Dal Mali all’Italia

La Nuova Sardegna ha raccontato la storia di uno straniero partito dal Mali all’età di 14 anni, che oggi è un ventiduenne che si è diplomato al liceo artistico col voto di 100.
Scrive poesie, legge letteratura e filosofia, vuole fare il magistrato.
Intanto svolge i lavori più disparati per mantenersi.
In Italia ci è arrivato irregolarmente, su un barcone insieme ad altre 120 persone, dopo un periodo passato in Algeria a lavorare in un cantiere. Se fosse rimasto al suo Paese non avrebbe avuto nessuna possibilità di continuare gli studi.
Uno dei rari articoli riguardanti i migranti nei quali vengono riportate anche le dichiarazioni di un migrante.
Molto spesso ci si imbatte soltanto in brandelli di informazione che poi ognuno inserisce a suo modo in una sua idea precostituita.
L’Antidiplomatico ha pubblicato uno screenshot del sito del Fatto Quotidiano. Sopra compare la notizia che il cantante Ghali ha comprato una barca e l’ha donata alla Ong Mediterranea per salvare i migranti. Sotto c’è la notizia che 10 mila migranti vengono sfruttati nel settore agroalimentare e affrontano condizioni di vita estreme. “Ghettizzarli spinge i profitti”, dice l’Anci. Secondo l’autore del post le due notizie rappresentano due facce della stessa medaglia: gli interventi di salvataggio delle Ong sarebbero la causa e lo sfruttamento sarebbe l’effetto. Il fatto che nessuno se ne renda conto rappresenterebbe un caso di “ipnosi collettiva”, “il primo sintomo del vivere nella bolla”.
Del gesto di Ghali si è occupato anche il Giornale che ha titolato “Ghali fa leva sul buonismo per favorire l’immigrazione clandestina”. Il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è un reato, per cui il cantante viene messo in cattiva luce fin dal titolo.
Figlio di genitori tunisini, Ghali conosce gente che è arrivata in Italia irregolarmente e conosceva anche qualcuno che invece non ce l’ha fatta.
Il Giornale mette in evidenza il fatto che si parla sempre del prima ma mai del dopo: le Ong “non si preoccupano di quale sarà il futuro [dei migranti] e forse nemmeno interessa”.
Ma poi l’articolo non entra nel merito dei meccanismi che si vengono a creare e delle possibili soluzioni. Né la giornalista ne ha parlato con Ghali per sapere se ha riflettuto sul problema.
Intanto a Palermo cinque persone sono finiti agli arresti domiciliari per sfruttamento di lavoratrici immigrate ospitate nei centri di accoglienza italiani. Secondo l’accusa, le donne venivano fatte lavorare 10 ore al giorno per 400 euro al mese. Foto di repertorio di due macchine della polizia.

Umbria, nigeriano accompagnato a Palazzo San Gervasio

Un trentasettenne nigeriano con precedenti per stupefacenti, rapina e lesioni è stato fermato dalla polizia nel corso di un controlo in un locale a Perugia.
L’uomo è stato accompagnato al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, Potenza.
Nel corso dei primi undici mesi del 2021 su 166 nigeriani che sono transitati nei Cpr italiani ne sono stati rimpatriati soltanto 21, appena il 12%.
Dati relativi all’anno in corso non sono disponibili.
Uno dei motivi per cui i Cpr vengono criticati è che nella metà dei casi il trattenimento non si conclude con il rimpatrio e quindi non ha nessuna utilità, a parte quella di tenere alcuni stranieri lontani dalle strade per tre mesi in più, oltre le eventuali pene da scontare in carcere.
Oggi in Sardegna è prevista una manifestazione per chiedere la chiusura del Cpr di Macomer. I manifestanti vogliono esprimere “il proprio sdegno nei confronti dell’ipocrisia europea che accoglie i rifugiati scappati dalla guerra ucraina ma dimentica tutti gli altri che provengono dai territori extra-europei, quelli che sono ancora dispersi nei boschi al confine tra la Polonia e la Bielorussia, quelli delle tendopoli intorno a Calais, quelli lasciati morire nel Mediterraeneo, e coloro che scappano da altri paesi dove permangono situazioni di guerra”.
Sono state raccolte schede telefoniche da consegnare ai reclusi, visto che evidentemente nel centro non vengono applicate le stesse regole in vigore altrove, dove almeno in certe fasce orarie i reclusi possono usare il proprio cellulare in una stanza appositamente allestita.
Ogni centro rimpatri è affidato a un gestore diverso, ha gli spazi strutturati in maniera diversa, ed applica un regolamento diverso a seconda delle esigenze.
Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati al mondo ci sono 82 milioni di persone che sono state costrette a lasciare la propria casa.
Nella sede romana della comunità di Sant’Egidio i magistrati progressisti di Area democratica per la giustizia stanno approfondendo in questi giorni gli strumenti legislativi a disposizione dell’Unione Europea e dell’Italia per l’accoglienza di chi scappa dalle guerre.
Saranno ascoltate le testimonianze di chi è fuggito dalla Libia e di chi ha affrontato la rotta balcanica.
Radio Radicale seguirà almeno uno dei dibattiti.
In Nigeria ufficialmente i terroristi di Boko Haram hanno deposto le armi entro l’inizio di quest’anno, e sono stati reintegrati nella società. Ma secondo i sacerdoti presenti sul posto, attività terroristiche proseguono nelle aree rurali. Sono segnalati omicidi e requisizioni di animali.

Nuovo gestore al Cpr di Macomer

La cooperativa sociale Ekene Onlus di Battaglia Terme è il nuovo gestore del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Macomer, in Sardegna. Lo scrive LasciateCIEntrare, che ricostruisce tutte le fasi dell’appalto e raccoglie tutte le informazioni che si sono accumulate in questi anni a proposito dei centri per migranti che la stessa società gestisce o ha gestito in Veneto.
La società che aveva presentato l’offerta più conveniente è stata esclusa dalla gara per eccesso di ribasso. Aveva sottostimato il costo del lavoro del personale aggiuntivo previsto nell’offerta tecnica, scrive il sito.
L’attuale gestore del Cpr sardo, che pure aveva partecipato alla gara d’appalto, è stato escluso, ma ha invece ottenuto la gestionre del Cpr di Ponte Galeria, Roma.
Il nuovo appalto durerà 12 mesi. L’importo è stimato sulla base di una capienza teorica di 50 posti. Il costo del servizio di gestione e funzionamento del centro sarebbe di 778 mila euro, a cui si aggiungono 22 mila euro per i kit di primo accesso e 46 mila euro per il pocket money e le tessere telefoniche.
L’appalto non include i costi di mantenimento della struttura, che spettano alle Opere Pubbliche, e quelli di vigilanza, affidata al personale delle forze dell’ordine.
La notizia è stata ripresa anche dal sito Pressenza, che la collega brevemente al cambio di gestione che sta avvenendo a Torino.
I media non forniscono nessuna tabella contenente le date di scadenza dei contratti negli altri sette Cpr italiani.
Le notizie restano tra gli addetti ai lavori. Il resto dell’opinione pubblica non ha più sentito parlare di Ponte Galeria almeno dal mese scorso, quando uno dei migranti reclusi nel centro è morto dopo tre giorni di contenzione nel reparto psichiatrico di un ospedale della capitale. C’era stata una conferenza stampa della società civile tunisina in cui si chiedeva di fare chiarezza, in occasione della visita nel Paese nordafricano del ministro degli Esteri Di Maio. Di Maio non si è mai espresso sull’episodio.
Col suo omologo ha parlato del traffico illegale di rifiuti, a proposito di quasi 8 mila tonnellate di spazzatura italiana rimasta bloccata a Souse e probabilmente da riportare indietro, e di immigrazione in generale. “Se l’Italia si farà carico degli elevati costi del rimpatrio dei rifiuti, lo farà in cambio di nuove concessioni sul dossier migratorio?”, si chiedeva Il Foglio.
Il Cpr sardo invece viene nominato spesso per via della sua bassissima percentuale di rimpatri rispetto al totale dei trattenuti. Nessuno finora ha spiegato il motivo di questa inefficenza. La stampa è stata da sempre lasciata fuori dalla struttura: le uniche foto a disposizione sono quelle della recinzione vista dall’esterno.
Una decina di giorni fa Pressenza segnalava che c’erano problemi col riscaldamento. Nessun ha detto se e quando è stata trovata una soluzione.
Per quanto riguarda Torino, quattro giorni fa Pressenza ha scritto che le buste erano state aperte in Prefettura, ma l’appalto non era stato ancora assegnato. Esclusa la Ekene, restavano quattro partecipanti, tra cui Ors (che ha gestito finora il Cpr di Macomer).

Cpr Macomer senza riscaldamento

Scrive LasciateCIEntrare che nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Macomer non funziona il riscaldamento. I migranti vanno a letto indossando i giubbotti e tutti gli abiti che possiedono.
Il comunicato parla sia di riparazioni effettuate o da effettuare sia del fatto che sarebbe terminato il gasolio per le caldaie.
Oltre al riscaldamento manca anche l’acqua calda.
La notizia è stata ripresa da Pressenza, che sollecita il comune a nominare un’autorità di garanzia per il monitoraggio del corretto funzionamento della struttura.
Almeno tre garanti locali si sarebbero espressi in passato a proposito del Cpr, ma non si è mai capito chi di loro fosse quello competente.
Il Garante nazionale deve occuparsi di un campo d’azione molto vasto, per cui visita ciascun centro sì e no una volta l’anno.
Tra le criticità segnalate a livello nazionale, il Garante aveva segnalato l’assenza di un registro degli eventi critici consultabile a distanza dall’autorità di garanzia. Spesso manca anche un registro consultabile visitando i centri di persona.
Il comunicato di LasciateCIEntrare, firmato anche dall’Assemblea No Cpr Macomer e da Potere al Popolo, parla di tentativi di suicidio avvenuti nel Cpr sardo, di atti di autolesionismo e di proteste. “Solo casualmente nei quasi due anni di attività del Cpr di Macomer non si è verificato alcun decesso, nonostante ci si sia andati molto vicini”, scrivono gli attivisti.
Pressenza batte di nuovo sul tasto della sicurezza, viste alcune dichiarazioni rilasciate in passato dalle autorità locali, relative al fatto che un centro rimpatri potesse essere un pericolo per il resto della cittadinanza. “Ma come sappiamo chi delinque va in carcere non nel Cpr”, scrive il sito. Arbitrariamente, perché in realtà sappiamo che spesso dopo il carcere si viene portati al Cpr. Secondo un dato ufficioso diffuso da un sindacato di polizia, il 90% dei migranti reclusi nel Cpr di Torino avrebbe precedenti penali. Si tratta solo di una voce, perché in realtà dati precisi non vengono mai diffusi, né richiesti.
Il Cpr in Sardegna è stato inaugurato, su iniziativa del Pd, per fungere da deterrente agli sbarchi sull’isola da parte di stranieri provenienti dal Mediterraneo occidentale. Non si hanno statistiche precise sulle nazionalità presenti nel centro. In qualche caso si è parlato anche di accompagnamenti al Cpr sardo di migranti fermati nelle altre regioni.
Quello che si sa è che il numero di persone rimpatriate a partire da Macomer è più basso rispetto a quello degli altri centri: solo 35 nei primi 10 mesi e mezzo dell’anno scorso, molto al disotto di Brindisi, che si è fermato a 73 (Palazzo San Gervasio è arrivato a quota 518).
In termini percentuali, Macomer non è l’ultimo della classifica solo grazie al Cpr di Torino, da cui è stato rimpatriato solo il 18,1% dei migranti transitati, a fronte del 18,9% del Cpr sardo. Ma a Torino sono transitate più persone, 631, e i rimpatri in dieci mesi e mezzo sono stati 114, più del triplo.
La stampa locale sarda si limita a riportare il comunicato degli attivisti. Per il resto, c’è stata una indifferenza quasi totale per il funzionamento della struttura in questi mesi. Tant’è vero che LasciateCIEntrare parla di un “muro di silenzio che avvolge il Cpr di Macomer”. “La vita quotidiana all’interno del Cpr continua a svolgersi nell’indifferenza di chi vive al suo esterno e non si accorge della sua disumanità”, scrivono gli attivisti.

Makun a Oristano

Dopodomani, venerdì 26 novembre, il film animato Makun sarà proiettato nella sala conferenze del Coworking-001 di Oristano.
Il cortometraggio di circa mezz’ora è stato realizzato dal regista spagnolo Emilio Martì Lopez e tratta dei centri di detenzione per migranti in Spagna.
L’ispirazione nasce dai disegni che i migranti hanno lasciato sui muri. Il regista ha deciso di animarli per ricostruire, nello stesso stile, la storia dei migranti che hanno lasciato il loro Paese per arrivare in Europa. In mezzo ci sono tragedie in mare o sfruttamento sessuale. All’arrivo c’è il centro di detenzione, con tutte le sue contraddizioni: i migranti hanno diritto di nominare un avvocato che segua il loro caso, ma non viene fornito loro un interprete, per cui non possono spiegare la loro situazione all’avvocato, né sapere quali sono i loro diritti. In una delle storie raccontate c’è un migrante regolare che si vede sequestrare i suoi documenti da un poliziotto, per cui ad un successivo controllo viene portato al centro di detenzione nonostante le sue spiegazioni.
Il filmato si conclude con una nota di speranza, che è solo il sogno di uno dei migranti reclusi: quella di un mondo senza barriere, un mondo in cui si è liberi.
Il titolo del film è quello di una ninna nanna africana. Significa “non piangere”.
Il cortometraggio si può vedere anche sul web, su Vimeo, con audio in lingua spagnola.
A organizzare la proiezione a Oristano sono stati gli attivisti che si battono contro il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Macomer, che è in funzione in funzione in Sardegna dall’anno scorso.
Il film è già stato proiettato in estate a Macomer.
Nel 2020 ha partecipato all’Ischia Film Festival.

Macomer, LasciateCIEntrare risponde alle istituzioni

Il 30 ottobre c’è stata una manifestazione in Sardegna contro il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Macomer. Il sindaco e il prefetto avrebbero rilasciato qualche dichiarazione per rassicurare l’opinione pubblica sul rispetto dei diritti umani nel Cpr. Ora LasciateCIEntrare ha diffuso un comunicato per ribattere a quanto sostenuto dalle istituzioni.
Secondo gli attivisti i Cpr violano la dignità umana per il solo fatto di esistere, indipendentemente da come vengono gestiti.
Gli accessi al centro vengono consentiti soltanto a coloro che sono favorevoli alla sua esistenza, mentre la consigliera regionale Laura Caddeo, che ha appoggiato la protesta, non è potuta entrare.
I manifestanti hanno raccolto schede telefoniche da consegnare ai reclusi, viste le difficoltà a comunicare con l’esterno: nell’epoca degli smartphone, coi quali si può parlare e spedire messaggi gratuitamente con qualunque parte del mondo, gli stranieri nei centri per i rimpatri possono restare in contatto coi loro familiari o avvocati soltanto per mezzo di telefonate a pagamento. I gestori del centro hanno preso le schede telefoniche consegnate dagli attivisti, ma a quanto sembra non le hanno ancora distribuite.
Pressenza ha pubblicato il comunicato, con foto dell’ingresso del Cpr quando ancora era presente il cartello con scritto Casa Circondariale. Anche se il centro è in funzione da una ventina di mesi, ancora non esistono foto e filmati girati al suo interno per vedere come è organizzato ora.
L’Unione Sarda ha pubblicato una foto dell’attuale cancello d’ingresso, con recinzione rinforzata e militari di guardia.
Sui siti di informazione non c’è traccia delle dichiarazioni di sindaco e prefetto, che forse sono state riportate soltanto sulla stampa locale. Né si trovano interviste alla consigliera Caddeo che ha mediato con i manifestanti. Il suo nome compare soltanto nel comunicato, in cui non si dice di quale schieramento fa parte (una lista civica coalizzata col Pd).

Corteo a Macomer

Sabato scorso a Macomer in Sardegna si è svolta una manifestazione alla quale hanno aderito una ventina di associazioni. Pressenza dopo avere visto il servizio realizzato dal tg di Videolina ne ha tratto un articolo con alcune riflessioni. Il titolo è: “Centro per rimpatri Macomer: il più inefficiente d’Italia”. Alla base di questa interpretazione ci sono i dati diffusi poco tempo fa dal Garante nazionale dei detenuti. In tutto il 2020 le persone transitate nel Cpr sardo sono state 175, ma solo 37 di loro sono state rimpatriate: il 21%. Il tempo di permanenza medio nel centro è stato di ben 73 giorni, il risultato più alto tra i vari Cpr.
Anche le ultime statistiche disponibili, quelle relative ai primi mesi del 2021 sono andate male: i giorni di permanenza media sono stati 59; il dato è più basso ma comunque è il peggiore in Italia. Le persone transitate sono state 75, a fronte di 18 persone effettivamente rimpatriate (24%).
Come mai questo centro è più inefficiente degli altri? Non si sa. La stampa non può entrare nel Cpr, ma racconta anche che “è difficile avvicinarsi e ottenere delle semplici informazioni”. La struttura è stata allestita con funzione di deterrenza nei confronti dei migranti provenienti dal Mediterraneo occidentale. I quali, sapendo che sbarcando sulle coste sarde sarebbero stati rinchiusi a Macomer, in un ex carcere, avrebbero dovuto decidere di non partire. Comunque non si conoscono le nazionalità degli stranieri transitati nel centro; in alcuni casi vi sarebbero state trasferite anche stranieri fermati nelle altre regioni italiane.
Il Cpr si trova in un paesino al centro della Sardegna, lontano da coste, porti e aeroporti. Scrive Pressenza che da nessuno degli aeroporti più vicini sarebbero previste destinazioni nel nord Africa. Quindi per rimpatriare gli stranieri sarebbe necessario portarli prima a Fiumicino. Il condizionale è d’obbligo, perché in effetti non circolano racconti su come avvengono i rimpatri da Macomer.
Il Garante nazionale dei detenuti ha monitorato 56 voli di rimpatrio, e ne ha tratto un rapporto di 17 pagine che si può sacaricare dal sito ufficiale. Il rapporto comunque non contiene resoconti dei singoli voli di rimpatrio, ma informazioni e raccomandazioni generali. . E’ composto di fogli scannerizzati, quindi non si possono cercare parole chiave al suo interno. E non viene citato quasi mai quando si parla di rimpatri.
Casomai la situazione sarda dovrebbe essere monitorata da qualche garante locale, ma non si è ancora capito quale dei vari garanti locali sarebbe competente su questo centro. Sembrerebbe che l’unico garante ad averlo visitato sia quello di un’altra provincia, ma nessuno ne ha letto o ascoltato un resoconto.
Il Garante nazionale è stato a Macomer a marzo. I media locali hanno riportato la notizia che ci sarebbe stata la visita, ma non hanno dato visibilità alle sue dichiarazioni successive.
Di recente ha concesso un’intervista a Repubblica in occasione del processo Regeni, e pensando anche al caso di Patrick Zaki ha chiesto una riflessione sull’opportunità di sospendere i rimpatri verso l’Egitto, oltre che verso l’Afghanistan.

Macomer, sabato manifestazione no-Cpr

Sabato prossimo si terrà a Macomer in Sardegna una manifestazione per chiedere la chiusura del locale Centro di Permanenza per i Rimpatri. Lo scrive Il Manifesto, secondo cui ad organizzarla è il Comitato No Cpr Sardegna, costituito da quindici tra gruppi politici e associazioni di base.
Quando il ministro Minniti ha istituito i Cpr con l’attuale definizione, aveva detto che sarebbero stati qualcosa di diverso rispetto ai loro predecessori, i Cie, perché qui non ci sarebbero state violazioni dei diritti umani. I Cpr infatti sarebbero stati tenuti sotto controllo dal Garante dei detenuti. L’articolo non cita nessuna visita del Garante nazionale dei detenuti, che ha ben altre preoccupazioni dovendo occuparsi di tutte le carceri nazionali, i luoghi di detenzione, le navi quarantena e i voli di rimpatrio. Il suo ufficio riesce a visitare ciascun Cpr soltanto una volta l’anno. Per quanto riguarda i garanti locali, gli attivisti dicono che il garante di Oristano è riuscito ad entrare nella struttura solo aggregandosi a due consiglieri regionali che hanno effettuato un sopralluogo (e di cui non si riportano i nomi). Anche i garanti di Tempio e Nuoro, sembra di capire, sarebbero interessati alla struttura, ma non ci hanno mai messo piede. Macomer è in provincia di Nuoro e dista una cinquantina di chilometri sia da Nuoro che da Oristano, una settantina di chilometri da Sassari.
L’articolo si sofferma anche sul complesso schema proprietario dell’ente gestore, una società con sede in Svizzera, criticata da Amnesty sei anni fa per via della gestione di un centro di accoglienza in Austria, troppo sovraffollato.
Comune Info ricorda che dopo una manifestazione che si era svolta all’inizio dell’estate il Prefetto aveva detto che non condivideva l’utilizzo della parola “lager” per definire il centro. Il sito ha riportato l’intero comunicato degli organizzatori, con l’elenco dei firmatari. Tra questi si leggono i nomi di LasciateCientrare, Legambiente, Potere al Popolo, Usb, Cobas scuola e Sardegna Palestina.
Nel rapporto di quest’anno del Garante dei detenuti si legge che la sola visita al Cpr di Macomer c’era stata a marzo 2020, visto che il centro era stato aperto un paio di mesi prima. I media non ricordano una visita successiva. Il prossimo rapporto è atteso a ridosso della primavera.
Al presunto conflitto di competenze tra i vari garanti locali si accenna anche nel recente rapporto diffuso dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (a pagina 83), che dedica una scheda dettagliata a ciascun Cpr. Quando si parla di Tempio si ci si riferisce a Tempio Pausania, un comune in provincia di Sassari a più di 100 chilometri da Macomer.
Il rapporto parla di carenza di personale, e del fatto che ad un’avvocatessa sarebbe stata negata la presenza di un interprete nel corso dei colloqui con i suoi assistiti.
Il centro è stato allestito in un carcere con celle da due posti. I giornalisti non hanno potuto visitarlo neanche prima che iniziasse ad ospitare gli stranieri da espellere.

Torino, rivolta al Cpr

Ieri pomeriggio c’è stato un tentativo di rivolta al Cpr di Torino. Alcuni dei reclusi hanno provocato un incendio che ha reso inagibili 35 posti. Si sta cercando una sistemazione per tutti coloro che erano ospitati in quel settore. Alcuni stranieri sono stati portati in infermeria per sospetta intossicazione.
La notizia è stata riportata in poche righe dal sito del Corriere, con consueta foto di repertorio del centro visto dall’alto.
Nelle ultime ore era stata diffusa la notizia della chiusura del cosiddetto Ospedaletto, ossia il settore nel quale venivano messi in isolamento per motivi sanitari o di sicurezza alcuni dei reclusi.
A chiedere la chiusura del settore era stato il Garante nazionale delle persone private di libertà.
Nell’ospedaletto erano morti due stranieri, negli ultimi anni: uno per malore, l’altro per suicidio.
Tra pochi giorni dovrebbe svolgersi una iniziativa organizzata dalla campagna LasciateCIEntrare, nel corso della quale alcuni giornalisti potranno visitare i Cpr, grazie alla collaborazione di alcuni parlamentari disposti a farli accreditare come loro collaboratori al momento dell’ingresso.
Finora sono stati diffusi i nomi di quattro onorevoli che hanno aderito all’iniziativa, ma non la lista dei centri che verranno visitati (in tutta Italia ce ne sono una decina).
Msn ha riportato un lancio dell’Ansa secondo il quale l’incendio è avvenuto nella cosiddetta Area Rossa del Cpr torinese, che ha subito gravi danni. La colonna di fumo nero sarebbe stata avvistata da vari punti della città. La foto accanto all’articolo mostra materiale accatastato in un cortile, ma apparentemente si tratta di un’immagine relativa ad un episodio precedente.
Negli ultimi giorni LasciateCIEntrare ha diffuso due comunicati sul suo sito, uno per opporsi all’apertura di un Cpr in Trentino Alto Adige, dove non è ancora stata individuata la località in cui allestire la struttura, l’altro per la raccolta di schede telefoniche per i reclusi del Cpr di Macomer, dove il regolamento prevede ancora il sequestro dei telefoni personali al momento dell’ingresso. Gli stranieri possono comunicare coi loro avvocati e coi loro familiari solo utilizzando telefoni pubblici con schede telefoniche a pagamento.
Il divieto di usare il proprio telefono all’interno dei Cpr non è stato stabilito per legge, ma deriva dal regolamento delle singole strutture.
L’uso di cabine telefoniche pubbliche costituisce una grossa limitazione per i reclusi, visti i costi delle comunicazioni internazionali, l’assenza di internet, messenger, e-mail, sms e perfino l’assenza di una rubrica digitale dei contatti. La sentenza di un tribunale aveva stabilito che sarebbe stato meglio consentire ai reclusi di utilizzare il proprio telefono cellulare, magari in un contesto sorvegliato per evitare abusi (una stanza ben precisa, in un orario consentito, ad esempio). Ma queste richieste hanno avuto ben poca visibilità sui mass media.
La stampa viene tenuta fuori dai Cpr, e si limita a riportare brevi comunicati ufficiali in caso di rivolte, accompagnamenti nei centri e iniziative di protesta.
Gli attivisti insistono a dire che si finisce nei centri rimpatri senza avere commesso reati, la cronaca riporta di accompagnamenti di persone che hanno commesso reati, e non esistono statistiche su quanti degli stranieri reclusi sono pregiudicati e quanti no.
Gli schieramenti politici in linea di massima sarebbero favorevoli a portare avanti il piano Minniti (Partito Democratico), già ipotizzato dal suo predecessore Maroni (Lega) nel decennio precedente, di aprire un Cpr in ogni regione. All’appello ne mancano ancora parecchie: Trentino Alto Adige, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, Abruzzo, Campania, Calabria, Marche, Veneto.

Rissa a Monastir, cinque accompagnamenti al Cpr

Alla fine di febbraio c’è stata una rissa tra stranieri nel centro di accoglienza di Monastir, vicino Cagliari, in Sardegna. A quanto ha scritto l’Ansa si sono confrontati gli stranieri già presenti nella struttura e quelli appena arrivati. Uno straniero è stato colpito alla testa da un oggetto contundente ed è stato ricoverato in gravi condizioni. 15 migranti sono stati denunciati.
Ora sono arrivati i nuovi sviluppi: 5 algerini sono stati trasferiti al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Macomer, sempre in Sardegna, da cui si conta di rimpatriarli in breve tempo.
La notizia è stata riportata da vari siti web locali, con foto di repertorio, talvolta con qualche confusione tra centro di accoglienza e centro rimpatri.
Intanto altri due algerini sono stati arrestati nel sud della Sardegna: entrambi erano già stati rimpatriati una volta, e sono tornati in Italia prima dello scadere del divieto di reingresso (tre e cinque anni).
Non è ancora stato deciso che provvedimenti prendere nei loro confronti.