precisi protocolli, senza una standardizzazione degli interventi, in carenza di informazioni sul profilo igienico sanitario, con turni massacranti quando c’è da fronteggiare proteste, rivolte, fughe, risse che sono continue”.
Circa un mese fa nel Cpr di Gradisca c’è stato un suicidio. Il nome del migrante che si è tolto la vita non è mai stato diffuso, la notizia è stata praticamente dimenticata. Un garante locale dei detenuti ha detto che visto che il fatto è avvenuto ad un’ora dall’ingresso dello straniero nella struttura, difficilmente è collegabile con le condizioni di vita nel centro.
Al processo per la morte del georgiano parteciperà anche il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, in qualità di parte lesa. Mediaticamente la notizia non ha attirato nessuna attenzione.
Palma è finito brevemente nelle cronache pochi giorni fa, quando è stato aggredito da un imprecisato detenuto nel reparto psichiatrico del carcere di Santa Maria Capua Vetere, Caserta. Poche righe senza dichiarazioni. Nessuno ha criticato gli agenti della penitenziaria per essere intervenuti, in questo caso, ma nessuno li ha neanche ringraziati.
Mentre dopo la morte del cittadino georgiano il Garante visitò il centro di Gradisca e parlò con tutte le persone coinvolte, l’ultimo suicidio non ha attirato particolarmente la sua attenzione. Del resto è solo una goccia nel mare: a metà di agosto si erano già registrati 57 suicidi in carcere dall’inizio dell’anno.
In quei giorni Palma scriveva: “Troppo brevi sono state in molti casi le permanenze all’interno del carcere per supportare la visione [deterministica che connette le decisioni estreme alla difficoltà materiale della detenzione]. Troppo frequenti sono anche i casi di persone che a breve sarebbero uscite per non capire che a volte, spesso, è l’esterno a far paura quasi e più dell’interno”.

Gradisca, 2 rinvii a giudizio

Dice il Piccolo che l’ex direttore del centro rimpatri di Gradisca e il centralinista di turno sono stati rinviati a giudizio per la morte del georgiano Enukidze.
L’accusa è omicidio colposo, il processo si terrà il 13 gennaio.
L’articolo è riservato solo agli abbonati. La foto è quella di un militare qualsiasi fuori dalla struttura.
La notizia non è stata ripresa finora da altri siti web.
Lo straniero è morto a gennaio 2020, per un malore. Pochi giorni prima era stato arrestato e trascinato via con la forza da alcuni agenti intervenuti per sedare una rissa nata dopo un tentativo di ribellione o di compiere atti di autolesionismo. Una delle ipotesi che sono state fatte fin da subito è che la morte possa essere stata una conseguenza della violenza dell’intervento delle forze dell’ordine.
Del caso si era occupato anche il deputato radicale Riccardo Magi.
Il quale in questi giorni si sta occupando di un altro caso di una persona ferita gravemente in relazione ad un intervento poliziesco, quella di Hasib Omerovic, caduto dalla finestra a Roma nel corso di una perquisizione senza mandato.
Magi è stato rieletto nel collegio Piemonte 1 a Torino. Nonostante questo, il suo partito non ha ottenuto un buon risultato. In particolare Emma Bonino è rimasta fuori, sconfitta di poco dall’antiabortista Mennuni in un collegio uninominale. Magi ha fatto notare che Calenda non si fosse presentato per conto proprio, in quel collegio si sarebbe potuto vincere.

Pordenone, pakistano accompagnato a Gradisca

Un cittadino pakistano ventiduenne entrato in Italia attraverso il confine austriaco è stato accompagnato al Cpr di Gradisca d’Isonzo.
Il giovane era stato ospitato in un hub a Pordenone, ma si era reso responsabile di comportamenti violenti contro il personale del centro, a causa dell’abuso di alcol.
Il sito Trieste Cafè ha pubblicato presumibilmente il comunicato della questura, scritto in legalese, aggiungendoci un titolo di fantasia: “Cittadino pachistano spesso ubriaco picchia le guardie del Cpr di Gradisca, rimpatriato”.
Ovviamente nel testo sottostante non si parla delle guardie di Gradisca, ma del personale dell’hub di Pordenone (che è gestito da personale civile, non da guardie, non essendo una struttura detentiva), e si dice chiaramente che non c’è stato il rimpatrio ma solo l’accompagnamento al Cpr.
Tra l’altro è specificato che lo straniero era “in attesa della procedura cd Dublino per il suo trasferimento in Austria”.
Il comunicato non spiega di cosa si tratta. Evidentemente è ancora in vigore il regolamento di Dublino, che prevede che un richiedente asilo non possa circolare liberamente in Europa come i cittadini comunitari ma sia costretto a rimanere nello Stato di primo ingresso. A meno che non sia stato ricollocato in un altro Stato, sulla base di quote che non hanno molto a che vedere con la volontà dei migranti.
L’Italia è uno degli Stati che maggiormente ha fatto pressione per la riforma del regolamento di Dublino: essendo uno Stato di primo ingresso, si troverebbe ad affrontare tutto il peso dell’accoglienza degli stranieri giunti in Europa attraverso il Mediterraneo. Un piano di ricollocamenti è stato avviato, ma non si discute della sua entità, e comunque viene contrastato dagli altri Stati europei, che non vogliono sobbarcarsi ulteriori costi di gestione dell’ospitalità nei confronti dei migranti. La Brexit è avvenuta anche per motivi legati alla gestione delle migrazioni, mentre in Europa restano Stati come l’Ungheria che sono contrari ai ricollocamenti. Comunque non sono contro la riforma: l’Ungheria è uno Stato di primo ingresso per via dei migranti che arrivano dalla Serbia, e non vuole occuparsene, per cui da alcuni anni ha iniziato i respingimenti dei richiedenti asilo che passano il confine.
E se da un lato c’è chi spinge per costringere l’Ungheria ad accettare la sua quota di migranti, dall’altro c’è chi lo considera Paese non sicuro, sulla base di una sentenza del consiglio di Stato del 2017.
A Gradisca intanto non si parla più del suicidio avvenuto nel Cpr all’inizio del mese. L’uomo che si è tolto la vita era un altro cittadino pakistano. Visto che era entrato nel centro da un’ora soltanto, l’opinione pubblica si è tranquillizzata: il gesto non può essere stato motivato dalle condizioni di vita all’interno del centro. A distanza di varie settimane, ancora non è stato diffuso il nome del suicida, né si sa cosa ne è stato della salma.

La Ehm non dice nulla

La deputata Yana Ehm, eletta nella precedente candidatura con i 5 Stelle e oggi candidata in Unione Popolare con De Magistris, non ha detto praticamente niente in questi giorni a proposito dei Centri di Permanenza per i Rimpatri.
Secondo l’Ansa, dopo la notizia del suicidio avvenuto nel Cpr di Gradisca, la parlamentare sarebbe entrata nel centro. A catena, l’informazione è stata riportata da molti altri siti: Stranieri In Italia, Giornale di Brescia
Vita invece racconta un’altra versione, per certi versi più plausibile: la candidata si sarebbe recata fuori dal Cpr chiedendo di entrare, mentre era in corso una manifestazione con un centinaio di persone. Il gestore del centro l’avrebbe invitata a mandare una Pec alla prefettura, per chiedere l’autorizzazione secondo le normali procedure, e l’onorevole starebbe ancora aspettando la risposta.
Da parte sua, sui social non ha scritto niente. Dalla data del suicidio, sono comparsi solo due nuovi tweet. Uno contro la Lega che ce l’ha con gli zingari, uno sul fatto che non ci sarà nessun processo penale per punire i responsabili della morte di una reporter palestinese (“molto probabilmente” soldati israeliani).

Gradisca, ancora mancano le generalità

A distanza di sei giorni dal suicidio di un migrante pakistano nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Gradisca d’Isonzo, Gorizia, ancora non si conoscono le generalità del recluso che ha compiuto il gesto.
Un gruppo di cittadini ha protestato di fronte alla struttura due giorni fa, chiedendo di entrare. Tra loro c’era anche Yana Ehm, deputata eletta nella scorsa legislatura con i 5 Stelle e oggi candidata con Unione Popolare, che ha chiesto di visitare il centro. Le è stato detto che bisogna richiedere l’autorizzazione tramite Pec. Lei ha inviato la richiesta alla Prefettura, finora non è giunta risposta.
A protestare c’era anche un consigliere regionale friulano oggi candidato per Sinistra Italiana, che è stato intervistato da Vita.
Il politico ha chiesto la chiusura dei Cpr e la riforma della legge Bossi-Fini, per far sì che esistano modalità legali per entrare in Italia.
Per quanto riguarda il Pakistan, ha parlato di migliaia di morti a causa delle inondazioni. Le persone che arrivano da quel Paese vanno considerate migranti ambientali, prima che economici.
Nel corso del 2021 sono transitati nei Cpr 43 pakistani, tutti uomini. I rimpatri totali (non necessariamente a partire dai Cpr) sono stati soltanto 9. Il Garante nazionale delle persone private della libertà ha diffuso dati più precisi solo relativamente alle 10 principali nazionalità contate nei centri rimpatri. Al decimo posto c’era il Ghana, con 52 persone in tutto (tutti uomini).
“Quanti posti hanno i Cpr in Italia? Qualche centinaio? Forse un migliaio?”, si chiede l’intervistato. Al 31 dicembre 2021 i posti effettivamente disponibili, secondo i dati del garante, erano 744, a fronte dei 1.775 posti teorici se tutti i centri lavorassero a pieno regime.
La Ehm sui social non ha scritto niente a proposito di quello che è successo a Gradisca. L’ultimo suo tweet è il video di un candidato leghista che promette di cacciare gli zingari da Firenze, riprendendosi di fronte a una di loro. “Sanno bene come si discrimina e come si offende, soprattutto una donna indifesa”, scrive la Ehm, aggiungendoci l’hashtag #salvinivergognati.

Manifestazione al Cpr di Gradisca

Il 31 agosto nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Gradisca un cittadino pachistano si è suicidato.
A distanza di 5 giorni ancora non se ne conosce il nome e non è stata diffusa la foto.
Di fronte alla struttura c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato un centinaio di persone.
La deputata Yana Ehm, candidata della lista Unione Popolare con De Magistris ha visitato la struttura.
L’Ansa ha riportato la notizia, ma senza le dichiarazioni della parlamentare al termine della visita.
Il Garante nazionale dei detenuti non si è visto né sentito. Il Garante locale ha detto che non necessariamente la morte è collegata col modo in cui è gestita la struttura, visto che lo straniero era entrato da appena un’ora.
Pressenza si chiedeva nei giorni scorsi se la visita medica all’ingresso del pachistano sia stata abbastanza accurata, visto che non ha rilevato incompatibilità con la detenzione.
Su Twitter la Ehm non si fa sentire da alcuni giorni, dopo un tweet in cui critica il fatto che per assistere al comizio di Giorgia Meloni a Firenze bisogna prenotare. La deputata, eletta nel Movimento 5 Stelle nella precedente legislatura e poi fuoriuscita, è ora candidata in Toscana.
Il sito Trieste Cafè riporta acriticamente un comunicato attribuito a Mediterranea Saving Humans in cui si sottolinea che i giornali non hanno diffuso nome e foto del suicida. “Forse per qualcuno deve rimanere solo un numero, in modo che la sua storia sia dimenticata il prima possibile”, si legge nel testo.
Per gli attivisti si tratterebbe di “omicidio di Stato”: “Corri ragazzo corri, i carcerieri non ti prenderanno”, avrebbero scritto, ma il comunicato non compare sul sito ufficiale dell’associazione.
Che è una Ong che si occupa di soccorso in mare. L’ultimo tweet è datato 3 settembre e riporta la segnalazione di un’imbarcazione in difficoltà con 80 persone a bordo, raccolta dal servizio Alarm Phone. Un altro tweet parla di una vendita di libri a Napoli che serve per finanziare il progetto.
All’inizio di agosto il Garante nazionale dei detenuti aveva segnalato il quarantaquattresimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno, il quarto in quarto giorni.
La cifra era in aumento rispetto all’anno precedente, e questo spingeva a pensare alle cause strutturali, piuttosto che ai motivi individuali.
La persona che si era tolta la vita, di cui non veniva pubblicato nome e foto, aveva tentato il suicidio sei volte in tre mesi e mezzo. La morte era avvenuta nel carcere di Ascoli Piceno.

Dopo il suicidio a Gradisca

La Bottega del Barbieri ha pubblicato un articolo dedicato ai Cpr, a seguito della notizia del suicidio di un cittadino pachistano nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Gradisca d’Isonzo.
L’autore è un candidato di Unione Popolare alla Camera, processato e assolto due volte per l’opposizione al “campo di concentramento” di Gradisca, come lui definisce il Cpr.
Purtroppo non sono ancora trapelate informazioni più precise sulla persona che si è tolta la vita. Non solo non c’è la foto, ma non c’è neanche il nome, il luogo in cui è stato fermato, il fatto se avesse o no dei precedenti penali, quando era entrato in Italia e perché.
L’autore dell’articolo sostiene che “fuggiaschi ed emigranti di ogni parte del mondo hanno diritto di accoglienza; il mondo e l’Italia hanno tutto lo spazio e le risorse per accoglierli. Solo l’organizzare ordinatamente i viaggi per nave ed aereo per i migranti potrebbero rilanciare la marineria commerciale e l’aviazione civile nazionale”. E se la prende con “beoti e ingenui” che minimizzano la gravità di quanto è avvenuto, e con la “fascistella de noantri” Giorgia Meloni, di cui linka un video in lingua spagnola, con sottotitoli in Italiano, in cui la leader Fdi viene presentata come “la futura presidenta de Italia” ad un raduno di del partito spagnolo Vox.
In quell’intervento, risalente al mese di giugno, la Meloni raccontava che in Italia “centinaia di giovani nordafricani hanno messo a ferro e fuoco una cittadina turistica e poi sul treno hanno circondato e molestato sessualmente sei ragazze … Pensate se dei giovani delinquenti italiani o spagnoli avessero fatto lo stesso contro ragazzine africane. Avremmo sentito la sinistra urlare al mostro razzista e machista. Invece ancora una volta tutti zitti, perché la sinistra difende la donna solo fino a quando non incontra il mostro straniero. Perché in quel momento scatta il riflesso ideologico e il criminale straniero vale più della donna”.
I migranti non sono profughi, perché non scappano da una guerra, dice la Meloni: quando c’è una guerra, come in Ucraina, gli uomini rimangono a combattere, mettendo in salvo donne e bambini.
Quelli che arrivano in Italia sono uomini soli in età da lavoro: “la sinistra, che è il braccio armato degli interessi delle grandi concentrazioni economiche, ha steso loro tappeti rossi sapendo che quella manodopera a basso costo avrebbe fatto concorrenza al ribasso ai nostri lavoratori. Altro che solidarietà: per loro erano nuovi schiavi da sfruttare”.
Nell’articolo la Meloni viene contestata per la sua proposta di blocco navale che è stata molto discussa negli ultimi giorni. Per il centrosinistra il blocco navale è un atto di guerra che prevede di aprire il fuoco sulle navi nemiche. Fratelli d’Italia ha spiegato più volte che per blocco navale intende un’operazione d’intesa con le autorità libiche per rimandare indietro i migranti o impedire le partenze.
Si tratterebbe di ripartire dall’operazione Sophia. Qualcuno ha notato che la Meloni aveva criticato quell’operazione. Ma il motivo era proprio che i migranti bloccati in mare venivano portati in Italia anziché in Libia.
Ancora più a sinistra c’è chi afferma che in realtà la Meloni intende ripartire da Minniti, esponente del Pd, che quando era ministro dell’Interno ha appunto stipulato accordi con le autorità libiche per bloccare le partenze.
Insomma, mentre una parte della sinistra accusa la Meloni di portare avanti politiche disumane, un’altra parte la accusa di portare avanti le stesse politiche del Pd.
Un articolo del Post parte dalla solita diatriba sul significato dell’espressione “blocco navale”, usata con due accezioni diverse da destra e sinistra. Ma soprattutto parla dei motivi per cui non sarebbe positivo: non verrebbero tutelati i diritti umani dei migranti rimandati in Libia, visto che i gruppi che si contendono il territorio dello Stato nordafricano sono restii a permettere il controllo delle autorità internazionali sui centri di detenzione presenti sul loro territorio.

Gradisca, le vasche di plexiglass

“Chiunque sia entrato [nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Gradisca d’Isonzo] e abbia visto le ‘vasche’ di plexiglas che chiudono le celle comuni non può non aver pensato al più barbaro zoo”.
Lo ha detto un consigliere regionale di Open Sinistra Fvg commentando la notizia del suicidio di un cittadino pachistano nel Cpr friulano.
Le sue dichiarazioni sono state riportate da Friuli Sera, senza essere integrate con altre informazioni che sono circolate in queste ore. Il garante locale dei diritti dei detenuti ha notato che il suicidio è avvenuto dopo un’ora dall’ingresso dell’uomo nella struttura, quindi è presto per dire che il suo gesto sia collegato col modo in cui è gestita.
Al momento non si conosce ancora il nome del suicida. Soprattutto non si sono mai viste le fotografie di queste vasche in plexiglas, contro cui si era espresso anche qualche sindacato di polizia. Il plexiglas infatti è un materiale che può essere mandato in frantumi, e le schegge possono essere usate come arma sia nelle risse tra reclusi che nelle rivolte contro le forze dell’ordine. Ai giornalisti viene impedito l’ingresso, e le delegazioni politiche che visitano il centro non sono autorizzate a scattare fotografie.
Il plexiglas è anche collegato indirettamente con la morte di uno straniero nel Cpr di Gradisca: le forze dell’ordine lo trascinarono via in maniera violenta proprio perché, a quanto si è detto, stava mandando in frantumi una di queste separazioni, aggredendo poi un compagno di prigionia che cercava di impedirglielo. A distanza di pochi giorni l’uomo si sentì male e morì. La magistratura aprì un’indagine, ma non sembra che sia stato condannato qualcuno in proposito, né che si sia dimostrata la relazione tra l’intervento della polizia e il successivo malore.
Dello straniero suicida non si conosce ancora niente. Ad esempio non si sa se aveva precedenti penali o no. Nella propaganda di sinistra chi finisce al Cpr non ha commesso reati. Nella propaganda di destra è un pericolo per la società. Ma nessuno raccoglie dati concreti.
Pressenza scrive che il suicidio è avvenuto per mezzo di un cappio legato al collo.
Apparentemente lo straniero non aveva dato segni che lasciassero trasparire il suo stato di disperazione, al momento della visita di primo ingresso. Pressenza ipotizza che la visita non sia stata abbastanza accurata, oppure che non era ancora avvenuta.
L’ultimo suicidio nel Cpr di Gradisca è avvenuto a dicembre 2021. Un cittadino marocchino si è tolto la vita per autosoffocamento, mentre si trovava in quarantena precauzionale prima di essere messo insieme agli altri reclusi.
Anche in quel caso gli articoli sono stati scritti senza sapere il nome della vittima, e senza pubblicarne la fotografia.

Suicidio nel Cpr di Gradisca

Un ventottenne pachistano di cui ancora non si conosce il nome si è suicidato con modalità che non sono state specificate nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Gradisca.
Lo straniero era stato trasferito a Gradisca “da un’altra questura, forse dopo essere stato individuato in Italia”, scrive la Tgr Friuli Venezia Giulia.
Si trovava in una camerata con altre persone, ma ha aspettato che gli altri uscissero a fumare una sigaretta, appena un’ora dopo il suo ingresso nella struttura.
Globalist riporta le dichiarazioni del Garante comunale dei detenuti, attinte dal Messaggero Veneto: “Avendo trascorso solo un’ora al Cpr sarei prudente nel citare le condizioni di vita all’interno come causa o concausa di un gesto così estremo”.

Gradisca, chiesti due rinvii a giudizio

La procura di Gorizia ha chiesto due rinvii a giudizio in relazione alla morte di un cittadino georgiano trattenuto nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Gradisca d’Isonzo avvenuta a gennaio 2020.
Si tratta dell’operatore di turno al centralino e addirittura del direttore del centro.
Secondo quanto ricostruito dalla Procura, i compagni di stanza dello straniero avrebbero segnalato che l’uomo aveva problemi respiratori fin dalle prime ore della notte. I soccorsi furono allertati soltanto alle dieci della mattina.
L’accusa è quindi quella di omicidio colposo, che secondo la definizione generica è l’atto di causare la morte di una persona senza intenzione ma per negligenza, imprudenza, imperizia o violazione di qualche norma.
I siti web riportano in breve la notizia, senza dare spazio alla linea difensiva e con foto di repertorio del muro esterno del Cpr.
Non ricostruiscono inoltre la catena di eventi che portarono alla morte dell’uomo, che venne portato via con la forza dopo una rissa, un tentativo di rivolta o di compiere atti di autolesionismo, e passò dal carcere prima di tornare al Cpr e morire infine in ospedale.
La causa ufficiale di morte comunque sarebbe edema polmonare e cerebrale.
I principali risultati dei motori di ricerca in relazione al nome dell’uomo ricostruiscono un quadro molto frammentario. All’epoca la storia aveva destato un certo scalpore, anche perché alcuni politici avevano tirato in ballo le responsabilità dello Stato in questo decesso. Tra questi, il parlamentare Riccardo Magi, radicale, di +Europa.
Anche il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, si era interessato alla vicenda, visitando le varie strutture coinvolte (Cpr, carcere e ospedale) e ascoltando i testimoni, senza trarre nessuna conclusione che potesse influenzare o contrastare i risultati dell’inchiesta in corso. “Non essendo nello stile del Garante nazionale fornire anticipazioni rispetto a un esame ancora formalmente in corso, il non emergere, stando alle prime valutazioni dei periti, di elementi indicativi di un pestaggio come causa principale della morte di Vakhtang Enukidze non diminuisce l’assoluta volontà di fare piena luce su eventuali comportamenti lesivi della sua integrità fisica nel periodo in cui è stato privato della libertà dall’autorità pubblica”, scriveva in un comunicato a fine gennaio 2020.
Scrive Il Piccolo che il Garante ora risulta tra le “persone offese” nel processo, come pure nella stessa categoria risultano anche i parenti della vittima.
Il sito accenna vagamente anche all’uso di “sostanze stupefacenti” non meglio precisate.
Ora ci dovrà essere un’udienza preliminare davanti al Gup entro la fine dell’estate.