Di nuovo senza stipendio

I lavoratori del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, Potenza, non hanno ancora ricevuto lo stipendio degli ultimi tre mesi. La settimana scorsa hanno ricevuto la mensilità di aprile. La Filcams Cgil ha proclamato uno sciopero e chiesto l’intervento del Prefetto di Potenza. La notizia è stata pubblicata sul sito Basilicata 24 con foto di migranti dietro una recinzione.
Come avvenuto in passato, non c’è nessun riferimento a quale è il motivo per cui si è creata questa situazione. Perché mai un’azienda dovrebbe aggiudicarsi un appalto pubblico e poi rifiutarsi di pagare i suoi dipendenti? Non sarebbe il caso di andare dal gestore e fargli qualche domanda?
In realtà alcuni anni fa era circolata una versione più precisa di quello che era successo, su un sito secondario che oggi è scomparso. L’imprenditore che si era aggiudicato l’appalto lamentava il fatto che la Prefettura, ossia lo Stato, pagava con molto ritardo quanto pattuito. In teoria infatti il gestore dovrebbe ricevere una certa cifra per provvedere alle esigenze dei reclusi. In attesa del pagamento da parte della Pubblica Amministrazione, il gestore aveva chiesto finanziamenti alle banche, che glieli avevano rifiutati.
Normalmente i sindacati non fanno nessuno sforzo per cercare di spiegare le cause della situazione che si è venuta a creare. I giornalisti si limitano a riassumere gli scarni comunicati. Gli attivisti sono poco interessati ai meccanismi: i Cpr non funzionano, quindi vanno chiusi, è la sintesi del loro ragionamento.
Secondo Basilicata 24 il gestore del Cpr di Palazzo San Gervasio è Engel Italia. Sarebbe la stessa società che gestisce il Cpr di Milano. In Basilicata non paga e in Lombrardia sì?
In realtà alcuni siti web hanno riportato la notizia, sulla scia di quanto dichiarato dal senatore De Falco, che il Cpr milanese è gestito dalla società Martinina, di cui nessuno ha mai sentito parlare. Era sembrato che si trattava sempre di Engel che aveva cambiato denominazione, oppure di una sua costola. Eppure a Palazzo San Gervasio si continua a parlare di Engel. Il cambio di denominazione c’è stato solo a Milano?
Secondo il rapporto del Garante nazionale delle persone private della libertà il contratto di gestione a Milano dura fino a fine settembre mentre a Palazzo San Gervasio sarebbe scaduto a fine luglio. Se il contratto è scaduto e Engel ancora opera significa che si è aggiudicata anche il nuovo appalto? C’è stata una gara? Come mai nessuno ne ha parlato?
Pochi giorni fa si discuteva dell’allestimento di una tendopoli per i lavoratori stagionali. Ne ha parlato soltanto Basilicata 24.
Nel 2021 su 845 persone transitate nel Cpr di Palazzo San Gervasio ne sono state rimpatriate 539, ossia il 63%. Non sono circolate statistiche sulla loro nazionalità e provenienza. Si dice che nei Cpr del meridione finiscano spesso tunisini appena sbarcati, che non hanno commesso crimini in Italia e che non hanno diritto di chiedere asilo come chi proviene da altri Paesi.
Ieri De Falco ha condiviso su Facebook il link ad un articolo di Per Cambiare L’Ordine Delle Cose dedicato alla morte di un nigeriano picchiato e ucciso da un italiano a Civitanova Marche. “In una società intrecciata da odio, razzismo e violenza non si salva nessuno”, dice il titolo, che esorta a non abbandonare l’umanità.
Una riflessione a distanza, senza dettagli esclusivi e senza dichiarazioni da parte di un solo migrante. Con qualche riflessione sul ruolo che avrebbero i politici nel fomentare il razzismo.
Il Resto del Carlino pubblica la testimonianza di un sacerdote di origine africana che conosceva la vittima e ha raccontato di come quest’ultima si impegnasse per sostenere la sua famiglia.
Lo stesso giornale ha intervistato la vedova del nigeriano, addolorata per la perdita del marito e preoccupata per il fatto che l’aggressore possa tornare libero tenuto conto delle sue condizioni psicologiche.
Sui social circola il filmato che documenta una parte della colluttazione. Utenti e giornalisti si lamentano del fatto che nessuno sia intervenuto per sedare la rissa. In realtà si sentono le voci dei passanti che chiedono di smettere, tenendosi a distanza.
Qualcuno ha realizzato una vignetta in cui si vedono donne, vecchi e bambini che filmano lo strangolamento. “Andava fermato, non filmato”, c’è scritto. Ma nessuno dà una dimostrazione di come si fa.
Gli utenti nei commenti chiedono di incriminare chi ha documentato quanto stava accadendo.

Palazzo San Gervasio, rapporto Asgi

L’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione ha pubblicato un rapporto dopo avere visitato il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, in Basilicata, e ottenuto documentazione dalla Prefettura.
Il pdf di 23 pagine si può scaricare gratuitamente dal sito dell’associazione.
Su Melting Pot è stato pubblicato un resoconto dei punti salienti.
In particolare vengono contestate le prassi del Giudice di Pace, il quale invia agli avvocati le comunicazioni attinenti le udienze con meno di 24 ore di anticipo e senza allegare il provvedimento col quale la Questura chiede la convalida o la proroga del trattenimento. Questo crea problemi organizzativi, visto che i legali non hanno il tempo di organizzare lo spostamento verso il Cpr che si trova in un paesino di quattromila abitanti abbastanza lontano dai centri principali. Inoltre lede il diritto alla difesa, visto che ci si presenta all’udienza senza avere potuto preparare una strategia difensiva.
Per giunta, anche la nomina di un avvocato difensore è un’impresa, da parte del trattenuto che deve destreggiarsi tra pratiche burocratiche molto laboriose.
L’Asgi segnala la frequenza di disturbi comportamentali e problemi psichici, dovuti anche al fatto che i trattenuti non sanno spiegarsi la ragione della loro detenzione. Il disagio viene trattato con un massiccio uso di psicofarmaci.
Sembrerebbe che un accordo con l’azienda sanitaria locale per assistenza psicologica e psichiatrica ai trattenuti ci sia, ma negli ultimi 12 mesi non è stata effettuata nessuna visita di questo tipo da parte del personale Ats.
Altro problema: il Cpr si trova a 3 chilometri di distanza dal centro più vicino. Non ci sono linee di autobus né stazioni ferroviarie. Proprio ieri abbiamo letto su un sito locale la testimonianza di un barista che racconta che gli stranieri che vengono rilasciati non ottengono nessun tipo di assistenza, e si rivolgono al suo bar per capire da che parte andare e come arrivarci.
Ci sono forti limitazioni nell’uso dei telefoni: i cellulari privati degli stranieri vengono sequestrati al momento dell’ingresso. Sembrerebbe che siano stati installati 12 apparecchi telefonici fissi, mai messi in funzione, e che comunque non permettono di inviare mail, usare app di messaggistica, né contengono software per comunicare via internet anziché su linee con costi che dipendono dal tempo e dalla distanza. E nemmeno contengono una rubrica coi contatti di ciascun recluso.
Manca l’aula mensa. Le stanze sono da 4 posti in 25 metri quadrati. Tutto il tempo dei trattenuti trascorre lì dentro.
Melting Pot insiste sul fatto che “chi si trova all’interno di un Cpr non deve scontare alcuna pena perché non ha compiuto nessun reato”. In realtà è possibile che qualche reato sia stato commesso, come è anche il caso dello straniero di cui ha parlato l’altro ieri la stampa locale, ma chi chiede la chiusura del Cpr tende a negarlo per mettere in risalto ciò che non funziona in queste strutture. Nel caso del cittadino del Bangladesh di cui parla Basilicata 24, che è stato rilasciato per motivi non meglio precisati con ordine di abbandonare l’Italia entro sette giorni, si dice solo che gli sono stati sequestrati farmaci per la glicemia che pure aveva con sé, e in alcune occasioni non gli sarebbero stati somministrati a causa dell’assenza del medico del centro.
Il rapporto Asgi è precedente a questo episodio, che nell’articolo di Melting Pot non viene citato, restando confinato in cronaca locale.
Secondo il rapporto annuale del Garante dei detenuti diffuso pochi giorni fa il Cpr di Palazzo San Gervasio sarebbe gestito dalla stessa società che si occupa di quello di Milano, anche se negli ultimi giorni sono comparsi online articoli scritti da qualcuno che crede che il gestore del centro rimpatri milanese sia cambiato rispetto all’anno scorso.
Nel corso del 2021 il Garante nazionale delle persone private della libertà ha visitato sei Cpr su dieci. Uno di questi era appunto quello di Palazzo San Gervasio. L’ultima ispezione è avvenuta il 18 luglio del 2021, praticamente un anno fa.

Palazzo San Gervasio: non c’è il medico, niente farmaci

Il sito Basilicata24 riporta la testimonianza di un quarantatreenne cittadino del Bangladesh che è stato per poco tempo rinchiuso nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, una struttura che da un po’ di tempo non compariva più nelle cronache ed era quasi dimenticata. L’uomo è rimasto nel centro negli ultimi quattro giorni e ha avuto un problema nell’assunzione dei farmaci che deve prendere per la glicemia. Li aveva portati con sè, ma gli sono stati sequestrati. Una prima volta gli sono stati somministrati, ma le volte successive no, visto che mancava il medico responsabile.
Una motivazione che lascia allibito l’autore dell’articolo. Il quale raccoglie anche la testimonianza di un barista che lavora nelle vicinanze del centro, che racconta un altro dettaglio che solleva qualche dubbio. Quando gli stranieri vengono rilasciati, escono dalla struttura e basta. Lo Stato non si preoccupa di riportarli dove li ha presi o fornire loro un’assistenza di qualche tipo. Per cui spesso gli stranieri entrano nel bar cercando di orientarsi, di decidere cosa fare, dove andare e come arrivarci. Palazzo San Gervasio è un piccolo comune di quattromila abitanti in Basilicata, non lontano dal confine con la Puglia. Non ha molto da offrire a chi è di passaggio. Apparentemente per prendere il pullman diretto a Napoli bisogna fare quaranta chilometri con altri mezzi.
Secondo il rapporto diffuso pochi giorni fa dal Garante nazionale delle persone private della libertà il Cpr di Palazzo ha una capienza di 128 posti ed è gestito da Engel Italia, la stessa società che si occupa del Cpr di Milano. Il contratto scade tra 20 giorni. Non si sa chi si è aggiudicata la gestione per il periodo successivo.
Nel corso del 2021 sono transitate attraverso il centro 845 persone. Ne sono state rimpatriate 539, il 63%. I giorni di permanenza media sono stati 22, meno di un mese.
Il rapporto non fornisce i motivi di rilascio degli stranieri che non sono stati rimpatriati. A livello nazionale, nel 16% dei casi non si riesce a identificare lo straniero allo scadere dei termini; in un altro 16% dei casi il trattenimento non viene convalidato dall’autorità giudiziaria; nel 14% dei casi il rilascio avviene per altri motivi, non meglio specificati; c’è poi un 1% che viene riconosciuto richiedente protezione internazionale, un 1% che viene arrestato e trasferito in carcere e un 1% che riesce ad evadere.
Lo straniero in questione vive in Italia dal 2000, ha lavorato nel settore tessile. “Poi per una questione familiare e un reato che mi è stato contestato mi sono stati inflitti due anni”, ha raccontato.
Il sito, che voleva suscitare nel lettore simpatia verso l’uomo, evita di scendere nel dettaglio. I politici e gli attivisti che cercano di ottenere la chiusura dei Cpr spesso insistono sul fatto che questi centri sono carceri per persone che non hanno commesso reati, incuranti del fatto che le cronache riportano costantemente le notizie di stranieri che vengono portati lì dentro proprio perché i reati li hanno commessi (a volte gravi, a volte no).
Un dettaglio fondamentale rimane fuori dall’articolo: il motivo per cui l’uomo è stato rilasciato dal Cpr. Quello che si sa, è che al momento del rilascio non ha ricevuto un permesso di soggiorno o il riconoscimento dello status di rifugiato, ma un ordine di abbandonare l’Italia entro sette giorni. Questo significa che non ha i documenti in regola per cercare un lavoro, e che anche se ne trovasse uno invece di allontanarsi dal territorio nazionale potrebbero esserci delle difficoltà.
L’articolo non affronta l’aspetto legale della faccenda. Il diretto interessato dice solo che ora presenterà un ricorso nel tentativo di annullare l’ordine di uscire dall’Italia. Ossia il rimpatrio, che nell’articolo viene chiamato “espatrio”.

Palazzo San Gervasio: 633 rimpatriati

L’Ansa e alcuni siti web locali hanno diffuso la notizia che in un anno dal Centro di Permanenza per i Rimpatri di palazzo San Gervasio sarebbero stati rimpatriati 633 migranti.
Il dato sarebbe stato diffuso dal Questore in occasione della festa dei 170 anni della Polizia di Stato.
Si tratta di una cifra molto insolita: nei primi 11 mesi circa dell’anno scorso nel centro sono transitate 781 persone in tutto, e la media dei rimpatri a livello nazionale è intorno al 50%.
Eppure è una cifra plausibile: secondo i dati diffusi dal Garante dei detenuti, nei primi quattro mesi del 2021 i migranti effettivamente rimpatriati da Palazzo San Gervasio erano già 168. Si trattava del secondo dato più alto in Italia, dopo Gradisca d’Isonzo, 174, e poco al disopra quello di Roma Ponte Galeria, 167.
Agli ultimi posti della classifica c’erano Brindisi, con solo 20 rimpatri in 4 mesi, e Macomer, in Sardegna, fermo a 18.
Non è stato fornito il numero totale dei trattenuti, né la loro provenienza. Né è stato spiegato il motivo di questa efficienza. Possibile che molti dei rimpatriati fossero tunisini appena sbarcati.
Nei primi dieci mesi e mezzo dell’anno scorso, su 2.231 stranieri rimpatriati, 1.602 erano tunisini. Ossia il 71,8%.
Al secondo posto, molto staccati, c’erano gli egiziani all’11,6, poi gli albanesi a 6,4.
Il dato dei marocchini, a livello nazionale, era particolarmente contraddittorio. Ne erano stati trattenuti 329, ossia il 7,3% del totale degli stranieri passati nei Cpr, ma ne erano stati rimpatriati soltanto 3, lo 0,1% del totale.
In pratica il 99% dei cittadini del Marocco transitati nei Cpr sarebbero stati rinchiusi inutilmente per 3 mesi e poi rilasciati.
Nessuno si sta occupando del problema, apparentemente.
Dati più aggiornati non sono stati diffusi, né ci si sofferma sui dati relativi ai singoli centri.
La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni continua a pungolare periodicamente la ministra dell’Interno, colpevole a suo dire di non fermare l’immigrazione.
L’esponente dell’opposizione ogni tanto scrive qualcosa su Facebook (ora il sito impedisce la lettura ai non iscritti), la frase viene ripresa senza aggiunte da parte di qualche agenzia, non arriva risposta, e nulla cambia.
Nel 2020 i rimpatriati da Palazzo San Gervasio furono solo 51. Era l’anno della pandemia, il centro rimase chiuso per lavori da maggio fino al febbraio dell’anno successivo.

Si parla male del Cpr di Palazzo San Gervasio

Il sito Ultima Voce ha pubblicato un articolo sul Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, solo per riassumere a grandi linee quello che già si sa a proposito della struttura.
Il diritto alla difesa non è garantito, c’è qualche problema col diritto all’assistenza sanitaria, non si possono usare i cellulari con videocamera, si mangia male.
Nella regione manca un garante locale dei detenuti che possa occuparsi di questi problemi. Sì, c’è un garante nazionale, ma nessuno ricorda quando è stata l’ultima volta che ha visitato il centro. L’articolo non lo nomina, così come non nomina il gestore, né qualche esponente politico a favore o contro il Cpr, né una fonte di informazioni in generale.
Se non altro nomina il centro, che a livello nazionale è pressoché dimenticato.
A fine marzo un avvocato ha descritto il modo in cui vengono condotte le udienze nella struttura. In pratica è una farsa: l’avvocato dovrebbe difendere una persona con cui non ha mai parlato prima, senza la possibilità di esaminare le carte che la riguardano. Può solo scrivere a penna le sue ragioni su un modulo, che viene archiviato praticamente senza essere letto, tanto l’esito dell’udienza è già deciso in precedenza.
La denuncia è stata pubblicata da Melting Pot, e non ha portato a nessuna conseguenza. Il legale si rivolgeva al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Potenza, affinché si battesse contro questa vergogna. Ma da Potenza nessuno ha risposto pubblicamente. Né i politici hanno approfittato per occuparsi del problema, né i giornalisti delle altre testate hanno ripreso la notizia. Si sa che le cose vanno così, e sono tutti rassegnati.
Il centro è stato chiuso per lavori tra maggio 2020 e febbraio 2021, e da allora è in funzione con una capienza teorica di 150 posti. Non se ne conosce la capienza effettiva.
Prima della chiusura il Garante nazionale aveva notato più volte che mancava la mensa, e i reclusi erano costretti a consumare i loro pasti seduti sui letti, in locali dove sono presenti anche bagni senza porte. Nessuno ha detto dopo la riapertura se questo problema sia stato risolto.

Umbria, nigeriano accompagnato a Palazzo San Gervasio

Un trentasettenne nigeriano con precedenti per stupefacenti, rapina e lesioni è stato fermato dalla polizia nel corso di un controlo in un locale a Perugia.
L’uomo è stato accompagnato al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, Potenza.
Nel corso dei primi undici mesi del 2021 su 166 nigeriani che sono transitati nei Cpr italiani ne sono stati rimpatriati soltanto 21, appena il 12%.
Dati relativi all’anno in corso non sono disponibili.
Uno dei motivi per cui i Cpr vengono criticati è che nella metà dei casi il trattenimento non si conclude con il rimpatrio e quindi non ha nessuna utilità, a parte quella di tenere alcuni stranieri lontani dalle strade per tre mesi in più, oltre le eventuali pene da scontare in carcere.
Oggi in Sardegna è prevista una manifestazione per chiedere la chiusura del Cpr di Macomer. I manifestanti vogliono esprimere “il proprio sdegno nei confronti dell’ipocrisia europea che accoglie i rifugiati scappati dalla guerra ucraina ma dimentica tutti gli altri che provengono dai territori extra-europei, quelli che sono ancora dispersi nei boschi al confine tra la Polonia e la Bielorussia, quelli delle tendopoli intorno a Calais, quelli lasciati morire nel Mediterraeneo, e coloro che scappano da altri paesi dove permangono situazioni di guerra”.
Sono state raccolte schede telefoniche da consegnare ai reclusi, visto che evidentemente nel centro non vengono applicate le stesse regole in vigore altrove, dove almeno in certe fasce orarie i reclusi possono usare il proprio cellulare in una stanza appositamente allestita.
Ogni centro rimpatri è affidato a un gestore diverso, ha gli spazi strutturati in maniera diversa, ed applica un regolamento diverso a seconda delle esigenze.
Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati al mondo ci sono 82 milioni di persone che sono state costrette a lasciare la propria casa.
Nella sede romana della comunità di Sant’Egidio i magistrati progressisti di Area democratica per la giustizia stanno approfondendo in questi giorni gli strumenti legislativi a disposizione dell’Unione Europea e dell’Italia per l’accoglienza di chi scappa dalle guerre.
Saranno ascoltate le testimonianze di chi è fuggito dalla Libia e di chi ha affrontato la rotta balcanica.
Radio Radicale seguirà almeno uno dei dibattiti.
In Nigeria ufficialmente i terroristi di Boko Haram hanno deposto le armi entro l’inizio di quest’anno, e sono stati reintegrati nella società. Ma secondo i sacerdoti presenti sul posto, attività terroristiche proseguono nelle aree rurali. Sono segnalati omicidi e requisizioni di animali.

La farsa delle udienze a Palazzo San Gervasio

Un avvocato ha scritto un articolo, pubblicato da Melting Pot, in cui racconta come si svolgono le udienze nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio.
Il legale non può parlare col suo assistito prima dell’udienza. Non può visionare il fascicolo che lo riguarda. Deve soltanto scrivere qualcosa su un modulo, sul quale c’è uno spazio insufficiente. Se durante l’udienza inizia a parlare col suo assistito viene interrotto dopo pochi secondi. La decisione finale viene presa senza avere letto le contestazioni.
L’avvocato racconta altri dettagli che lo hanno lasciato perplesso. Tra cui il fatto che, a differenza di quello che avviene normalmente nei palazzi di giustizia, l’avvocato deve parlare col giudice tramite una finestra tra due stanze. I documenti vengono passati attraverso una feritoia, e per compilarli viene messa a disposizione una penna di plastica legata con uno spago.
L’avvocato è molto indignato, ma ha spiegato di non poter protestare per evitare ritorsioni: “Eh già, perché se alzi la voce vieni messo nella lista dei cattivi, con tutte le conseguenze che ne derivano (nomine che non vengono mai formalizzate, assistiti a cui viene suggerito di non avvalersi dei tuoi servigi, ogni tipo di ostacolo alla possibilità di accedere al Cpr)”.
Per giunta, mettersi a discutere sarebbe fiato sprecato, a giudicare dall’espressione di stupore del giudice alla richiesta di un secondo foglio per scrivere la seconda parte delle contestazioni.
Accertare i motivi per cui le udienze vengono condotte in questo modo “non è compito del singolo avvocato e non può essere una battaglia di uno contro tutti. Dovrebbe essere in primo luogo una battaglia del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Potenza, oltre che dell’intero sistema di giustizia, perché in fondo gli avvocati sono un ingranaggio necessario e prezioso senza il quale il sistema della giustizia non potrebbe funzionare”.
Con l’articolo è pubblicata anche la foto del “banchetto di scuola” che costituisce la postazione dell’avvocato.
Melting Pot è un sito di nicchia. Sulla stampa non c’è nessun dibattito sulla questione delle udienze, e nemmeno è prevedibile che qualcuna delle persone citate risponda nel merito.
All’inizio del mese alcuni esponenti dell’Asgi hanno scritto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Potenza per chiedere una verifica sul Cpr di Palazzo San Gervasio.
Si chiedeva di approfondire la questione del sequestro del cellulare, quella delle modalità e tempistiche delle nomine dei difensori, anche per presunte irregolarità nella scelta dei difensori di ufficio, oltre che dello scarso preavviso nella comunicazione della data delle udienze, senza l’invio del provvedimento di richiesta di convalida o proroga. “Una prassi che crea evidenti difficoltà organizzative ai difensori e lede il diritto di difesa non consentendo uno studio adeguato del singolo caso. L’Asgi aveva anche segnalato l’impossibilità di avere un colloquio preventivo con l’assistito prima dell’udienza.
Il comunicato era stato riportato da Pressenza. Non è mai giunta risposta da parte del Consiglio, a quanto si sa.

Palazzo San Gervasio, compromesso il diritto di difesa

L’associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione ha segnalato al Consiglio degli Ordine degli Avvocati di Potenza una serie di criticità riguardanti il Centro di Identificazione per le Espulsioni di Palazzo San Gervasio.
Agli stranieri che vengono portati nel centro viene sequestrato il cellulare e vengono impedite le comunicazioni con l’esterno per 24 o 48 ore. Il legale non viene avvisato che è stato scelto come difensore di fiducia per diversi giorni. La nomina del difensore d’ufficio non avverrebbe a norma di legge. Le udienze vengono comunicate con meno di 24 ore di anticipo, e l’accesso al centro non viene consentito se non è stato concordato in precedenza. Il risultato e che non ci può essere nessun colloquio preventivo, e il legale si trova a dover difendere in udienza una persona di cui non sa niente e che non ha mai visto prima.
Il comunicato dell’Asgi è stato pubblicato da Pressenza, con foto di repertorio scattata a grande distanza, tra le campagne.
Il Consiglio dell’Ordine con tutta probabilità non darà nessuna risposta a mezzo stampa.
Nel frattempo non arriva nessun aggiornamento sul caso dello straniero che versava in gravi condizioni di salute a causa di un incidente pregresso, di cui pochi giorni fa Cild, Msf e l’associazione Nonna Roma avevano chiesto il rilascio dallo stesso Cpr.
Il Garante nazionale dei detenuti ha visitato il centro otto mesi fa. Si era limitato ad annunciare che nel giro di poche settimane avrebbe messo a punto un report da inviare alla ministra dell’Interno.
La stampa poi non ha più riportato nulla.
In questi giorni la Lamorgese si sta occupando dell’emergenza ucraina. La ministra ha annunciato che è stato avviato un censimento dei beni confiscati alla criminalità organizzata per utilizzarli per l’accoglienza temporanea dei profughi in fuga dalla guerra.
E gli sfollati continuano ad arrivare: solo in Toscana se ne segnalano un migliaio, di cui almeno un terzo nell’area di Firenze.
Le prefetture cercano posti nelle ex strutture di quarantena, ma anche nelle case dei privati cittadini. Chi intende ospitare profughi deve comunicarlo all’autorità di pubblica sicurezza.
Bambini e ragazzi verranno iscritti nelle scuole locali.

Palazzo San Gervasio, in gravi condizioni, ancora dentro

Un cittadino senegalese che versa in gravi condizioni di salute è ancora recluso all’interno del Centro di Permanenza di Palazzo San Gervasio, nonostante la richiesta fatta da alcune associazioni di rilasciarlo o almeno di prendersi cura di lui in maniera adeguata. L’uomo, la cui salute è deteriorata a causa di un incidente pregresso, non riceverebbe gli antidolorifici di cui avrebbe bisogno, ma solo tranquillanti o sonniferi. Le sue condizioni starebbero peggiorando in maniera preoccupante, e apparentemente non sarebbe stato ancora sottoposto ad una visita medica. Un articolo che elenca nel dettaglio tutte le iniziative prese dalle associazioni che si stanno occupando del caso è stato pubblicato su Melting Pot ieri, ma era già uscito sul Manifesto il primo marzo, e da allora non sono arrivati aggiornamenti.
La stampa locale non si sta interessando della notizia.
Sempre Melting Pot una decina di giorni fa ha raccontato che l’agenzia europea Frontex starebbe pensando di allargare le sue attività al Senegal, in funzione di contrasto alle migrazioni usando i soliti sistemi: droni, navi, controlli ai posti di confine.
In Senegal è attiva un’associazione comasca che organizza varie iniziative a sostegno delle popolazioni locali: accoglienza e educazione dei bambini, corsi di confezionamento abito per le giovani donne.
Su un sito in lingua inglese è comparso un articolo in cui si parla del problema dell’inquinamento da plastica sull’isola di Goree, meta turistica per via del suo passato di centro di smistamento degli schiavi.
Alcuni anni fa (nel 2011) a Goree era stato approvato una Carta Mondiale dei migranti, in cui i migranti stessi chiedevano di riconoscere il diritto a scegliere il luogo della sua residenza, perché “qualsiasi persona appartiene alla Terra”. Oggi quella carta è pressoché dimenticata.
Su L’Espresso è stata pubblicata un’intervista ad una regista austriaca che ha girato in Senegal un documentario su due giovani donne, una rapper e una wrestler.
Dice l’intervistata che nel Paese “sta crescendo la consapevolezza che l’Europa non è un Eldorado. Ma ovviamente c’è ancora un gran numero di giovani, soprattutto maschi, che vogliono emigrare per colpa della cattiva situazione economica, dell’alto tasso di disoccupazione”. Per chi migra però “i sogni finiscono quasi sempre infranti”.
Un trailer del documentario si può vedere sul sito dell’African Film Festival di New York. Nessuna voce fuori campo, lunghe inquadrature vuote, le parole delle protagoniste in lingua originale, con sottotitoli tradotti in inglese.

Palazzo San Gervasio, trattenuto in gravi condizioni di salute

Un cittadino senegalese fermato dalle forze dell’ordine nel corso di un’operazione di sgombero di un insediamento informale nella periferia di Roma è stato trattenuto nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio.
In conseguenza di un incidente, l’uomo versa in condizioni di salute precarie: ha varie fratture pregresse e un ematoma cerebrale oggetto di continuo monitoraggio.
Al momento dell’ingresso nel Cpr gli è stato sequestrato il cellulare, per cui non ha potuto nominare un legale di fiducia per l’udienza di convalida. In seguito gli è stato consentito di effettuare una telefonata, ma senza poter usare il suo telefono, su cui c’era la rubrica dei suoi contatti. E’ riuscito a far sapere la sua posizione solo perché ricordava a memoria il numero di telefono della dottoressa che si occupava di lui.
La Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, Medici Senza Frontiere e un’altra associazione hanno scritto un lungo comunicato, che è stato pubblicato integralmente sul sito del Manifesto.
Le associazioni chiedono la liberazione immediata dell’uomo in quanto incompatibile con il trattenimento, e contestano la prassi di limitare delle comunicazioni dei trattenuti, che non è legittimata dal Parlamento. Anzi, c’è una sentenza del tribunale di Milano che dice esplicitamente che bisognerebbe garantire ai reclusi la possibilità di utilizzare il proprio telefono, magari solo in certi orari. Sullo smartphone personale infatti ci sono i numeri dei contatti, il messenger, la mail, che invece mancano nel telefono pubblico che viene messo a disposizione dei migranti.
Il Cpr di Palazzo San Gervasio è uno di quelli che vengono completamente dimenticati dall’opinione pubblica.
A febbraio 2021 si erano conclusi dei lavori nel corso dei quali erano stati sostituiti sanitari, rubinetterie e infissi con elementi antivandalo, erano state rifatte le guaine, adeguati gli impianti ed inseriti nuovi arredi fissi e mobili. Erano stati annunciati nuovi lavori, tra cui per l’edificio mensa e luoghi di culto, ma nessuno sa come sia andata a finire la storia. Non sono circolate foto e filmati, anche perché i giornalisti non possono entrare nei centri per i rimpatri, da molto prima che iniziasse la pandemia.
Ieri la Provincia di Biella ha riportato alcune dichiarazioni attribuite al sindaco della città, strumentalizzabili perché sembrano mettere a confronto i profughi ucraini con quelli africani, in particolare senegalesi.
“Chi ad esempio lasciava il Senegal non scappava dalle guerra: certo purtroppo dovevano affrontare problemi economici, ma è una cosa ben diversa da un conflitto. Questa manodopera a basso prezzo era sfruttata in Italia: io alle persone non ho mai chiuso la porta, a prescindere dal colore della pelle, sono tutte in egual modo degne di rispetto”, è una delle dichiarazioni riportate dal sito.
Secondo l’articolo, l’amministratore vorrebbe mettere le persone nelle condizioni di poter rimanere nei loro Paesi originari, dove possono essere utili. “Poi se vogliono migrare devono essere nelle condizioni di farlo e non essere sfruttati”.
“Quelli che arrivano dall’Ucraina raggiungono il confine, portano in salvo donne e bambini e poi tornano indietro per combattere”, è un’altra delle frasi riportate dal sito, insieme a vari confronti con “quando affrontavamo l’immigrazione senza regole” e con “il sistema che c’era prima”.
Prima? In realtà la guerra in Ucraina non ha improvvisamente risolto tutti i problemi dell’Africa e dell’Asia. Né ha cambiato le leggi in Italia. Né le procedure che si stanno mettendo a punto prevedono di accogliere solo donne e bambini ucraini in fuga. E nemmeno le agevolazioni che spettano agli ucraini sono state estese a chi fugge da altre zone di conflitto.
Ieri il sito Expartibus ha scritto che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato una risoluzione che vieta la consegna di armi alla milizia Houthi nello Yemen. Contemporaneamente l’Europa ha deciso che fornirà armi agli Ucraini.
Si parla di missili Stinger e anticarro.
La Francia sta fornendo armi a Zelensky, pur sostenendo di non essere in guerra contro la Russia.
Anche al Consiglio Affari Esteri della Ue si è parlato di fornire “sostegno letale” agli ucraini.
A votare a favore dell’invio di armi è stato anche l’europarlamentare Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, famoso per il suo impegno a favore dei migranti. “Non potevamo lasciare sola l’Ucraina, che è un Paese democratico che sta vivendo una situazione terribile”, ha detto Bartolo a Fanpage. “Fornire le armi è un deterrente, dobbiamo far capire a Putin il motivo per cui oggi si sta parlando di difesa comune”, dice Bartolo, dopo avere detto che “in guerra ci sono solo sofferrenze, morti, bambini che soffrono. La guerra non ha senso, c’è gente che scappa dalle bombe e si va a nascondere nei sotterranei. Abbiamo visto lo strazio delle famiglie, la paura, bisogna scongiurarla totalmente. Spero che ancora ci siano possibilità di dialogo, che ci sia possibilità di trovare, attraverso negoziati, la fine di questa guerra così brutale”.
Insomma, bisogna armare gli avversari della Russia, allargare l’alleanza militare anti-russa, bloccare tutte le attività commerciali russe, le transizioni finanziarie russe, perfino le squadre di calcio russe, e poi trattare. Su che?
La guerra è scoppiata perché Putin vuole contrastare l’espansione della Nato. Bartolo non dice se accetta la proposta russa di demilitarizzare l’Ucraina da entrambi i lati. Anzi, non dice proprio che c’è questa proposta. Secondo lui: “Nessuno può sapere cos’ha nella testa [Putin]. La sua intenzione è quella di riunire l’impero russo, o almeno questo emerge da ciò che ha detto nelle sue conferenze”.
Chissà se il politico le ha ascoltate per intero o ha sentito solo qualche spezzone qua e là. Comunque, un giornalista, il vicedirettore de La Verità, nel corso di una trasmissione tv ha detto che “quelli a cui stiamo dando le armi sono gli stessi che hanno compiuto il massacro di Odessa nel 2014. Ci sono quelli che andavano nelle regioni del Donbass e non è che ci andavano tanto per il sottile. L’Unione europea ha fatto finta di niente per 8 anni, dagli accordi di Minsk in avanti. Se noi all’improvviso cambiamo atteggiamento perché abbiamo deciso che dobbiamo andarre alla guerra totale poi dobbiamo essere consapevoli che ci saranno conseguenze. La guerra non finirà domani e la popolazionee continuerà ad essere a rischio. E saremo a rischio anche noi, perché l’escalation potrebbe essere pesanttissima. E poi lo scopo qual’è? Deporre Putin e sostituirlo con un fantoccio tipo Eltsin? O addirittura con uno peggiore?”