Lamorgese ad un convegno

La ministra dell’Interno Lamorgese ha partecipato ad un convegno all’ambasciata italiana presso la Santa Sede sul tema “Immigrazione, integrazione, futuro. Corridoi umanitari e rinascita sociale in Italia”.
L’evento è stato organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Hanno partecipato l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, il direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie, il presidente della Comunità di Sant’Egidio, il presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e l’autore di un libro intitolato “Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura”.
Una sintesi dell’intervento della ministra è stato pubblicato dal sito Stranieri In Italia.
Dal 2015 a oggi oltre 7 mila persone sono arrivate in Italia grazie a corridoi migratori legali, ottenendo cure, accoglienza e un percorso di inserimento sociale.
La Lamorgese ha ricordato che il 10 giugno in occasione del Consiglio Affari interni in Lussemburgo è stato approvato il pacchetto attuativo della prima fase dell’approccio graduale in materia di migrazione e asilo, comprendente un meccanismo di solidarietà per aiutare gli Stati membri di primo ingresso.
La minstra ha citato anche il vertice dei Med5 che si è svolto a Venezia il 3 e 4 giugno e ha fatto riferimento alla parola “solidarietà” in relazione alla crisi ucraina.
Dati più precisi sui migranti arrivati in Italia tramite i corridoi umanitari, ad esempio divisi per nazionalità, non sono stati diffusi, così come non c’è una sintesi di cosa ne pensano i migranti stessi della situazione che li riguarda.
Altri siti web sono stati ancora più stringati, riportando vagamente qualche parola della Lamorgese, senza entrare nel merito. Gli utenti hanno commentato in maniera ostile, anche tenuto conto di una campagna continua che la destra italiana sta portando avanti contro la ministra, sia dall’opposizione che da parti della maggioranza.
Al momento la Meloni ha in evidenza sulla sua pagina Twitter un video di una settimana fa in cui risponde ad un attacco arrivato da sinistra in merito alla questione dello ius scholae. La leader Fdi è contraria a quanto si sta mettendo a punto all’interno della maggioranza, e qualcuno ha presentato la cosa come se fosse un marcia indietro rispetto a quanto diceva lei stessa in un tweet del 2014.
Per la Meloni lo ius scholae dovrebbe prevedere 10 anni di obbligo scolastico per gli stranieri, mentre per la sinistra possono bastare solo 5 anni.
L’ultimo tweet di Salvini riguarda una violenza sessuale su una quindicenne. A commettere il crimine sarebbe stato uno straniero minorenne ospite di una comunità. “Un’altra cittadinanza che Pd e 5Stelle vorrebbero regalare?”, si chiede il leader leghista.
Il segretario Pd Letta porta avanti la sua agenda. Il tweet fissato riguarda la tragedia della Marmolada, mentre i messaggi più recenti riguardano i diritti del popolo curdo, una campagna contro Boris Johnson e… il primo giorno del nuovo allenatore della squadra di calcio di Pisa.

Arrivano da Egitto e Bangladesh

Sul sito del Ministero dell’Interno si può trovare un pdf di 6 pagine che mostra i dati aggiornati sul numero degli sbarchi a partire dall’inizio dell’anno.
I nuovi arrivati nel 2022 sono 15.004. Il dato ha già superato quello risalente allo stesso periodo dell’anno scorso, 13.357, e quello del 2020, l’anno della pandemia, quando gli sbarcati erano stati solo 4.037.
A maggio dell’anno scorso gli arrivi erano stati oltre cinquemila. Lo stesso era avvenuto a giugno. In estate il dato era salito sopra questa soglia, per non abbassarsi più fino a dicembre. I picchi sono stati agosto, quando si sono superati i 10 mila migranti sbarcati; novembre, quando si è raggiunta quota 9 mila; luglio, quando si è arrivati a 8 mila.
Una delle tabelle fornite mostra le nazionalità dichiarate dai migranti al momento dello sbarco. Al primo posto quest’anno ci sono gli egiziani a quota 2.482. Al secondo posto coloro che arrivano dal Bangladesh, 2.327.
Superano quota mille tunisini e afghani.
Sotto troviamo afgani, siriani, ivoriani, eritrei, guineani, iraniani e sudanesi.
Egitto, Bangladesh, Tunisia e Afghanistan da soli forniscono oltre la metà dei migranti arrivati dall’inizio dell’anno.
Intanto sul fronte della cronaca si segnala l’accompagnamento al Cpr di Torino di un cittadino marocchino appena scarcerato, da parte della Questura di Monza e Brianza.
L’uomo era arrivato in Italia nel 2011, come minore non accompagnato. Aveva poi svolto lavori salturari, fino a quando, nel 2018, era stato fermato su un auto insieme ad altre persone con 35 grammi di cocaina.
A seguito di perquisizione domiciliare erano stati ritrovati altri 140 grammi di cocaina, 14 di hashish e 9 di marijuana, oltre a 1.500 euro in contanti. La condanna era stata a 4 anni e 4 mesi.
Mancano i dati sui rimpatri effettuati quest’anno. L’anno scorso nella stragrande maggioranza dei casi il trasferimento dei cittadini marocchini nei Cpr si concludeva con un nulla di fatto, evidentemente a causa della scarsa collaborazione da parte del Paese di provenienza.

Attività ricreative nei Cpr

Si sta diffondendo sui siti specializzati la notizia della circolare che il Ministero dell’Interno ha inviato ai prefetti per esortarli a stipulare convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale per l’assistenza medica ai migranti reclusi nei Centri di Permanenza per i Rimpatri.
La circolare si basa sulle raccomandazioni avanzate dal Garante dei detenuti dopo la morte di uno straniero nel Cpr di Torino, e chiede di assicurare cure e sostegno alle persone vulnerabili e di prestare l’assistenza necessaria a tutelare l’integrità fisica dei migranti anche in fase di rilascio.
Inoltre si accenna al fatto che bisognerebbe favorire accordi con enti, associazioni di volontariato e cooperative di solidarietà sociale per assicurare lo svolgimento di attività ricreative all’interno dei centri, come previsto dal regolamento.
I mass media non hanno approfondito quest’ultimo aspetto. Non è chiaro quali attività dovrebbero essere organizzate, e con quali associazioni.
Pochi giorni fa è stato diffuso un dettagliatissimo rapporto compilato dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (Cild) in cui si affrontava anche questo aspetto.
Nel Cpr di Milano i locali comuni sono solo la sala mensa e i cortili esterni, “che peraltro versano in pessime condizioni”. “Oltre a ciò, il nulla”: non ci sono campi da calcio e biblioteche, né locali destinati al culto, né attività sportive, né convenzioni con associazioni esterne.
“Le giornate sono dedicate al nulla più assoluto, al vuoto, riempito da sigarette e sedativi”, si legge nel documento, in una citazione del report stilato quest’estate dal Senatore De Falco. “Un mazzo di carte da gioco, concesso con estrema parsimonia, è l’unica attività organizzata dal Centro. Nei settori abitativi mancano persino degli orologi: la tv è l’unico riferimento per scandire il tempo … Il luogo della preghiera per i trattenuti musulmani è costituito da trentaquattro tappetini stesi in fondo al corridoio del settore abitativo. Nel tempio della mortificazione del corpo, quello dell’anima evidentemente è solo un corollario”.
A Torino il campetto di calcio “risulta effettivamente utilizzato, su turni prestabiliti”. E’ presente una biblioteca, non accessibile liberamente. I reclusi possono fare richiesta di un libro scegliendolo da una lista. Non esiste un programma di attività ricreativo-culturali predisposte dall’ente gestore.
A Gradisca l’associazione Medu ha segnalato “oppressive condizioni di vita, derivanti anche dalla completa assenza di attività ricreative e dalla totale chiusura al coinvolgimento di organizzazioni esterne”. Nel centro c’è sia la biblioteca che il campo di calcetto, ma quest’ultimo “risulta da tempo non utilizzato”. Non esistono locali adibiti al culto e i ministri di culto non hanno mai avuto la possibilità di accedere all’interno della struttura.
A Macomer, in Sardegna, “La prefettura afferma come esista un cortile esterno per ciascun blocco in cui i trattenuti possono praticare sport e che esista un programma di attività ricreative settimanali che si svolgono nell’area mensa (dotata di smart tv e accesso ad internet), con laboratori artistici, proiezioni di film e possibilità per i trattenuti di avere in prestito dei libri, attraverso un servizio di biblioteca”. Cild però è scettica: “Pur non volendo mettere in dubbio la veridicità di tali affermazioni ci limitiamo a constatare come queste non trovino conferma né nell’ultimo rapporto del Garante riguardante la visita effettuata in tale centro, né nelle testimonianze dei legali che assistono i trattenuti all’interno”.
A Roma la sala mensa non viene utilizzata. Ci sono un campo da calcio e uno di pallavolo, ma non sono utilizzati in assenza di indicazioni da parte delle forze di polizia responsabili della sicurezza rispetto alle loro modalità di fruizione.
A Palazzo San Gervasio verrebbero organizzati “corsi di apprendimento della lingua italiana”: la mediatrice culturale, all’aperto, fa lezione ai migranti che si trovano oltre la cancellata di uno dei settori. “E’ evidente come tale modalità sia contraria al rispetto della dignità della persona che dovrebbe ricevere l’attività formativa stando al di là delle sbarre, in piedi, esposta a qualsiasi condizione metereologica”, scrive Cild.
A Trapani sarebbe previsto in ogni settore uno spazio per attività ricreative e motorie e un campetto polivalente, ma non si sa se viene utilizzato. Il centro è stato chiuso dall’aprile 2020 fino ad agosto scorso. Ha da poco riaperto i battenti, nel silenzio dei mezzi di informazione: i giornalisti non hanno visitato la struttura nemmeno prima che entrasse in funzione, per vedere il risultato dei lavori. Comunque, nessuno ricorda quanto è costata la ristrutturazione, né spiega se siano state prese misure aggiuntive per evitare rivolte come quella che ha reso il centro inagibile l’anno scorso, che nemmeno è stata documentata a suo tempo (non sono circolate immagini né di quanto è avvenuto durante, né dei danni subiti dalla struttura).

Cpr, circolare ministeriale

Il Ministero dell’Interno ha diffuso una circolare alle prefetture nella quale chiede di stipulare protocolli con il Servizio sanitario nazionale per migliorare sotto il profilo psicologico e sociale la vita delle persone trattenute nei Centri di Permanenza per i Rimpatri.
Anche in fase di rilascio bisogna assicurare il sostegno e le cure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei migranti.
Inoltre bisogna favorire, attraverso accordi con enti, associazioni di volontariato e cooperative di solidarietà sociale, lo svolgimento di attività ricreative all’interno dei centri.
Molti siti web hanno riportato la notizia della circolare, senza però approfondire quale è la situazione al momento, se in tutti i centri i protocolli devono essere messi a punto da zero o se devono essere soltanto rafforzati. Inoltre nessuno specifica in cosa consistono le attività ricreative che si possono organizzare nelle strutture. Nel Cpr ci finiscono migranti appena scarcerati anche dopo anni di prigione, migranti appena arrestati sul territorio che vengono portati al Cpr come misura alternativa al carcere, e migranti economici appena sbarcati in Italia provenienti da Paesi con i quali c’è un accordo per il rimpatrio rapido (la Tunisia, soprattutto). Il tempo di permanenza massimo può essere di tre o quattro mesi, ma di solito si riesce ad ottenere il rimpatrio in un tempo che va dalle due settimane ai due mesi. Se allo scadere del termine massimo lo straniero non è stato rimpatriato, viene rilasciato sul territorio italiano, ma senza essere regolarizzato, quindi se vuole guadagnarsi da vivere deve ricorrere per forza di cose a dei sotterfugi. Senza documenti in regola e senza soldi, anche se lo volesse non potrebbe imbarcarsi su un aereo per tornare in patria.
Al Cpr ci finiscono molte persone con problemi di tossicodipendenza, mentre molti altri cadono in depressione e fanno richiesta di ottenere psicofarmaci. Al momento nei centri per i rimpatri non è previsto assolutamente nulla da fare, non c’è neanche una biblioteca perché sarebbe la prima cosa ad andare in fiamme. Ci sono limitazioni perfino per le penne, che possono essere usate per ferire qualcuno. Il rimpatrio può avvenire da un giorno all’altro, a sorpresa, e questo crea una ulteriore tensione psicologica nei migranti.
A Torino alcuni anni fa c’erano attività ricreative: si era parlato di “attività ludiche con i cani”, anche se nessuno ha documentato di cosa si trattava. Si è parlato anche di “corsi di ginnastica e danza”, ma non si sa chi li abbia organizzati (qualcuno ha insegnato a danzare agli spacciatori che da un momento all’altro possono finire in un Paese povero e in guerra?). Hanno parlato perfino di “corsi di italiano”, per stranieri che saranno espulsi con un divieto di reingresso che dura anni. Un’altra attività ricreativa a cui si è fatto riferimento è la proiezione di Dvd.
Venerdì scorso il senatore Gregorio De Falco ha tenuto una conferenza all’Università Statale di Milano. Il video integrale di due ore è stato diffuso su Youtube. Ieri Pressenza ne ha pubblicato un resoconto, soffermandosi sulla questione dei costi: solo il personale fornito dallo Stato per il funzionamento del Cpr milanese costerebbe 87 mila euro ogni tre mesi, mentre non vengono quantificati i costi di mantenimento strutturale, e quelli riconosciuti al gestore (ai quali si accenna più spesso).
L’articolo dice che la maglia nera del numero di rimpatri va al Cpr sardo di Macomer, anche se non si specifica il motivo di questa situazione. Dai dati del garante dei detenuti, linkati nell’articolo, solo 37 persone sono state rimpatriate in tutto il 2020, su 175 persone transitate (poco più del 20%). A Gradisca, Roma e Torino il dato supera le 400 unità. In particolare a Gradisca il tasso di rimpatrio è del 62%.
Pressenza propone la chiusura dei Cpr meno efficienti, ma bisognerebbe anche cercare di capire qual’è il motivo per cui sono meno efficienti degli altri.
Nel rapporto del Garante sono contenuti anche i dati relativi ai primi quattro mesi di quest’anno. A Macomer ci sono stati 18 rimpatri su 75 persone transitate (24%). A Gradisca 174 rimpatri su 298 (58%).
I dati parlano anche di 52 allontanatisi arbitrariamente dai Cpr l’anno scorso, e 14 nei primi quattro mesi di quest’anno. Notizie di cui non si trova praticamente traccia nelle cronache.

Lamorgese davanti al comitato Shengen

La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è stata ascoltata dal comitato Shengen. Un lungo resoconto delle sue dichiarazioni è stato pubblicato sul sito dell’Adnkronos.
La ministra ha detto che i Centri di Permanenza per i Rimpatri attivi sul territorio italiano sono al momento nove, per una capienza di 765 posti (in media 85 posti ciascuno). Non viene fornita la lista, quindi non si può avere la certezza che il Cpr di Trapani sia di nuovo in funzione, come ipotizzato da qualcuno, e quando abbia riaperto dopo i lavori. Probabilmente il centro fa parte della lista, visto che quelli che risultavano in funzione finora sarebbero soltanto otto: Bari, Brindisi, Gradisca, Macomer, Milano, Roma, Palazzo San Gervasio, Torino.
Il Governo sta lavorando all’ampliamento della capacità ricettiva dei centri di espulsione ed è alla ricerca di altre soluzioni sul territorio. Altri centri da aprire? Come quello che ha chiesto il consiglio comunale di Perugia? E a che punto è l’apertura del Cpr di Modena, interrotta a causa della pandemia, ma anche, si dice, per difficoltà tecniche? Non si è entrati nel dettaglio.
La ministra ha detto anche che “dato che spesso tali centri sono oggetto di danneggiamento, è in itinere una gara a cura di Invitalia per la stipula di un accordo-quadro che consentirà di accelerare gli interventi di manutenzione, riducendone i costi e uniformando gli standard qualitativi delle strutture”.
Nessuno sa quanto siano costati i lavori necessari a riparare i danni ai Cpr nell’ultimo anno.
Nella relazione sono stati forniti dati sul numero dei rimpatri. Le cifre sono più basse del previsto, a causa delle numerose limitazioni introdotte per la pandemia. Si parla di un migliaio di persone rimpatriate quest’anno fino al nove maggio, mentre in tutto l’anno precedente erano stati quasi il doppio. Quest’anno sono già stati rimpatriati quasi settecento tunisini, quasi tutti con voli charter.
La Lamorgese ha risposto anche alla proposta di schierare l’esercito come a Ceuta, avanzata dal leader della Lega Salvini in commento ai fatti degli ultimi giorni: i soldati sono già schierati sul confine terrestre (in Friuli), ha detto la ministra, ma nel Mediterraneo la situazione è diversa: “i confini marittimi sono diversi da quelli terrestri”.
Tra le altre cose, si è parlato anche del nuovo patto europeo per l’immigrazione e l’asilo, che non è soddisfacente per l’Italia. Il Governo vorrebbe riattivare il patto di Malta e presenterà a breve un protocollo intenti.
Nel preparare l’audizione, il presidente del Comitato è stato in visita a Lampedusa qualche giorno fa. L’episodio ha generato varie polemiche, dopo che il sindaco dell’isola aveva denunciato il tentativo di fuga da parte di due migranti nel corso della visita. I due erano stati catturati dopo poche centinaia di metri, senza avere contatti con la popolazione locale. “E’ un caso che questo episodio sia accaduto proprio oggi?”, si era chiesto il sindaco, senza far capire cosa stava insinuando.
La risposta della Lega era stata decisa: il sindaco “usa bugie e gravi insinuazioni come arma di propaganda politica”, aveva dichiarato il presidente del comitato Shengen, il leghista Zoffili.
Per quanto riguarda Ceuta, i giornali hanno pubblicato la testimonianza del poliziotto spagnolo che compare nella foto simbolo dei fatti avvenuti negli ultimi giorni, nella quale si vede lui che solleva un neonato pallido soccorso in mare, tra gli schizzi.
L’episodio è completamente decontestualizzato: “La foto è stata scattata dai [poliziotti spagnoli]. E’ tagliata con un’inquadratura molto stretta. Non sappiamo quanto l’uomo e il neonato siano lontani dalla riva o dalla barca appoggio o dalla madre”, scrive il Corriere.
“L’immagine della Spagna esce pulita da questi due giorni di marea migratoria. Ferma nel respingere l’ondata di migranti, ma umana nel farlo”, è la conclusione dell’articolo.
Molto più scettico il Giornale, che parla di immagine “strumentalizzata per pura propaganda”. Quello che la sinistra non vuole vedere, scrive il giornalista, è lo schema che c’è dietro: in questo caso la presunta responsabilità delle autorità marocchine, che avrebbero guidato o comunque non arginato quest’ultimo esodo come ritorsione per il sostegno dato dagli spagnoli al leader del movimento per l’indipendenza del Fronte Polisario (presidente della Repubblica dei Sahrawi non riconosciuta dal Marocco).
In evidenza, sempre sul Giornale, oggi c’è la notizia dell’archiviazione per Carola Rackete, accusata di resistenza o violenza contro una nave da guerra per avere attraccato in porto nonostante il divieto a giugno del 2019. A quanto pare l’attivista aveva il dovere di portare in salvo le persone soccorse, e comunque la motovedetta non sarebbe da considerarsi nave da guerra.
Il titolo del Giornale è provocatorio: “Si può speronare la Gdf in mare: il Gip salva la Rackete”.
In effetti non ci fu uno speronamento vero e proprio (“collisione violenta tra lo sperone o la prua di una imbarcazione e lo scafo di un’altra”, secondo il dizionario Sabatini-Coletti), ma comunque la motovedetta rischiò di rimanere schiacciata tra la nave Ong, molto più grande, e il molo, a causa di una manovra azzardata.
Salvini ha commentato, Meloni ha commentato, Letta no. Ma due esponenti del Pd sì, Orfini e Delrio, che all’epoca erano saliti a bordo dell’imbarcazione ed erano stati accusati dagli avversari politici di avere in qualche modo legittimato il tentativo degli attivisti di forzare la mano.
Orfini ha chiesto a Salvini e Meloni di scusarsi con la Rackete per le accuse e le offese di questi mesi. Delrio ha ribadito che c’era uno stato di necessità evidente, salvare le vite umane. “Lo dice la legge”.

Il piano europeo non soddisfa l’Italia

La ministra dell’Interno Lamorgese ha detto di fronte alla Commissione Affari costituzionali della Camera, impegnata a discutere la conversione in legge del decreto immigrazione, che l’Italia e i Paesi di primo approdo non sono soddisfatti del patto per l’asilo messo a punto dalla Commissione europea nel tentativo di superare il trattato di Dublino. “Vedo difficile che si possa concludere qualcosa al di là delle linee generali, sui singoli aspetti c’è bisogno ancora di trattative serrate da parte dei Paesi europei”, avrebbe detto la ministra secondo quanto riporta il sito in italiano America Oggi.
Per quanto riguarda l’accordo con la Tunisia su quello che l’opposizione chiama impropriamente “blocco navale”, la proposta sarebbe quella che la Tunisia segnali ai nostri assetti navali e aerei eventuali partenze fuori dalle acque tunisine per dare modo alle autorità competenti di recuperare i migranti. “Una volta arrivati procediamo ai rimpatri”, dice la ministra.
I Centri di Permanenza per i Rimpatri al momento disponibili sarebbero ancora pochi: sui 1500 posti previsti, solo 700 ne sono attivi, secondo i dati forniti dal Viminale (per il Garante dei detenuti sono meno di 600). Bisognerebbe individuarne di nuovi.
La permanenza nei centri allungata a 180 giorni creava un tappo, visto che migranti che non potevano essere rimpatriati tenevano occupati inutilmente i posti che potevano essere utilizzati per ospitare chi invece era rimpatriabile. Il dimezzamento dei tempi di permanenza mira a risolvere questo problema. I mass media non hanno fornito dati precisi, quindi non si sa quanti erano in percentuale gli stranieri che venivano rimpatriati nel secondo trimestre e che ora saranno rilasciati tornando nell’irregolarità.
Quanto avviene nelle istituzioni europee di solito viene seguito distrattamente dai mass media italiani, a differenza di quanto avviene per le istituzioni nazionali. La settimana scorsa il sito Altreconomia ha riferito che l’Ufficio del difensore civico europeo ha aperto un’indagine a seguito delle denunce di varie organizzazioni tra cui Amnesty International sul ruolo della Commissione europea nel monitoraggio dell’utilizzo dei finanziamenti destinati al governo croato per il controllo delle frontiere. La Croazia avrebbe dovuto istituire coi fondi europei un meccanismo di monitoraggio per garantire che tutte le misure applicate alle frontiere esterne della Ue siano proporzionate e nel rispetto dei diritti fondamentali e delle leggi della Ue in materia di asilo. Ancora oggi “non è chiaro se questo monitoraggio esista o sia funzionante”, dice il sito. I rapporti che arrivano dai Balcani parlano di pestaggi e abusi di vario genere, di furti, violenze, minacce.
Il sito non dice come si chiama il difensore civico europeo. Secondo le pagine europee dell’Ansa, dove il termine usato in inglese “ombudsman” vene tradotto con “mediatrice”, la responsabile dell’ufficio si chiama Emily O’Reilly. Wikipedia in italiano le dedica tre righe, definendola “scrittrice e politica irlandese”. La pagina in inglese parla soprattutto della sua carriera giornalistica nella carta stampata e nella radio, e del suo ruolo di mediatrice a livello nazionale in Irlanda. E’ diventata mediatrice europea nel 2013, confermata varie volte. Il suo incarico dovrebbe durare fino al 2024.
Secondo l’Ansa la Croazia ha tempo fino alla fine di gennaio per rispondere ai quesiti. Cosa succederebbe se venissero riscontrate irregolarità nella gestione dei fondi europei? Non si sa di preciso, a parte che il fatto “sarebbe sicuramente visto come uno scandalo”, secondo quanto ha detto un funzionario della Commissione europea che non ha voluto che venisse riportato il suo nome.

Questione di numeri

Il Giornale dedica un articolo alle dichiarazioni che la ministra Lamorgese ha rilasciato in Commissione Affari costituzionali. Secondo la ministra il fatto che ci sia un aumento degli sbarchi diventa un problema a causa della pandemia in corso. Quest’anno il dato ha già superato i 32 mila arrivi, di cui oltre 12 mila di nazionalità tunisina, quindi persone non aventi diritto all’accoglienza. Qualsiasi sforzo organizzativo per organizzare accoglienza e rimpatri è inutile, secondo la Lamorgese, se mancano due iniziative, anche coordinate a livello europeo: il contrasto delle partenze e il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi di origine dei flussi.
Tra le altre cose emergono anche dei dati relativi ai Centri di Permanenza per i Rimpatri. Sulla carta in queste strutture dovrebbero esserci 1.525 posti, dei quali attualmente attivi circa 700, “in conseguenza degli interventi di ripristino e manutenzione resi necessari dai danneggiamenti arrecati da alcuni ospiti”, ha detto la Ministra secondo quanto riporta il sito web. Ma l’ultimo bollettino diffuso dal Garante dei detenuti la settimana scorsa forniva cifre diverse: in tutti i Cpr italiani sarebbero disponibili solo 598 posti (un centinaio in meno di quelli dichiarati in Commissione). Di questi, 354 sarebbero occupati (erano 430 nel bollettino precedente). Dato che potrebbe anche essere considerato positivo, nel senso che i centri vengono svuotati di frequente; mentre durante il lockdown i voli di rimpatrio erano stati sospesi, in questa fase dell’emergenza, nonostante le regioni in cui si trovano i Cpr siano spesso rosse, si parla di 120 rimpatri settimanali solo verso la Tunisia; dalla metà di luglio, quando sono ripresi i voli verso il paese nordafricano, ci sono già state 33 operazioni di rimpatrio, per un totale di 1300 tunisini ricondotti nel loro Paese (a gruppi di 40 per volta).
Ieri Fanpage titolava di nuovo: “Nuovi sbarchi a Lampedusa: hotspot dell’isola al collasso”. In una giornata sono arrivati oltre cento migranti, che si sono andati ad aggiungere agli 800 che si trovavano già nel locale hotspot, progettato per ospitare meno di 200 persone.
Solo pochi giorni fa la nave-quarantena Suprema ne ha imbarcati 250 che verranno smistati poi nel resto della penisola. Al momento la nave è al completo. Sarebbero operative almeno altre quattro navi quarantena, ma la stampa online non ne tiene traccia giorno per giorno (e anche i nomi difficilmente compaiono tutti nello stesso articolo).
Il sindaco di Lampedusa ha detto che “Il silenzio dell’Europa è un reato. Non basta lo sdegno e la commozione dopo ogni tragedia. Ancora una volta davanti a un neonato che muore c’è un gigante, l’Europa, immobile e in silenzio. Non è più tollerabile”. Il sindaco commentava la notizia di una madre che aveva perso il figlio durante un’operazione di soccorso; era stato diffuso il filmato di lei che si disperava, se ne è parlato in lungo e in largo sui media mainstream, anche se la dinamica dell’episodio è passata in secondo piano.
L’articolo non si sofferma su ciò che il sindaco chiede all’Europa, di preciso. La ministra Lamorgese ha proposto di schierare delle navi italiane (e velivoli) a ridosso delle acque territoriali tunisine per segnalare in tempo le partenze, intercettare e bloccare i barconi prima che entrino in acque italiane. La proposta necessita di un accordo con le autorità tunisine. Secondo la Meloni sarebbe esattamente il blocco navale che lei sta chiedendo da anni (che la Lamorgese non vuole chiamare “blocco navale” perché con questo termine si intende un atto di guerra nei confronti di un Paese straniero).
La settimana scorsa 382 stranieri che hanno scontato la quarantena a bordo della nave Suprema sono stati sbarcati a Siracusa. 201 di loro hanno ricevuto un provvedimento di respingimento, che in 134 casi si è concretizzato in un trattenimento presso uno dei vari Cpr presenti sul territorio italiano (mancano i dati dettagliati). Chi non ha trovato posto nel Cpr ha ricevuto l’ordine di allontanarsi dal territorio nazionale con mezzi propri. Chi ha diritto a chiedere l’asilo è finito in strutture di accoglienza. A bordo della nave c’erano 861 persone in tutto.

Intervista alla Lamorgese

Il Giornale ha intervistato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Molte delle domande riguardavano l’immigrazione, e ne sono venuti fuori dei dati che finora non erano stati riportati. Ad esempio si è detto che i voli di rimpatrio settimanali verso la Tunisia, dopo essere diventati tre, sono diventati quattro, per un totale di 160 persone al massimo che possono essere rimpatriate ogni settimana. I posti attualmente disponibili nei Centri di Permanenza per i Rimpatri sarebbero 1.425 in teoria, mentre effettivi “ce ne saranno circa 600 perché molti poi li distruggono deliberatamente per renderli inutilizzabili”. Lo stesso problema che c’era prima che arrivasse Minniti, il quale aveva lanciato il piano per salire a 1800 posti a livello nazionale senza soffermarsi, almeno nelle sue dichiarazioni pubbliche, sulle dinamiche che si vengono a creare nei centri e che portano alla loro devastazione.
Per quanto riguarda il cosiddetto “blocco navale” che la ministra vorrebbe istituire, dando ragione alla destra a quanto dice l’opposizione, la Lamorgese ha precisato che non lo si può chiamare “blocco navale”, perché con quel termine si intende un atto di guerra. “Semmai, in pieno accordo con la Tunisia, metteremmo degli assetti come aerei e navi, ovviamente fuori dal loro spazio aereo e marittimo, per un’allerta precoce in modo da avvertirli laddove venga individuata un’imbarcazione in partenza e bloccarla nell’immediatezza visto che chi arriva dalla Tunisia, paese sicuro, quasi mai chiede asilo”.
Nell’intervista si parla anche di apertura di canali di immigrazione regolari, del processo a carico di Salvini sul caso Gregoretti, del rischio terrorismo, dell’attentato di Nizza per cui qualcuno aveva chiesto le sue dimissioni dopo avere scoperto che l’attentatore era passato per l’Italia.
Intanto tra gli esperti di relazioni internazionali è aperto il dibattito sui motivi per cui l’Italia non ha partecipato al vertice antiterrorismo nel corso del quale si sono incontrati (in videoconferenza) rappresentanti di Francia, Germania, Austria, Olanda e i leader di Consiglio e Commissione europea. Nella propaganda di destra “mancava solo l’Italia”, in realtà mancavano anche Spagna, Grecia e tutti gli altri. Secondo un esperto intervistato dal Sussidiario, il motivo dell’esclusione dell’Italia è che manca una politica estera: “L’Italia è scomparsa dal Mediterraneo, dalla Libia”, sostiene l’intervistato.
Le ultime notizie dalla Libia parlano dell’omicidio a colpi di pistola di un’avvocatessa e attivista Libica che aveva denunciato gli abusi compiuti dalle forze del generale Haftar. Altri omicidi simili avvenuti negli ultimi anni sono rimasti impuniti. Numerosi delegati libici nel frattempo sono riuniti a Tunisi per un forum di dialogo che ha l’obiettivo di formare una nuova autorità esecutiva in grado di preparare le elezioni che dovrebbero permettere di superare la situazione di guerra civile.

Viminale: nei centri di accoglienza fino al termine dell’emergenza

Il Dipartimento libertà civili e immigrazione del Ministero dell’Interno ha inviato una circolare ai prefetti nella quale chiede di trattenere nelle strutture rifugiati e richiedenti asilo anche se non hanno più titolo a permanere nei centri.
La decisione riguarda coloro la cui domanda di asilo è stata respinta, ma anche coloro che hanno subito un provvedimento disciplinare, ad esempio per essersi allontanati dal centro senza permesso. Riguarda infine, quanti si trovano nel Siproimi (Sistema di Protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati, il sistema messo a punto da Salvini per sostituire e ridimensionare lo Sprar e che ancora non viene mai nominato su Wikipedia). Questi ultimi sono inseriti in un percorso di integrazione che dura sei mesi, rinnovabile una volta, e rimarranno nel sistema anche dopo la scadenza del periodo in questione.
Le nuove disposizioni riguardano le informazioni da dare ai migranti per prevenire il contagio da coronavirus, le precauzioni sui nuovi ingressi nelle strutture e quelle sui prossimi sbarchi.
Una sintesi di quanto stabilito è contenuta in un articolo del Manifesto, ma molti altri siti web hanno dato spazio alla notizia.
Tra questi, anche Huffington Post, che mette nel calderone anche i Centri di Permanenza per i Rimpatri, come se il provvedimento riguardasse anche i “trattenuti nei Cpr oltre i termini”. Dettaglio su cui gli altri siti non si soffermano.
Chiaramente questo punto è più problematico degli altri, visto che i Cpr sono centri di detenzione anziché di accoglienza. Si tratta di mantenere rinchiusi per oltre sei mesi individui che magari non hanno commesso reato, o che hanno già scontato la pena prevista. Se i termini di trattenimento previsti dalla legge sono scaduti, ma le persone in questione hanno diritto ad essere accolte durante l’emergenza, non si potrebbero trasferire in strutture non-detentive?
Già il funzionamento stesso dei Cpr viene contestato in questo periodo per il fatto che i confini sono chiusi e quindi i rimpatri sono momentaneamente impossibili. Il sito dell’Asgi ha pubblicato un articolo che al momento si intitola “E’ legittimo trattenere se non si può espellere?”. Il testo è un comunicato sottoscritto da varie associazioni e indirizzato ai giudici di pace.
Secondo gli attivisti, le leggi vigenti danno al giudice di pace il dovere di verificare la sussistenza della possibilità concreta di esecuzione dell’allontanamento e della possibilità che lo stato di destinazione accolga lo straniero.
Visto che al momento queste possibilità non ci sono, i giudici potrebbero cominciare a non autorizzare i nuovi ingressi anche in assenza di nuove disposizioni dall’alto. Cosa che sembra sia già avvenuta in almeno tre casi nei giorni scorsi (notizia che è già stata dimenticata dai mass media dopo essere stata riportata in un primo momento).

I decreti sicurezza cambieranno nel 2020

Entro la fine di quest’anno o al massimo l’inizio dell’anno prossimo i decreti sicurezza verranno superati, seguendo le indicazioni del Presidente della Repubblica. Lo ha detto la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, secondo quanto riporta Libero Quotidiano in un articolo dal titolo “Luciana Lamorgese cancella Salvini”.
Per quanto riguarda i centri di detenzione in Libia, l’obiettivo immediato è quello di migliorare le condizioni di vita e garantire i diritti umani, mentre quello di lungo termine è la sostituzione di queste strutture con altri centri gestiti dall’Onu con la partecipazione degli Stati europei.
C’è anche qualche dato riguardante i migranti ospitati in Italia al momento: sono 708 nei 7 centri di permanenza per i rimpatri e 478 nei 4 hotspot presenti. Quasi 2.500 sono nei centri di accoglienza primaria, 24 mila nel Siproimi (sistema di protezione per titolari di protezione e minori stranieri soli), 68 mila abbondanti sono distribuiti nei Cas.
Nei prossimi mesi aumenterà la disponibilità di posti nei Cpr di 300 unità, e sono state avviate le attività per realizzare “altre strutture” per un totale di 160 posti.
300 posti in più nei centri di detenzione in teoria doverebbe significare che si punta ad aumentare il numero dei rimpatri, ma nel titolo di Libero questa notizia viene distorta così: “Accoglieremo altri 300 migranti”, inserito in un virgolettato che dovrebbe essere la sintesi di quello che ha detto Lamorgese.
A luglio scorso l’allora ministro dell’Interno Salvini aveva visitato il Cpr in fase di allestimento in via Corelli a Milano. “Per fare le espulsioni occorrono i centri”, aveva detto. “In autunno sarà pronta questa struttura che ospiterà 140 immigrati pronti ad essere espulsi. A questo si aggiungono altre strutture in altre regioni italiane e potremo espellere più persone perché avremo più posto nei centri”.