Le raccomandazioni del Garante

Pochi giorni fa è uscito il rapporto annuale del Garante nazionale delle persone private della libertà. Oltre 400 pagine dedicate agli argomenti più disparati, dalle carceri alle camere di sicurezza, alle operazioni di rimpatrio forzato eccetera. Alla presentazione c’era anche il Presidente della Repubblica, ma ben pochi mass media hanno fatto mente locale sui contenuti del documento. Anche perché i vari capitoli in cui è strutturato hanno titoli molto vaghi, difficilmente navigabili dai giornalisti alla ricerca di notizie su cui scrivere articoli nell’immediato. Ad esempio il capitolo sulle migrazioni si intitola “Orologi molli”, mentre quello sulla morte di Moussa Balde al Cpr di Torino si intitola “Quanto dura per sempre: a volte un attimo”.
In realtà il rapporto contiene anche l’elenco delle raccomandazioni del Garante in materia di centri per i rimpatri. I giornalisti non se ne sono praticamente accorti, anche perché la lista non ha un titolo a parte ma si trova in coda alle raccomandazioni in materia di rimpatrio forzato di cittadini stranieri (in fondo a pagina 244). Sono undici raccomandazioni, non numerate, inserite in una tabella nella quale, nella colonna di destra, viene riportata anche la risposta ricevuta dalle autorità, se c’è.
E non sempre c’è: in quattro casi la casella viene lasciata in bianco.
Il Garante si raccomanda che l’Autorità di pubblica sicurezza si assicuri che tutta la documentazione sanitaria sia disponibile, inclusa la scheda sanitaria redatta dalla struttura detentiva o assistenziale di provenienza, e che ogni ulteriore informazione utile a valutare lo stato di salute del migrante sia fornita al medico chiamato ad accertare la compatibilità della persona col trattenimento. Non ha ricevuto risposta.
Il Garante chiede di “inibire l’utilizzo di ambienti per il trattenimento delle persone, anche per periodi brevi o brevissimi, che non siano dichiarati come tali”. Non spiega cosa significa, e comunque non ha ricevuto risposta.
Richiesta più semplice: ogni Cpr deve avere “un regolamento interno che definisca le regole” della struttura. Nessuna risposta.
Infine chiede di predisporre per tutti i locali in cui le persone sono trattenute un registro con ingressi, uscite, tempi di permanenza, richieste espresse, servizi garantiti, accadimenti particolari. Nessuna risposta.
Ad altre raccomandazioni invece viene affiancata anche una risposta ricevuta, per quanto parziale possa essere.
Ad esempio la prima raccomandazione riguarda la piena ed effettiva attuazione della libertà di corrispondenza telefonica. I trattenuti dovrebbero poter “ricevere telefonate ed effettuare chiamate senza limitazioni”, anche in video. La risposta è che “La Prefettura di Nuoro sta rivedendo in tal senso le prassi in uso all’interno del Cpr di Macomer, consentendo l’utilizzo dei telefoni cellulari da parte degli ospiti presenti nel centro”. Quindi non soltanto c’è una situazione in cui ogni Prefettura decide per conto suo, per cui ogni migrante viene trattato diversamente a seconda del Cpr in cui si trova, in barba al principio per cui la legge dovrebbe essere uguale per tutti; ma nove prefetture su dieci apparentemente non si sono mostrate interessate all’argomento.
In effetti servirebbe una trattazione sistematica di come ci si regola centro per centro. Ma questa trattazione non c’è, o è mimetizzata. E comunque il Garante non ha visitato tutti i Cpr italiani. Su 10, ne ha visitati solo 6 nel corso del 2021. Ad essere esclusi sono stati entrambi i Cpr siciliani, come del resto anche tutte le carceri e le camere di sicurezze e strutture di privazione della libertà di altro genere che si trovano in Sicilia. Nessuno ha spiegato perché. E neanche il Garante locale dei detenuti sembra essersi mai espresso esplicitamente a proposito dei Cpr siciliani.
Una delle raccomandazioni del Garante nazionale riguarda il trattamento dei minorenni, che dovrebbero essere indirizzati in strutture apposite. Risposta: “La Direzione centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo rinvia al Dipartimento della pubblica sicurezza”. Soddisfacente, no?
Il Garante chiede di garantire che l’attestazione di idoneità alla permanenza nel Cpr sia realizzata sempre da un medico del Servizio Sanitario Nazionale. Risposta: la Prefettura di Torino ha riavviato le interlocuzioni con Regione e Asl per coinvolgere i medici del Ssn. E le altre prefetture? Chissà.
Altro punto: cure e assistenza sanitaria. La risposta riguarda solo una circolare diffusa dalla Prefettura di Torino.
Una delle richieste riguarda l’Ospedaletto del Cpr di Torino, ossia il luogo dove si è suicidato Moussa Balde e dove in passato è morto un altro straniero per un malore. L’Ospedaletto non è più in funzione. Comunque non si dice niente a proposito delle procedure di isolamento negli altri Cpr.
Ultimo punto: bisognerebbe “assicurare la conoscibilità delle regole di convivenza nei Centri, comprese le misure strettamente indispensabili per garantire l’incolumità delle persone, nonché quelle occorrenti per disciplinare le modalità di erogazione dei servizi predisposti per le esigenze fondamentali di cura, assistenza, promozione umana e sociale e le modalità di svolgimento delle visite”.
Esito: “E’ in corso presso il Ministero dell’Interno la revisione del regolamento Unico dei Cie del 2014, così come più volte richiesto dal Garante nazionale”.
Traduzione: anche se il ministro Minniti, che ha istituito i Cpr, ha garantito che si tratta di strutture diverse rispetto ai Cie che li hanno preceduti, i centri rimpatri continuano a funzionare sulla base del regolamento dei centri di espulsione, dopo cinque anni che hanno cambiato denominazione.

Garante detenuti, relazione al Parlamento 2022

E’ online la relazione annuale del Garante nazionale delle persone private della libertà. E’ un documento di 415 pagine, a cui se ne aggiungono 116 contenenti dati, grafici e tabelle. Si parla di carceri, strutture psichiatriche, camere di sicurezza, eccetera, ma anche di navi-quarantena, hotspot, e Centri di Permanenza per i Rimpatri dei migranti.
Alla presentazione del rapporto hanno partecipato numerose autorità, tra cui il Presidente della Repubblica Mattarella.
Il testo del discorso di Mauro Palma, che presiede l’organismo collegiale, è stato pubblicato integralmente dal sito del Manifesto. Come al solito è pieno di concetti astratti e qualche immagine poetica (“…l’indeterminatezza nebbiosa del viandante di fronte a un precipizio all’orizzonte luminoso dell’isola di Rugen…”), a tenere lontani i lettori distratti.
Comunque, secondo i dati i Cpr attivi sul territorio italiano sono 10, per una capienza complessiva di 711 posti. Il 49 per cento delle persone che vi transitano viene rimpatriato, in media nel giro di 36 giorni. Questo vuol dire che oltre la metà dei trattenuti poi esce e torna di nuovo sul territorio italiano.
I dati relativi ai trattenuti marocchini continuano a non essere notati. Quella marocchina è la terza nazionalità più rappresentata nei Cpr, con 420 trattenimenti nel corso dell’intero anno 2021. Di questi, ne sono stati rimpatriati soltanto… 4! Poco meno dell’1%. Questo significa che nel 99% dei casi il loro trattenimento è inutile, si conclude con un nulla di fatto. Il dato è in linea con quello diffuso l’anno scorso, eppure a quanto pare nessuno lo nota. In teoria se non è possibile rimpatriare le persone verso un certo Paese non ha senso trattenerle nei Cpr. Ma la ministra Lamorgese non prende provvedimenti, né c’è qualche soggetto pubblico che insista particolarmente su questo punto.
Per fare un confronto, il 64% dei tunisini trattenuti viene poi rimpatriato: 1.818 su 2.805.
Le tabelle fornite dal Garante sono dettagliatissime e forniscono anche i motivi di rilascio. Nel caso dei marocchini, 2 sono stati riconosciuti richiedenti protezione internazionale, 9 sono stati arrestati all’interno dei centri, 52 sono stati rilasciati perché il trattenimento non è stato convalidato dall’autorità giudiziaria, 110 sono stati dimessi per motivi vari e 243 sono stati dimessi perché non identificati allo scadere dei termini (ossia dopo tre mesi).
Le tabelle del Garante contengono anche qualche dato che di solito non arriva ai mass media, ossia quello delle evasioni o “allontanamenti arbitrari”. Nel corso dell’anno ben 60 stranieri sono riusciti ad allontanarsi. Come hanno fatto e quando, non si sa. Probabilmente i siti web non hanno riportato neanche i brevi comunicati delle questure, sempre che siano stati diffusi. In 50 casi ad allontanarsi sono stati cittadini tunisini, in 9 casi si è trattato di egiziani, in un caso è stato un algerino a fuggire. Sono stati catturati in seguito? Può anche darsi, ma è impossibile per l’opinione pubblica ricostruire le loro storie.
Un altro dato che di solito viene sottovalutato è quello delle donne straniere trattenute. Sono state solo 5, ossia lo 0,09% degli stranieri transitati nei Cpr. A quanto ne sappiamo solo il centro rimpatri di Roma Ponte Galeria era dotato di una sezione femminile, che però, visti i numeri, o è vuota o è stata riconvertita ad altri usi.
Tra l’altro, di queste 5 donne, 3 sono state rilasciate per mancata convalida del trattenimento da parte dell’autorità giudiziaria, una è stata riconosciuta come richiedente protezione internazionale.
Chi è quella che è stata rimpatriata, e verso dove? Non si sa. Le tabelle ci danno solo informazioni sulle nazionalità delle cinque: due nigeriane, una rumena e due tunisine.
Nella tabella dei giorni di permanenza media notiamo il dato bassissimo dei Cpr siciliani: Caltanissetta – 14 giorni; Trapani – 15. Dal primo sono stati rimpatriati 496 stranieri su 564, cioè l’87%; dal secondo 123 su 180, quindi il 68%. Potrebbe trattarsi di rimpatri verso la Tunisia di stranieri appena sbarcati in Italia e trasferiti al Cpr direttamente dalle navi-quarantena o dagli hotspot.
All’altro estremo troviamo il centro rimpatri di Macomer, che ha un tempo di permanenza medio di 73 giorni, con soli 35 rimpatri l’anno, su 197 persone transitate: il 17%, peggior risultato in Italia.
Nessuno ha spiegato chiaramente qual’è il motivo di questa inefficienza.
Dei 10 Cpr presenti sul territorio nazionale, il Garante è riuscito a visitarne solo 6: Milano, Torino, Macomer, Palazzo San Gervasio, Brindisi e Bari.
L’intera Sicilia è stata snobbata: non solo il Garante non ha visitato i locali Cpr, che si sospetta siano stati usati con funzione di hotspot in alcuni casi, ma non ha visitato neanche carceri o strutture di altro genere.
Le strutture definite “hotspot” in Italia sono soltanto quattro, di cui una non è mai stata in funzione in tutto il 2021: quella di Messina. I tre hotspot operativi sono Taranto, Pozzallo e Lampedusa. Quest’ultimo è ancora il principale centro di smistamento dei migranti, con 35 mila stranieri transitati nel corso dell’anno, pari al 79 per cento del totale. A Pozzallo ne sono passati 7 mila, a Taranto poco più di 1.500.
Approfittando della conferenza di Mauro Palma, un’esponente della Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili ha realizzato un video di sei minuti in cui riassume i soliti motivi per cui bisognerebbe chiudere i Cpr.

Palma: ripensare i Cpr

Il Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma ha concesso un’intervista al Manifesto in preparazione alla diffusione del suo rapporto annuale che presenterà al Parlamento il 20 giugno.
Palma ha detto che i Cpr devono essere “totalmente ripensati”. Si può procedere al rimpatrio forzato se una persona non ha diritto a stare sul territorio e costituisce un rischio per la sicurezza, “ma serve un chiaro accertamento e una precisa motivazione. La persona non è riassumibile in un momento. Vanno indagate le cause dell’irregolarità. Comunque i luoghi di attesa dell’eventuale rimpatrio non possono essere gli inutili contenitori che abbiamo oggi”.
Bisogna superare la logica dell’emergenza e rendersi conto che l’immigrazione oggi è un fenomeno strutturale. Non si può continuare a farsi cogliere di sorpresa ogni volta.
Palma dice in maniera generica che se non esistono accordi di rimpatrio con lo Stato di origine la detenzione ai fini del rimpatrio è inutile, visto che la finalità non può essere raggiunta.
Finora nessuno ha analizzato i dati suddivisi per nazionalità. L’anno scorso erano circolati numeri in base ai quali su oltre trecento cittadini del Marocco trattenuti ne erano stati rimpatriati solo 3, ma nessuno cita questo dato né verifica se il problema sia stato risolto in qualche modo.
Palma si è occupato anche delle “strutture idonee” al trattenimento istituite da Salvini. Sono 44, e grazie alla Lamorgese e all’Unione Europea ora cominciano ad essere organizzate in base a regole più strutturate, ed alcune sono già state visitate.
Inoltre il Garante ha commentato l’esperienza delle navi-quarantena, che si è conclusa a distanza di due mesi dalla fine dell’emergenza. In termini di diritti erano insufficienti: “il personale della Croce Rossa non aveva la formazione necessaria”.
Qualche dichiarazione ha riguardato Lampedusa, le navi Ong e i ritardi nel soccorso in mare e nelle decisioni riguardanti i porti di sbarco.

Il Garante diffonde i dati aggiornati

Il Garante dei detenuti Mauro Palma ha diffuso i dati relativi ai migranti transitati nei Centri di Permanenza per i Rimpatri dall’inizio dell’anno al 15 novembre.
In primo piano c’è il dato sulla percentuale dei rimpatri, al di sotto del 50% delle persone transitate, in linea con quanto registrato negli anni scorsi. Questo significa che in un caso su due la privazione della libertà risulta “ingiustificata e fine a sé stessa”, come il Garante ha già sottolineato nelle relazioni al Parlamento degli ultimi anni.
Un altro dato significativo è quello che riguarda i migranti “allontanatisi arbitrariamente”, che sono stati 51. In percentuale non è un granché, solo 1,14% del totale, soltanto che nelle cronache non risultano tutte queste evasioni. Non si sa di che nazionalità siano, non si sa se sono evasi in gruppo o individualmente, se avevano precedenti gravi o no, se sono stati riacciuffati in seguito.
La percentuale di stranieri effettivamente rimpatriati è del 49,70% di quelli transitati nei Cpr. Il 16% invece è stato dimesso per mancata identificazione allo scadere dei termini: si tratta di 746 stranieri che non sono stati regolarizzati, ma rilasciati con l’ordine di allontanarsi dall’Italia con mezzi propri e probabilmente rimasti nel Paese in situazione di irregolarità. C’è poi un 15% è stato rilasciato perché il trattenimento non è stato convalidato dall’autorità giudiziaria. Un 13% risulta dimesso per “altri motivi”. Un 1% ha richiesto protezione internazionale, a cui si aggiunge un altro 1% di “allontanatisi arbitrariamente” e un 1% di “arrestati all’interno dei centri”: 50 persone. Infine c’è uno 0,02% di “deceduti all’interno dei centri”: 1 solo caso, registrato a Torino in primavera (suicidio).
Queste statistiche sono in gran parte al maschile, ma non completamente: su 4.489 stranieri transitati nei Cpr ci sono state anche 5 donne (0,11%): in tre casi il trattenimento non è stato convalidato dall’autorità giudiziaria, una è risultata essere richiedente protezione internazionale e soltanto una è stata effettivamente rimpatriata: verso la Nigeria. Le altre erano 2 tunisine, 1 rumena e un’altra nigeriana.
A quanto si sapeva, l’unico Cpr ad avere una sezione femminile era quello di Roma – Ponte Galeria. Evidentemente quella sezione è pressoché vuota per gran parte del tempo, sempre che non sia stata riconvertita per ospitare gli uomini.
Oltre la metà degli stranieri transitati nei Cpr sono tunisini: 2.463 uomini e 2 donne, pari al 54,9% del totale. Seguono gli egiziani, a quota 10% (di recente qualcuno aveva chiesto di sospendere i rimpatri verso l’Egitto per motivi legati al rispetto dei diritti umani). Ci sono poi i marocchini a quota 7% (il confine col Marocco è al momento chiuso a causa della pandemia, ma solo per due settimane). Gli albanesi sono a quota 4%, i nigeriani al 3%, algerini e gambiani a 2% (una novantina di persone per ciascuna nazionalità), rumeni e georgiani a 1. Seguono numerose nazionalità che hanno registrato cifre inferiori (meno di 50 persone transitate nei centri per ciascun Paese di provenienza).
Le statistiche sui rimpatri a partire dal Cpr sono leggermente diverse in quanto a proporzioni: abbiamo un 71% di tunisini (1.602 persone), 11% di egiziani, 6% di albanesi, 2% di rumeni, 1% di georgiani, gambiani e nigeriani, e tutte le altre nazionalità sono sotto le 20 unità.
Il Garante ha diffuso anche una tabella coi valori totali dei rimpatri, che includono anche chi è stato accompagnato alla frontiera senza passare dal Cpr: i tunisini sono stati 1.655 (togliendo il 1.602 passati dal Cpr restano 53 rimpatriati direttamente). Gli albanesi sono stati il 19% del totale (576 persone), gli egiziani il 9%, georgiani e ucraini il 2%, moldavi e gambiani l’1%, tutte le altre nazionalità sono al di sotto delle 30 unità ciascuna.
Tra i dati relativi ai singoli centri, spicca come sempre quello relativo a Macomer: su 185 persone transitate ne sono state rimpatriate solo 35, pari al 18%. E’ il risultato più basso d’Italia, avvicinato soltanto da quello di Torino, dove la percentuale è sempre del 18% ma su un numero di stranieri maggiore: 631 persone transitate, 114 rimpatriate.
Nessuno ha ancora spiegato perché il risultato in questi casi risulta così basso.
Il 63% dei rimpatri avviene con volo charter, il 24% con volo commerciale senza scorta, e il 12% con volo commerciale con scorta (368 casi).
Una curiosità: nei Cpr è transitato anche un cittadino statunitense, che poi è stato rimpatriato.

Rapporto del Garante dei detenuti al Parlamento: Mappe E Dati

Sul sito del Garante Nazionale delle persone private della libertà è stato caricato un pdf di 88 pagine intitolato Mappe E Dati, che è parte integrante della Relazione al Parlamento del 2021.
La sezione migranti è la prima.
Contiene una tabella contenente ile nazionalità delle persone transitate nei Cpr nel corso del 2020. La nazionalità più rappresentata è quella tunisina, con 2.623 presenze. Al secondo posto, staccatissima, c’è quella marocchina con 490 presenze. Terza quella nigeriana a quota 204.
In particolare, tra le donne spicca la nazionalità cinese a quota 47, seguita da quella nigeriana a 33, mentre Albania, Georgia, Marocco, Tunisia e Ucraina superano quota 10.
Le donne rappresentano appena il 5% del totale dei trattenuti.
Per quanto riguarda i motivi di uscita dai Cpr, il tasso di rimpatri è del 50% (2.232 su 4.387), in linea con i dati diffusi negli anni passati. In 723 casi il trattenimento non è stato convalidato dall’autorità giudiziaria. In 683 casi i migranti sono stati “dimessi per altri motivi”. 565 migranti sono stati dimessi perché non identificati allo scadere dei termini. 73 sono stati arrestati, 56 sono diventati richiedenti protezione internazionale, e 3 sono deceduti.
Il dato degli “allontanatisi arbitrariamente” è sempre più alto di quanto riportato dalla cronaca: 52 persone, ossia l’1%. Insomma ogni cento migranti che vengono portati al Cpr, uno riesce ad evadere.
Nella tabella riguardante le prime 10 nazionalità in relazione con i motivi d’uscita, spicca il dato del Marocco, con 203 “dimessi perché non identificati allo scadere dei termini” su 490 totali: vale a dire che nel 41% dei casi non è possibile identificare i marocchini (la percentuale di tunisini non identificati entro lo scadere dei termini è solo il 2%). Molto alto anche il dato degli arrestati all’interno dei centri: 25 di nazionalità marocchina, a fronte di solo 21 tunisini, che sono cinque volte più numerosi.
Vari squilibri si trovano anche nel resto della tabella: gli egiziani e gli albanesi (ma anche romeni e georgiani) vengono effettivamente rimpatriati molto più di frequente rispetto ai nigeriani, che sono molti di più.
Interessante anche la tabella dei tempi di permanenza media, che contiene dati che di solito vengono snobbati dai giornalisti, i quali spesso fanno riferimento solo al tempo di permanenza massimo. Il dato non è aggregato a livello nazionale, ma è suddiviso per i singoli centri. Il minimo è 8 giorni al Cpr di Milano, il massimo è 73 giorni al Cpr di Macomer, in Sardegna.
Un altro dato che spesso viene snobbato è quello riguardante il numero dei centri presenti sul territorio nazionale. La tabella del Garante contiene una lista di 10 strutture. Per 3 di loro però c’è la dicitura “chiuso”: Caltanissetta (fuori uso da aprile 2020), Palazzo San Gervasio (da maggio 2020) e Trapani Milo (da febbraio 2020). Due i centri entrati in funzione nel 2020: Macomer (a gennaio) e Milano (a settembre).
Il documento contiene anche una tabella col numero di persone rimpatriate per provincia di provenienza. In cima alla classifica c’è Roma a quota 510, seguono Milano a 466, Gorizia 446, Torino 431, Bari 333, Brindisi 165, Trapani 56. La prima provincia non sede di Cpr è Palermo, a quota 51.
Nella relazione sono stati inseriti anche i dati relativi ai primi quattro mesi del 2021. 922 degli stranieri transitati quest’anno nei Cpr erano tunisini, 100 egiziani, 93 marocchini.
Quest’anno ci sono già stati 14 allontanamenti arbitrari, di cui praticamente non ha saputo niente nessuno.
La riapertura del Cpr di Trapani Milo era prevista per fine maggio. I mass media non hanno seguito gli sviluppi della notizia. Il Cpr di Caltanissetta sarebbe rientrato in funzione il 1 maggio. Quindi ancora non si hanno dati in proposito.
Sul fronte della permanenza media, stavolta si distingue Palazzo San Gervasio, con 11 giorni. Milano è staccato di poco, 17 giorni. Brindisi, Torino e Macomer superano i 50 giorni (il Cpr sardo si avvicina ai 60).
Le pagine successive sono dedicate ai detenuti nelle carceri, pure con qualche attenzione alla presenza degli stranieri, suddivisi per aree geografiche. Il 53% dei detenuti stranieri proviene dall’Africa.
All’uscita del rapporto ha accennato anche il sito Pressenza, in un articolo in cui si dà un quadro più ampio e analitico dell’intero settore, includendo l’elenco degli accordi bilaterali tra l’Italia e alcuni degli Stati di provenienza dei migranti.
L’articolo nota anche che verso alcuni Paesi “il numero dei rimpatri è superiore al numero di persone detenute nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, il che significa che è possibile rimpatriare anche senza la detenzione, ricordiamo in assenza di reato penale, nei Cpr” (l’ultima frase evidenziata in neretto).
Il problema è che su questo fronte mancano completamente i dati. Anche se gli attivisti si ostinano a dire che coloro che finiscono nei Cpr non hanno commesso reati, sono smentiti quotidianamente dalla cronaca, che riporta l’accompagnamento al Cpr di persone subito dopo la convalida dell’arresto o al momento della scarcerazione dopo avere scontato una pena per reati anche gravi. E’ vero che nei Cpr ci finiscono anche stranieri appena sbarcati e considerati migranti economici, che non possono avere commesso reati anche perché dal momento dello sbarco non sono mai stati liberi di muoversi sul territorio. Peccato che non vengano raccolte statistiche in proposito. Quanti dei migranti che transitano nei Cpr hanno commesso reati e quanti no? Non si sa. Sarebbe interessante conoscere anche il tipo di reati, visto che la vendita di borsette contraffatte è un reato diverso rispetto all’omicidio, ma tutto ciò resta al di fuori di qualsiasi rilevamento.
I giuristi chiedono di superare gli automatismi in base ai quali un pregiudicato viene considerato per forza un pericoloso criminale da espellere. Non è giusto che un trentenne oggi non possa regolarizzarsi solo perché quando aveva diciotto anni è stato trovato con un po’ di marijuana in tasca, dicono. E nel frattempo l’opinione pubblica ragiona di clandestini in blocco, non solo non avendo statistiche che separano chi ha commesso reati violenti da chi ha commesso reati non violenti, ma non avendo neanche statistiche che dividono chi ha commesso reati da chi non li ha commessi.
E la politica che dice? A parte il clamore sugli sbarchi, qualche visita sporadica ai Cpr e il lavoro sottotraccia per dare una sistemata al settore, c’è ben poco.
Una decina di giorni fa Il Giornale ha pubblicato un’intervista all’ex ministro socialista Martelli in cui si critica la politica portata avanti dal Pd, che ha puntato sui porti aperti e sulla libera circolazione in Europa, pur con vari cambi di rotta. “Quando Minniti ha riprovato a governare il fenomeno, lo hanno preso a sassate. Così la Lega è passata dal 4 al 17%”, dice Martelli.
“L’ultima trovata” è quella dello Ius Soli proposto da Letta. Secondo Martelli lo ius soli c’è già, lo ha introdotto lui e per ottenerlo servono 10 anni di residenza in Italia. La cittadinanza per diritto di nascita a suo dire andava bene solo negli Stati Uniti, paese di immigrazione che aveva bisogno di dare il diritto di voto ad immigrati e schiavi.
Su La Voce è uscito un articolo dettagliato a proposito dello ius soli, o “cittadinanza alla tedesca”, in riferimento alla legge approvata dalla Germania nel 2000. A quanto dice l’articolo i figli di stranieri nati in Italia devono aspettare 18 anni di residenza ininterrotta per ottenere la cittadinanza, mentre in Germania si parla di 8 anni di permesso di lungo soggiorno.
Letta ha accennato un paio di volte alla questione, come se fosse basilare, ma poi in pratica si è andati a rilento, e “il divorzio appena sancito fra Beppe Grillo e Giuseppe Conte sembra imporre una forzata attesa”, dice l’articolo con riferimento agli eventi più recenti.
Nel 2013 il Movimento 5 Stelle aveva proposto di rendere italiano un bimbo nato in Italia da genitore straniero residente da tre anni, dice il sito. La proposta di legge era stata firmata da ben 95 deputati M5s. Poi però non se n’è fatto niente.
Peccato che ora il Movimento abbia ben altri problemi, l’intero scenario politico non è poi così stabile, le emergenze sono sempre altrove. Ci si aspettano tempi molto lunghi.

E’ uscito il rapporto del Garante dei detenuti sui Cpr

Il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma ha caricato sul suo sito web un documento di 44 pagine col bilancio delle visite effettuate nei centri di Permanenza per i Rimpatri negli ultimi due anni (14 visite in tutto). La notizia è passata sotto silenzio su quasi tutti i siti web, con qualche eccezione tipo Radio Cl1 di Caltanissetta, che non fa altro che prendere nota di un lancio dell’Ansa.
Le conclusioni tratte dal Garante sono che molte delle raccomandazioni proposte nei rapporti degli anni passati sono rimaste lettera morta: non soltanto non si sono risolte le problematiche segnalate nei centri esistenti, ma sono state riproposte in quelli di nuova apertura: “manifestazioni di protesta, ribellioni e danneggiamenti si sono succeduti senza sosta; inoltre, mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici: tra giugno 2019 e luglio 2020 cinque cittadini stranieri hanno perso la vita mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa”.
La percentuale di stranieri rimpatriati è sempre intorno al 50% di quelli trattenuti. Il Garante vede con favore il dimezzamento del tempo di permanenza massimo, ora sceso di nuovo a tre-quattro mesi, visto che il raddoppio a sei mesi, nel 2018, aveva “determinato ulteriori, purtroppo tangibili, elementi di stress su un sistema già largamente deficitario.
Le criticità secondo il garante riguardano vuoti ordinamentali, carenze di regolazione, problemi strutturali e inadeguatezze gestionali.
Manca ancora una legge nazionale che regoli la vita all’interno del Cpr, così che si vengono a creare “trattamenti differenziati e non omogenei tra le varie strutture del territorio nonché situazioni di informalità che rischiano di mettere a repentaglio i diritti fondamentali delle persone trattenute”.
Nei Cpr mancano “ambienti di socialità, spazi per attività fisica, luoghi di culto, locali per iniziative formative e culturali, che peraltro attenuerebbero le tensioni”.
I bagni non hanno porte, “come se l’individuo smettesse di essere persona con propria totalità umana da preservare nella sua intrinseca dignità, dimensione sociale, culturale, relazionale e religiosa per essere ridotta esclusivamente a corpo da trattenere e confinare”, scrive il Garante. (Oppure come se le porte fossero state usate come arma durante le rivolte, si potrebbe aggiungere).
I ripetuti danneggiamenti da parte dei trattenuti richiedono continui interventi di manutenzione di difficile attuazione con continuità: i due Cpr siciliani sono ancora chiusi, mentre quello di Palazzo San Gervasio ha riaperto da poco.
Finalmente il Garante affronta il problema del sequestro dei cellulari nei Cpr, dicendo che le regole sono molto differenti da centro a centro, perlopiù restrittive. La requisizione dei telefoni avviene “nella maggior parte dei centri”. Gli apparecchi messi a disposizione dall’ente gestore sono scarsi e spesso fuori uso, e non consentono di ricevere telefonate.
I Cpr di Trapani, Torino, Macomer e Milano, più il settore maschile di Ponte Galeria, non consentono ai reclusi di possedere un proprio telefono cellulare. In altri (Bari, Brindisi, Palazzo San Gervasio e Caltanissetta) il il telefono sarebbe ancora consentito, a condizione di danneggiare la videocamera al momento dell’ingresso e che non vi sia accesso alla rete internet. Il Cpr di Caltanissetta però è chiuso, mentre Palazzo San Gervasio potrebbe avere cambiato le regole di recente.
Al Cpr di Gradisca invece sarebbe consentito ancora il possesso di smartphone da parte dei reclusi.
Il rapporto fornisce numerosi dettagli a proposito del modo in cui è gestita l’assistenza sanitaria, l’isolamento, l’informazione legale, e ci sono considerazioni a proposito dei locali in cui i trattenuti sono alloggiati. Vengono fornite nel testo informazioni sui nomi degli enti gestori e sulla capienza teorica ed effettiva al momento delle ispezioni.
Mancano però tabelle riassuntive riguardanti le nazionalità prevalenti dei trattenuti, il dettaglio dei motivi di uscita dai centri (rimpatrio, scadenza dei termini, allontanamento,…) e statistiche riguardanti i tempi di permanenza medi e la situazione di provenienza dei reclusi (gente appena sbarcata o ex detenuti?).

Garante, dati sui Cpr

Con il peggiorare della situazione coronavirus in Italia, il Garante nazionale dei detenuti ha deciso di ricominciare la pubblicazione del suo bollettino periodico con i dati provenienti da carceri e altri luoghi di privazione della libertà. Così tornano in circolazione informazioni che la stampa nazionale e locale solitamente snobba. Ad esempio: i Centri di Permanenza per i Rimpatri operativi sul territorio nazionale al 22 ottobre erano 10; peccato che nel comunicato ne vengono nominati soltanto sette. I posti disponibili in totale sono 548, ben lontani dai 1800 che era l’obiettivo dell’allora ministro dell’Interno Minniti quando ha istituito i Cpr. I posti sono occupati soltanto in parte: all’interno dei centri ci sono 344 persone trattenute, di cui solo 8 donne. A Roma i reclusi sono 102, a Torino 73, a Gradisca 58, a Macomer 45. A Bari ce ne sono 32, a Brindisi 27, a Milano soltanto 8. Mancherebbero all’appello 3 centri, forse quelli di Sicilia e Basilicata (chiusi per lavori?).
La parte del comunicato relativa a Cpr e hotspot è stata ripresa acriticamente da Globalist, con foto di repertorio di stranieri in una piazza, si presume, scattata chissà quando chissà dove.
La notizia di una funzionaria di polizia risultata positiva al coronavirus a Macomer, con conseguenti tamponi per i reclusi è sparita dai radar dell’informazione. Restano solo due righe sul sito dell’Unione Sarda, secondo cui “è rientrato l’allarme nel Cpr”.
Alarm Phone intanto si occupa su Twitter di un naufragio avvenuto nei pressi delle Canarie. Secondo la ricostruzione fornita, una nave della marina senegalese avrebbe urtato una imbarcazione carica di migranti. Si temono dozzine di morti. Ma l’associazione si sta occupando anche della situazione in Italia, dove la Mare Ionio, della Ong Mediterranea Saving Humans, è stata di nuovo bloccata dal Governo. L’associazione dice che la decisione arbitraria di non far salire a bordo gli attivisti è stata presa a Roma, ed è completamente in linea con la volontà europea di impedire alle navi Ong di operare in acque dove in poco più di un mese si sono contati circa 300 morti. Altre 5 navi Ong risultano bloccate in porto con varie motivazioni.

Conferenza dei garanti dei detenuti

Sul sito di Radio Radicale è possibile vedere l’intera registrazione della seconda giornata della conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà che si è svolta in Campania (dura 3 ore e un quarto). Sui mezzi di informazione è trapelato ben poco. Alcuni siti locali hanno diffuso un comunicato del Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasìa, che si è soffermato sulla “criminalizzazione dei telefoni cellulari in carcere” in un periodo in cui i colloqui coi familiari sono resi difficoltosi dall’emergenza pandemia, e ha parlato anche del decreto sicurezza approvato pochi giorni fa da questo Governo: “è un atto molto importante che farà emergere dalla clandestinità migliaia di persone. Riconosce e amplia il ruolo del Garante delle persone private della libertà, consentendo a coloro che sono trattenuti nei Cpr di rivolgersi ai garanti per rappresentare i propri problemi e presentare reclami”. Finora i garanti non avevano accesso ai Cpr? Mah, i mass media non hanno detto questo. Certo è che è difficile imbattersi nelle dichiarazioni di un garante territoriale in materia di Cpr. Anche la questione dei cellulari è rimasta nel vago, per quanto riguarda i Cpr: per alcuni è stato istituito il divieto di usare i cellulari in tutti i Cpr italiani, secondo altri il provvedimento riguarda soltanto alcuni settori, altri ancora pensano sia solo una situazione temporanea. Il Faro Online ha pubblicato anche il link alla relazione di Anastasìa pubblicata sul sito della Regione Lazio, ma tutti il riferimento al decreto sicurezza che si trova nel comunicato non fa parte della relazione.
Un articolo pubblicato dal sito LasciateCIEntrare fa il quadro della situazione dei migranti in quarantena in un Cas di Trapani. Gli stranieri non hanno ricevuto molte informazioni che permettano loro di rendersi conto dei motivi e dei tempi dell’isolamento, mentre la popolazione locale è spaventata dall’idea di vivere vicino ad un centro in cui ci sono irregolari che potrebbero avere il coronavirus ed è molto ostile. Il 24 settembre la polizia ha trasferito un gruppo di uomini al Cpr di via Corelli a Milano, che è appena tornato in funzione. Uno degli stranieri per evitare il trasferimento si è buttato dal secondo piano, fratturandosi entrambe le gambe. E’ stato ricondotto al centro; il ricovero è durato solo due giorni. Il 9 ottobre sono stati rimpatriati 80 tunisini in un giorno, dice il sito, senza specificare da dove. Il gestore del centro è la cooperativa Badia Grande: “I re del business dell’accoglienza ne hanno approfittato subito anche in questa situazione: tanto i servizi sono ridotti all’osso”. Il centro che dovrebbe ospitare i migranti per la quarantena è diventato un centro “pre-rimpatrio”, dice l’articolo.
Dalla Libia non arrivano novità sul caso dei pescatori prigionieri dell’esercito di Haftar. Il caso sta diventando un nuovo caso-marò, col Tempo che dà spazio alla campagna leghista che fa pressione sul Governo al fine di trovare una soluzione rapida al problema (e forse inconsapevolmente alza la posta in gioco).
Sempre il Tempo dedica poche righe all’attacco di Attilio Lucia contro il sindaco di Lampedusa: durante l’estate viaggiavano sulle stesse ambulanze sia i lampedusani e sia i migranti, e il contagio di coronavirus si è diffuso. “Per colpa dei clandestini il Covid è arrivato a lampedusa, hanno contagiato medici, maestre e bambini, stanno contagiando tutti. Lampedusani, attaccate il sindaco e andate in comune ha sfasciare tutto”, avrebbe detto il personaggio, definito dal sito semplicemente un “attivista”.
In realtà si tratta del vicepresidente della Lega a Lampedusa. Il mese scorso era stato denunciato (insieme ad Angela Maraventano, poi finita nei pasticci per via di alcune frasi infelici sulla mafia) per avere tentato di impedire il transito dei mezzi impegnati nel trasferimento dei migranti, come racconta sempre lo stesso sito.
In Libia si stanno svolgendo negoziati tra le varie fazioni, con la partecipazione dell’Onu, per regolare lo sfruttamento delle risorse petrolifere.
Quarta Repubblica ha intervistato un portavoce dell’esercito nazionale libico per chiedere quali sono le condizioni dei pescatori prigionieri. Tra le altre cose, il militare ha detto che “non esiste nessuna dichiarazione ufficiale” in merito allo scambio con quattro libici detenuti in Italia, ma ha detto che possono esistere accordi riguardanti lo scambio tra persone condannate; “Si tratta di questioni legali, quindi è difficile che si risolva tutto in pochi giorni”.
Matteo Salvini continua ad alzare la tensione sulla questione migranti: il tweet in evidenza mostra il filmato con vari barchini carichi di migranti che entrano nottetempo nel porto di Lampedusa. Doppio punto esclamativo rosso iniziale, “notte da incubo a Lampedusa. Dopo la cancellazione dei decreti sicurezza arrivi continui, quasi 800 in un giorno”.
Globalist scrive che sul molo c’era proprio Attilio De Lucia, a fare una diretta Facebook degli arrivi.
Giorgia Meloni chiama in causa la ministra dell’Interno Lamorgese, la quale avrebbe detto che non c’è nessun pericolo covid legato all’arrivo di immigrati illegali. “Ci prendono in giro? O il racconto che scappano dalla guerra e vengono rinchiusi nei lager è una menzogna, oppure lo è il fatto che non sono soggetti a elevato rischio contagio … Chiedo a Governo e Cts di spiegare su basi medico-scientifiche questa presunta immunità dal covid che avrebbero i clandestini che sbarcano sulle nostre coste”.
Le dichiarazioni della Lamorgese sono riportate dal Fatto Quotidiano (dopo essere state rilasciate ai microfoni di Radio 24): la ministra ha detto che i migranti positivi sono solo il 2% del totale di quelli presenti nella strutture di prima accoglienza, 1.238 su 56 mila. “I numeri non sono preoccupanti rispetto a quelli che vediamo sul territorio”, ha detto la Lamorgese, che ha sottolineato che all’arrivo tutti vengono sottoposti a tampone e trasferiti in strutture in cui scontare la quarantena, anche navi.
Zingaretti ha smesso di twittare sei giorni fa. L’ultimo suo tweet in materia di immigrazione era di poco precedente: aveva esultato per l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, che corregge i decreti Salvini: “I decreti propaganda/Salvini non ci sono più”, aveva scritto, anche se in effetti i decreti non sono stati abrogati del tutto ma solo ritoccati; “Vogliamo un’Italia più umana e sicura. Un’Europa più protagonista”, aveva aggiunto, senza però argomentare (cosa si chiede di preciso all’Europa?) e senza respingere le obiezioni di chi dice che l’insicurezza aumenta dopo il nuovo decreto (non qualche semplice cittadino, ma il segretario del principale partito avversario).
Intanto scrivono i siti locali siciliani che il centro di accoglienza di Pian del Lago a Caltanissetta era vuoto da mesi: il gestore non pagava gli stipendi ai 50 dipendenti da agosto. Ora sono arrivati 200 migranti appena sbarcati da una nave quarantena. Si tratta della notizia di cui ha parlato nei giorni scorsi la campagna LasciateCIEntrare: i nuovi arrivati hanno trovato poche informazioni e materassi buttati per terra. Un articolo è stato pubblicato sul Il Fatto Nisseno, probabilmente attinto da La Sicilia .

Lazio, il garante: stop alla criminalizzazione dei cellulari

Il Garante dei detenuti del Lazio, partecipando ad una conferenza insieme ai suoi omologhi di altre regioni, ha commentato il decreto sicurezza del Governo dicendo che è un atto importante, che farà emergere dalla clandestinità migliaia di persone, e che amplia il ruolo dei garanti, consentendo loro di ricevere i reclami delle persone recluse. Tra le altre cose, ha detto che bisogna affrontare radicalmente il problema della criminalizzazione dei telefoni cellulari in carcere: bisogna regolare le forme di comunicazione tra detenuti e familiari e mondo esterno, al fine di non avere effetti controproducenti. I mass media non riportano nulla a proposito della questione dei cellulari nei centri per i rimpatri: alcuni credono che sono stati vietati in tutta Italia, altri che il provvedimento riguarda solo alcuni centri, altri che si è trattato di un provvedimento temporaneo. Nessun garante finora è intervenuto per fare chiarezza in maniera esplicita.
Secondo Stylo24 la conferenza dei Garanti territoriali è in corso a Napoli. Il sito Roma Sette riporta l’elenco di alcuni dei partecipanti alla conferenza.
Le ultime notizie che riguardano il Garante nazionale dei detenuti lo danno a Firenze, in visita ad un albergo che ospita persone positive al coronavirus.
A proposito di detenuti: la notizia di ieri è quella del rilascio di due italiani rapiti dai terroristi in Africa. Un analista intervistato dal Sussidiario ipotizza un collegamento col rilascio di un centinaio di sospetti jihadisti in Mali. Trattative simili potrebbero essere in corso per la liberazione dei pescatori italiani arrestati in Libia (anche se il Governo italiano sarebbe contrario al rilascio di alcuni libici condannati che stanno scontando la pena in Italia). La situazione non è semplice, dice l’intervistato: “Il fatto che la Libia sia teatro di interessi di tanti Paesi, soprattutto Russia e Turchia, li fa sentire un po’ più forti, facendo passare in secondo piano il ruolo italiano”.
Di Maio ieri ha postato su Twitter le foto che lo riprendono all’aeroporto di Ciampino al ritorno dei connazionali liberati; Giorgia Meloni ha detto che la notizia del rilascio “ci riempie di gioia”. Zingaretti non ha twittato nulla, Salvini era distratto per via di una gita in montagna, però ha trovato il tempo di condividere un foto-montaggio con un titolo del Giornale che annuncia che il Governo ha stanziato altri 88 milioni per l’accoglienza, le foto di Conte e Lamorgese, lo scatto di alcuni migranti in attesa sotto il sole, la scritta “Vergognatevi!” e l’aggiunta “Intanto c’è chi attende ancora la cassa integrazione”. “Senza vergogna”, diceva il tweet.
I soldi messi a disposizione dal Governo saranno suddivisi tra quelle municipalità con oltre 20 mila residenti che il prossimo dicembre 2020, avendo concluso la prima fase dei progetti per l’accoglienza diffusa, potranno rinnovarli e anche incrementare il numero di richiedenti asilo accolti, dice l’articolo. Altre risorse potranno essere stanziate per i progetti che scadranno alla fine dei prossimi due anni.
Libero intanto non nasconde il suo rammarico per la riforma dei decreti sicurezza: in un lungo articolo fornisce tutta una serie di dati che dimostrerebbero che i decreti Salvini erano stati utili.

Riformista: nel 2019 è aumentato il numero di trattenuti nei Cpr

Il Riformista ha pubblicato un articolo sulla relazione annuale che il Garante dei detenuti ha presentato al Parlamento. Tra le altre cose, si parla anche di Centri di Permanenza per i Rimpatri: nel corso del 2019 il numero di persone trattenute sarebbe aumentato di 2080 unità rispetto all’anno precedente, dice l’articolo, che comunque non fornisce l’aumento percentuale né prova a spiegare il motivo di questo aumento. Né dice se è aumentato anche il numero dei rimpatri.
Con tutta probabilità l’anno prossimo il dato tornerà a scendere, visto che in questi mesi di emergenza coronavirus in molti dei centri è rimasta solo una manciata di reclusi (bisognava evitare i contagi e comunque a livello internazionale le operazioni di rimpatrio erano del tutto bloccate).
L’articolo dice anche che è cresciuto “significativamente” il tempo di permanenza media delle persone all’interno dei Cpr (senza specificare se si sta parlando di settimane o di mesi) in tutte le strutture tranne quelle di Trapani e Ponte Galeria.
L’articolo non dice se il Cpr di Trapani è aperto (è stato detto di no, ma qualche sito web pensa ancora che la struttura sia in funzione).
La relazione del garante è lunga 408 pagine. Si può scaricare gratuitamente dal sito ufficiale, suddivisa in due pdf di circa 200 pagine ciascuno. Quello che riguarda la situazione dei migranti è il primo.
A pagina 195 è disponibile una tabella con i dati relativi agli otto centri per i rimpatri che erano in funzione all’inizio dell’anno. Per ciascuno era indicata la capienza regolamentare (tutti tra i 100 e i 250 posti escluso quello di Brindisi che ne dichiarava 48 e Caltanissetta 96), la capienza effettiva (talvolta anche molto inferiore: Bari 18 posti su 126; Trapani 60 su 205), il nome dell’ente gestore (tutti diversi) e la durata del contratto (tre sono scaduti a febbraio: Trapani e Brindisi e Caltanissetta).
Poco prima c’è la tabella con i tempi di permanenza media: si va dai 23 ai 59 giorni, nonostante il tempo di permanenza massima sia di sei mesi.
La stessa tabella fornisce il numero effettivo di rimpatri nel 2019: al primo posto c’è Trapani con 826 persone rimpatriate, segue Caltanissetta a 746, staccato Torino a 431.
Nella stessa pagina c’è una tabella colorata con i motivi di uscita dai Cpr suddivisi per nazionalità. Colpisce il dato degli “allontanatisi arbitrariamente”. In 91 casi si trattava di tunisini, in 22 di Marocchini, seguono egiziani (9) nigeriani (4), albanesi e gambiani (3). Quando e come sono avvenuti questi allontanamenti arbitrari? Chissà.
Più avanti, la stessa tabella sul funzionamento dei vari Cpr è ripetuta, ma con i dati relativi ai primi tre mesi e mezzo del 2020.
Qui leggiamo, in piccolo, che il Cpr di Trapani non è più operativo a partire da febbraio. Non risulta nulla invece sugli altri centri che sono attualmente chiusi per ristrutturazione.
Visto che il periodo è quello dell’emergenza coronavirus, i dati sono molto più esigui. La capienza è spesso inferiore a quella regolamentare (Bari 18 posti su 126, Gradisca 66 posti su 150…), le persone transitate variano dalle 23 nel Cpr di Macomer (aperto a gennaio) alle 402 del Cpr di Roma.
Il dato sulle persone effettivamente rimpatriate nel periodo varia tra le 13 di Macomer e le 80 di Ponte Galeria. Numeri che colgono un po’ di sorpresa, in un certo senso, perché i mass media avevano raccontato di una situazione completamente bloccata a causa della pandemia. Quanti di questi rimpatri sono avvenuti prima, quanti durante, e quanti dopo la fase dell’emergenza? Questo l’opinione pubblica non lo sa.