Sicurezza, espulso egiziano

Un quarantatreenne egiziano è stato espulso dall’Italia per motivi di sicurezza. Era stato in contatto con l’attentatore della strage del mercatino di Natale di Berlino. Si tratta del trentanovesimo espulso dall’inizio dell’anno per motivi di sicurezza, il centosettantunesimo dall’inizio del 2015.
L’uomo era già stato rimpatriato nel 2013, dopo una permanenza del Cie di Trapani, e aveva a suo carico vari reati, tra cui una tentata rapina. Era riuscito a tornare in Italia in maniera fraudolenta, grazie ad un visto ottenuto dall’Ambasciata d’Italia in Egitto, con nuove generalità.
E’ stato trovato in possesso di un machete lungo 50 centimetri, di files con inni jihadisti e di una foto dell’assassino dell’ambasciatore russo in Turchia con una scritta in arabo che inneggia a Dio e Maometto e promette: “non lasceremo nessuno in pace se prima la popolazione di Damasco non sarà lasciata in pace”.
Live Sicilia scrive che la foto era un poster, ma scrive anche che è stata trovata sul cellulare.
Latina 24 Ore scrive addirittura che uno dei telefoni del terrorista di Berlino era intestato a lui, mentre Live Sicilia parla solo di imprecisati “contatti”.
Sui principali mass media la notizia non compare.
L’egiziano sarebbe stato portato prima al Cie di Brindisi, poi all’aeroporto di Fiumicino.
Secondo Latina 24 Ore il corpo dell’attentatore di Berlino si troverebbe ancora all’obitorio di Milano, visto che nessuno lo ha richiesto dopo che l’uomo è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia italiana.
E in effetti l’Ansa riporta che un’esponente locale di Fratelli d’Italia ha chiesto ieri che la salma venga rispedita nel suo paese d’origine e la “Tunisia si accolli tutte le spese”.
Sono già sei gli stranieri espulsi dall’Italia per essere in qualche modo entrati in contatto con il tunisino prima della strage.
In passato il Ministro dell’Interno ha detto che bisogna bisogna “colpire la radicalizzazione prima che possa trasformarsi in compiuta progettualità terroristica”, espellendo gli stranieri considerati pericolosi.
La foto che è stata ritrovata sul cellulare dell’egiziano di recente è stata premiata con il World Press Photo, uno dei principali riconoscimenti del fotogiornalismo mondiale. L’autore era pochi giorni fa a Bari all’inaugurazione di una mostra con le immagini che hanno partecipato al concorso.

A Trapani va tutto bene

E’ passato quasi un anno da quando l’ex Cie di Trapani è stato riconvertito ad hostpot, ovvero centro di smistamento per i migranti.
Celebra la ricorrenza un articolo entusiasta pubblicato su Tp24: “Festeggia il primo anno di attività con importanti risultati, tali da farne un esempio su scala nazionale”, si legge sul sito. Il centro “ha ricevuto l’apprezzamento dei rappresentanti dell’Oms Europa”. In un seminario di due giorni “sono state portate testimonianze e dati sull’eccellenza di quanto fatto. una vera e propria smentita contro chi ha ventilato problematiche di gestione, anche in termini di ritardi di pagamenti e anomalie contrattuali”.
L’articolo non rivela nessuna ombra, anzi, afferma che è stato “di rilevante importanza l’intervento dell’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, responsabile associazione Diritti di frontiera [Diritti e frontiere], che ha fornito una sintesi dei diritti umani e internazionali sotto l’aspetto normativo e legale e che ha, concretamente, parlato dell’efficienza delle tempistiche dei trasferimenti dall’hotspot di Trapani ai vari centri di accoglienza”.
L’immagine di Vassallo Paleologo che si mette ad elogiare un hotspot è abbastanza inedita: il professore è conosciuto per essere uno dei principali critici del modo in cui è gestita l’immigrazione in Italia.
L’anno scorso, prima che fosse inaugurato l’hotspot di Trapani, il giurista parlava degli hotspot appena istituiti come di “un sistema di chiusura e di privazione della libertà personale: non ha alcuna base legale e riprodurrà la clandestinità”.
“Il trattenimento prolungato in condizioni di totale limitazione della libertà personale nei casi in cui le persone rifiutino di sottoporsi al prelievo delle impronte digitali contrasta con i principi affermati dalla corte europea dei diritti dell’uomo in quanto si tratta di una misura restrittiva, priva, al momento, di una base legale certa nell’ordinamento interno”, diceva. “Gli hotspot sono una scelta fallimentare che genera un sistema otturato in uscita e in cui si violano i diritti fondamentali degli immigrati. Siamo davanti a un sistema di polizia dettato da provvedimenti limitativi della libertà personale, senza libertà di comunicazione esterna né di difesa legale, soprattutto se si procede a rimpatri collettivi o altro”.
Gli hotspot, diceva un anno fa “rischieranno di diventare un vero e proprio tritacarne intasato dal numero di migranti che potrebbe diventare ingestibile”.
L'”efficienza delle tempistiche” di cui si parla nell’ultimo articolo non necessariamente esclude problemi di diritti umani, specie in materia di identificazioni forzate. Ad aprile scorso, Vassallo Paleologo descriveva così quello che era avvenuto: “Mentre si chiudevano tutte le vie legali di ingresso per lavoro, le politiche europee hanno sottoposto a restrizioni sempre più severe anche l’accesso dei richiedenti asilo, continuando a mantenere l’iniquo regolamento Dublino, che ha esasperato il problema della prima identificazione attraverso il prelievo delle impronte digitali”.
A maggio scorso un esponente dei sindacati di polizia, parlando delle politiche di raccolta forzata delle impronte imposta all’Italia dall’Unione Europea, diceva: “L’Europa a nostro giudizio ha commesso un errore fondamentale: quello di approcciare a questo fenomeno [l’immigrazione] ritenendolo un problema di polizia o di turbativa dell’ordine o della sicurezza pubblica. Questa roba non ha nulla a che vedere con la polizia: è un problema sociale, umano, e in quanto tale deve essere affrontato”.
Alcuni migranti hanno raccontato di essere stati chiusi in una stanza senza mangiare e senza bere fino a quando non avessero acconsentito alla raccolta delle impronte.
In un articolo datato giugno si riferiva che l’hotspot di Trapani era entrato in funzione il 2 gennaio di quest’anno “dopo i primi giorni di improvvisazione, effetto del ridottissimo preavviso con cui il Ministero dell’Interno imponeva alla Prefettura la riconversione della struttura”.
Subito c’era stato “un drastico calo dei provvedimenti di respingimento differito notificati dalla questura di Trapani”.
Gli hotspot di Lampedusa e Pozzallo invece “presentavano gravi problemi già denunciati in numerosi interventi delle organizzazioni non governative, anche per la presenza prolungata di minori non accompagnati, in condizione di grave promiscuità con gli adulti, e per la generale inadeguatezza delle strutture”.
A maggio il professor Vassallo Paleologo ha parlato con alcuni migranti appena sbarcati a Trapani, che hanno descritto una situazione “davvero disastrosa” nel paese da cui provenivano, la Libia. “Molti di loro avevano subito violenze spropositate, tagli sul viso e abusi sessuali”.
Sulle trattative in corso tra l’Italia e la Libia aveva detto: “Ritengo che gli accordi con il nuovo esecutivo possano complicare ulteriormente i fenomeni migratori per chi scappa da conflitti o persecuzioni. C’è il forte rischio che si crei un blocco nel Mediterraneo in grado di rispedire indietro i migranti ritenuti economici attraverso una valutazione approssimativa”.
Intanto un articolo pubblicato sul sito dell’associazione Diritti e Frontiere spiega il meccanismo della “relocation” messo a punto dall’Unione Europea: all'”ingiustizia di partenza” in merito ai requisiti d’accesso (possono essere ricollocati solo i migranti di alcune nazionalità) si aggiunge la “completa arbitrarietà” che regola il funzionamento dei trasferimenti: “non è in alcun modo possibile [per i migranti] scegliere il paese in cui essere trasferiti”; “la relocation si basa su un sistema di quote che vengono aperte e chiuse dagli Stati a loro piacimento, in qualsiasi momento”.

Due fratellini ghanesi in viaggio da soli

Repubblica ha dedicato un articolo a due fratellini ghanesi che hanno viaggiato da soli fino alle coste siciliane, e sono ora ospiti di una comunità protetta.
Il più grande ha tredici anni, la più piccola ne ha sei.
Sono sbarcati a Trapani, dopo un viaggio di almeno due settimane: prima su un camion attraverso il nord Africa, poi su un “gommone malandato stracolmo di uomini e donne”.
La loro storia è stata raccontata ai giornalisti da Giovanna Di Benedetto, portavoce di Save The Children.
L’associazione ha istituito un numero verde per segnalare i minori non accompagnati che hanno bisogno di aiuto.
Intanto i dati mostrano che il fenomeno è in aumento: i “piccoli migranti che viaggiano da soli” arrivati nei primi sette mesi dell’anno sono 13.705, a fronte dei 12.300 del 2015.

Trapani, i profughi possono ripresentare la domanda

Circa 140 migranti africani che erano stati classificati come migranti econonomici destinati al rimpatrio potranno ripresentare la domanda per ottenere lo status di rifugiato.
Lo scrive il sito del Giornale. La decisione è stata presa dopo che i migranti hanno protestato vivamente, affermando di avere ricevuto informazioni insufficienti riguardo alla documentazione da compilare per richiedere lo status di rifugiato.
Repubblica l’altroieri scriveva che i migranti espulsi erano 120, sbarcati a Palermo il 28 dicembre e poi trasferiti all’hotspot di Trapani. Da cui sono stati rilasciati con un ordine di lasciare il territorio nazionale con mezzi propri entro sette giorni. Ne è seguito un tentativo di protesta di fronte alla Prefettura, con tentativo di bloccare il traffico. In seguito pare sia stata allestita una palestra comunale per non farli dormire all’addiaccio.
Si tratta di persone provenienti da varie parti dell’Africa: Senegal, Gambia, Nigeria e Burkina Faso.
L’ex Centro di Identificazione ed Espulsione di Trapani-Milo è stato da poco riconvertito in hotspot, ovvero in centro di smistamento nel quale si dovrebbero separare i migranti economici dagli altri richiedenti asilo.
Due settimane fa il Coordinamento per la Pace di Trapani ha protestato con un comunicato contro la riconversione della struttura.

Indagini a Trapani

Un articolo del Fatto Quotidiano ricostruisce le indagini che si sono svolte negli ultimi mesi in provincia di Trapani intorno ai centri di accoglienza per migranti.
Un sacerdote è stato arrestato per molestie, una struttura di Salemi è stata chiusa prima dell’estate a causa di un’interdittiva antimafia, mentre a Castellammare sono emersi legami tra le cooperative e un ex deputato regionale che ha patteggiato per concorso esterno.
Accanto all’articolo, la foto di alcuni migranti accampati sotto la pioggia accanto ai binari, scattata chissà dove, chissà quando.

Liguria, Sel non vuole il Cie

Dopo che la Regione Liguria ha chiesto ai prefetti di proporre al Governo l’istituzione di un Centro di Identificazione ed Espulsione sul suo territorio, il segretario provinciale di Imperia di Sinistra Ecologia e Libertà, Lucio Sarti, ha scritto un comunicato per manifestare la sua contrarietà alla proposta.
“I Cie sono lo strumento più disumano, costoso e inefficiente di tutto il sistema di gestione dell’immigrazione”, ha scritto Sarti.
La richiesta di un Cie è partita dalla vicepresidente delle Regione Sonia Viale, leghista, ex sottosegretario al Ministero dell’Interno, nel corso di una riunione con sindaci e prefetti.
Scrive Blitz Quotidiano che il Prefetto di Genova ha inoltrato al Governo la proposta, pur notando che “il sistema dei Cie sta andando verso una progressiva dismissione in Italia”.
E in effetti questo è vero, anche se non nel senso auspicato dalla sinistra. E’ notizia di queste ore infatti che uno dei cinque Cie ancora in funzione sul territorio nazionale, quello di Trapani-Milo, a partire dal primo agosto diventerà un hotspot. Cioè sarà usato non soltanto per trattenere gli stranieri che devono essere rimpatriati, ma anche quelli appena giunti nel porto trapanese, ai quali devono essere prelevate le impronte.
Il cambiamento di denominazione implica anche il coinvolgimento delle autorità europee: Frontex, Europol, European Asylum Support Office.
In Liguria alcuni sindaci del Pd vedrebbero con favore l’istituzione di un centro di detenzione per i migranti, a quanto si dice. La capogruppo democratica in regione Paita si è limitata a chiedere alla vicepresidente Viale dove avrebbe intenzione di istituire il Cie.
“Deve essere il governo a dirci dove si può fare e con che risorse”, è stata la risposta.

Trapani, dai barconi al Cie

586 profughi sono stati sbarcati ieri dalla nave della Marina Militare Comandante Foscari nel porto di Trapani. Tra loro, 79 donne e 58 bambini.
Lo scrive il stio Lettera 43.
I paesi di provenienza sono soprattutto Senegal, Gambia, Nigeria e Costa d’Avorio.
Gli stranieri sono stati soccorsi dalla Marina su tre diversi barconi. Per cento di loro è stato stabilito il trasferimento al Centro di Identificazione ed Espulsione di Trapani Milo.
Non è chiaro se saranno selezionati in base al paese di provenienza, in vista di una possibile espulsione, o se l’unico motivo della scelta è la saturazione di tutte le strutture d’accoglienza disponibili.
In questi giorni infatti sembra si siano esauriti i posti a disposizione delle autorità, ed è stato richiesto ai prefetti di trovarne di nuovi, scatenando le proteste di alcuni schieramenti tra cui la Lega Nord.
Scrive Lettera 43 che il Viminale non ha ancora stabilito la destinazione degli altri 400 profughi sbarcati.
Intanto la principale notizia proveniente dalla Sicilia, secondo l’Ansa, è la lite che sarebbe scoppiata su un gommone tra cristiani e musulmani. 12 cristiani sarebbero stati buttati in mare. La polizia ha fermato 15 persone con l’accusa di omicidio plurimo, aggravatao dall’odio religioso.
Il gruppo di stranieri era stato sbarcato nel porto di Palermo dalla nave Ellensborg.
L’Ansa racconta che 4 dei superstiti sbarcati a Trapani dalla nave Foscari hanno raccontato di essere scampati ad un naufragio, nel corso del quale sarebbero morte una quarantina di persone.
I quattro sono tra coloro che al momento si trovano nel centro di espulsione trapanese.