Aumentano le richieste di protezione internazionale

Scrive il sito Notizie.it che nei primi sei mesi del 2017 le richieste di protezione internazionale sono aumentate del 44% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo il numero di 77.449. Tra il 2016 e il 2015 l’aumento era stato del 47%.
Nell’articolo si parla anche di un calo del 31%, probabilmente del numero degli sbarchi. Al 31 ottobre, i migranti sbarcati erano oltre 110 mila. Il 17% sono nigeriani, seguono i cittadini di Guinea, Bangladesh e Costa d’Avorio (attorno al 9% ciascuno).
Il sito non cita la fonte, ma gli stessi dati sono riportati anche da Redattore Sociale. Che nota anche un’altra cosa: il fallimento del progetto di relocation, ovvero di trasferimento dei migranti dai due stati di frontiera (Italia e Grecia) agli altri stati dell’Unione Europea. Erano stati previsti 160 mila trasferimenti, ne sono stati messi in atto solo 29 mila, di cui solo 9 mila dall’Italia. Poco più del 30%.
Il sito cita anche la fonte: il Rapporto sulla protezione in Italia nel 2017, che è stato presentato ieri nella sede dell’Anci a Roma.
Il rapporto illustra anche i dati dello Sprar (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati). I beneficiari del sistema sono aumentati di 9 mila unità nell’ultimo anno, passando da 26 mila a 35 mila. Il numero dei richiedenti asilo accolti dallo Sprar è quintuplicato in cinque anni.
Il Prefetto Mario Morcone ha ammesso in conferenza stampa che bisogna cambiare la Bossi-Fini, “non perché si tratti di una legge da giudicare buona o cattiva, ma perché risale a quindici anni fa e dopo quindici anni è una legge ormai fuori asse temporale”.
Il comunicato sul sito del Ministero non spiega comunque in che cosa dovrebbe essere cambiata la legge.
Dall’estero intanto arriva la richiesta da parte dell’agenzia nigeriana contro il traffico di esseri umani di identificare e processare i responsabili della morte di 26 donne nigeriane naufragate al largo della Libia e recuperate da una nave spagnola arrivata a Salerno domenica scorsa.
L’agenzia è interessata a conoscere i nomi di eventuali cittadini nigeriani coinvolti nel traffico di esseri umani.
La città di Salerno è rimasta particolarmente colpita dalla tragedia. Il Comune ha deciso il lutto cittadino. Sta inoltre valutando l’ipotesi di un convegno per informare la popolazione della complessità del problema migratorio ed evitare che qualcuno proponga “risposte semplici”. Bisogna “spostare il tiro dal chiacchiericcio banale a considerazioni più severe e più attente”, ha detto il sindaco.

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Se uno rischia la pena di morte al suo paese non deve passare dal Cie

Il sito Salvis Juribus ha dedicato un articolo ad una sentenza della Corte di Cassazione che riguarda uno straniero che rischia di essere espulso verso un paese in cui rischia la pena di morte.
Purtroppo si tratta di un sito di informazione giuridica, quindi non solo nell’articolo non ci sono dettagli fondamentali per la cronaca, ma è scritto anche in maniera tale da essere pressoché incomprensibile ai comuni mortali.
Da quello che si capisce, c’è uno straniero di nazionalità imprecisata, che si trova al momento in un imprecisato carcere dove sta scontando sei anni e otto mesi di reclusione per violazione della disciplina di stupefacenti (di tipo imprecisato).
La pena termina a gennaio prossimo. Dopodiché, l’uomo dovrebbe essere portato al Cie in attesa di rimpatrio. Ma nella sua patria, che non sappiamo qual’è, l’uomo rischia la pena di morte. E siccome l’Italia non deve espellere gli stranieri verso paesi nei quali possano subire trattamenti inumani, sarebbe inespellibile. Pertanto il suo trattenimento nel Cie, a suo giudizio, sarebbe inutile.
Tuttavia la sua domanda per ottenere il riconoscimento alla protezione sussidiaria non era stata presa in considerazione, “in ragione del non prossimo fine pena”.
Ora sembra che la Corte abbia accolto il suo ricorso. Cioè: anche se l’uomo è considerato pericoloso socialmente, avrebbe comunque diritto alla protezione da parte dell’Italia.
Su Melting Pot ci sono numerosi articoli che riguardano l’aspetto giuridico della protezione umanitaria. L’ultimo riguarda la protezione concessa ad un cittadino nigeriano fuggito dal paese di origine nel timore di essere sacrificato da parte del padre, membro di una società segreta, “affinché costui potesse acquisire maggiore potere all’interno della setta”.
Il Tribunale di Bologna ha considerato la sua storia attendibile “in quanto conforme a quanto risulta dalle Coi consultate circa le società segrete nello stato nigeriano dell’Edo”. Cioè che nell’Edo esistono tutt’ora i sacrifici umani rituali.
Le Coi sono le informazioni sul paese di origine (Country of Origin Information), e provengono dalla Commissione Nazionale per il Diritto D’Asilo, del Ministero dell’Interno.

Dati sugli sbarchi

Il Ministero dell’Interno ha pubblicato sul web una serie di tabelle riguardanti il numero di migranti sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno, aggiornata alla data di ieri.
La nazionalità più rappresentata è quella nigeriana, con 17 mila unità. Al secondo posto la Guinea, paese di cui non sappiamo niente, 9 mila. Seguono Bangladesh e Costa d’Avorio a quota 8 mila. Mali e Senegal stanno a 6 e 5 mila. 5 mila anche per Gambia, Eritrea, Sudan e Marocco.
Il file diffuso dal Ministero contiene anche i dati sui ricollocamenti a livello europeo. Quasi 8600 stranieri sono stati già mandati all’estero, 3 mila e 400 solo in Germania. Il paese che ne ha ricevuti di meno è l’Austria, soltanto 15 (di cui un solo minore). Sono oltre 1200 le richieste approvate in attesa di trasferimento, e 1100 le richieste inviate in attesa di approvazione. A queste si aggiungono altre 1200 richieste già istruite in attesa di individuazione dello stato membro, e altri 3500 potenziali beneficiari della procedura.
Il numero totale degli sbarchi è diminuito del 23% rispetto all’anno scorso: 106 mila a fronte di 139 mila dello stesso periodo del 2016.
In alcuni mesi la diminuzione degli sbarchi è particolarmente vistosa: ad agosto ci sono stati solo 4 mila migranti sbarcati, a fronte dei 21 mila dello stesso mese dell’anno precedente.
I porti maggiormente interessati dagli sbarchi sono Augusta e Catania, 15 mila. Segue Pozzallo, 10 mila.
In questi giorni si parla di un presunto aumento di imbarcazioni provenienti dalla Tunisia. Repubblica ipotizza “una forma di pressione che Tunisi sta mettendo in atto per poi battere cassa”.
Secondo il sito, l’accordo bilaterale con la Tunisia prevede non più di 30 rimpatri a settimana. Negli ultimi giorni di tunisini ne sarebbero sbarcati più di 500. Tra questi, anche criminali comuni rilasciati a causa di un indulto. E c’è la preoccupazione che possano infiltrarsi anche dei foreign fighters o dei terroristi.
Sul sito Newsly uno studente di lettere di Tor Vergata ha provato ad affrontare la questione in un articolo. Secondo lui “l’accordo vigente con la Tunisia per il rimpatrio non può essere applicato dato il sovraffollamento dei Cpr, centri per il rimpatrio”. Del resto scrive anche che “le imbarcazioni delle Ong sono da mesi attraccate al porto”.  Il Web Advisor di McAfee blocca alcuni contenuti del sito, provenienti da siti potenzialmente pericolosi.
Non è vero che tutte le Ong sono ferme da mesi. E’ della settimana scorsa la notizia che la marina libica ha esploso colpi di avvertimento contro una nave della Ong tedesca Mission Lifeline, che si era spinta dove non avrebbe potuto nel tentativo di traghettare un barcone con a bordo 52 immigrati fino alle coste italiane (secondo la ricostruzione fornita dal Giornale).
Non si trattava di invasione delle acque territoriali (22 km dalla costa): la zona in cui solo le navi autorizzate possono entrare arriverebbe ad oltre 100 km dalla costa.
Intanto arrivano notizie disastrose dalla nave anti-Ong, quella affittata per due mesi dall’organizzazione di estrema destra Generazione Identitaria. Gli 8 marinai dello Sri Lanka dell’equipaggio sono stati soccorsi dalla Croce Rossa catalana, senza cibo, senz’acqua, senza vestiti adeguati e senza stipendio. Dell’armatore non c’è traccia.
Generazione Identitaria aveva abbandonato la nave il 27 agosto.
C’erano già state polemiche a proposito dei marinai, alcuni dei quali avevano pagato per stare a bordo. Uno stage, ha detto l’organizzazione, mentre i cingalesi erano convinti che sarebbero stati sbarcati in zona Schengen.
Generazione Identitaria ha aperto una sezione in Italia. Racconta Avvenire che il presidente si chiama Lorenzo Fiato, e ha tenuto diversi incontri per presentare la campagna Defend Europe, di cui uno a Roma all’Hotel delle Nazioni, vicino Montecitorio.
Scrive Casteddu Online che il veliero Astral ha operato fino a due settimane fa per soccorrere i migranti in mare. La settimana scorsa era a Cagliari, per tornarsene a Barcellona.
Ha scritto la Ong Open Arms: “E’ stato documentato come, lungo le coste libiche abbiano cominciato ad operare milizie armate formatesi allo scopo specifico di contrastare l’emigrazione”, che portano i migranti “all’interno di un’estesa rete di campi e centri di prigionia, dove i migranti vengono derubati, picchiati, stuprati, torturati, sequestrati a scopo di estorsione, ridotti in schiavitù, uccisi. E’ evidente come queste azioni armate ai danni di migranti e Ong siano avvenute in seguito a complessi e in parte oscuri accordi politici e scambi di varia natura con le altre potenze interessate alla spartizione della Libia e con i diversi governi e le milizie armate che operano in quel territorio”.
A quanto si dice non c’è una sola guardia costiera libica: ce ne sono varie, e non si capisce a chi rispondano effettivamente.
Sarebbero anche emersi legami tra queste milizie e i trafficanti.

Sciopero dei giudici di pace

I giudici di pace stanno scioperando. Lo scrive il Sole 24 Ore, secondo cui lo sciopero finirà dopodomani, e finora sono saltate 400 mila udienze. Si tratterebbe già della terza settimana consecutiva di sciopero, ma è prevista a settembre la ripresa della protesta: un altro mese di sciopero, e così tutti i mesi a venire a intervalli di 20 giorni. I giudici di pace se la prendono con un decreto al quale ha lavorato il ministro Orlando, approvato ma non ancora promulgato, che ha messo in ginocchio il loro settore. “I nostri scioperi parziali non fanno altro che anticipare ciò che succederà tra 4 anni per espressa previsione di legge”
Un articolo del Giorno spiega cosa fanno i giudici di pace: gestiscono tutti i sinistri stradali con un valore fino a 100 mila euro, e cause ordinarie fino a 50 mila euro (in tutto, l’80% del contenzioso civile). Inoltre si occupano di immigrazione e rimpatri. Anche a Milano, dove non c’è un Cie ma ci sono i Cara, Centri di Accoglienza per richiedenti asilo. L’articolo del Giorno si intitola “Giudici di pace, Milano vicina al collasso”, e dice che “il governo continua ad ignorare le richieste formulate con argomentata insistenza dalla categoria, arrivata a brandire l’arma dello sciopero”, ma non dice che lo sciopero è in corso, né con quali modalità.

Invitalia

Il sito Giro di vite ha pubblicato un lungo articolo in cui si parla delle spese relative all’immigrazione, basato su una relazione presentata quattro mesi fa dal Ministero dell’Interno al Senato, relativa all’anno 2015.
La seconda metà dell’articolo è dedicata alla Invitalia, Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, che si occupa di interventi di adeguamento degli immobili da destinare all’accoglienza.
Scrive il sito che la società sarebbe presieduta dal presidente di Save the Children Italia Onlus.
Non svolge lavori, ma è la “stazione appaltante” o “centrale di committenza” del Ministero, al costo di oltre 480 mila euro l’anno (per il 2015).
L’articolo parla di alcune difficoltà che ci sarebbero state in occasione di alcuni bandi di gara contestati.
La società si occupa degli ambiti più disparati, e normalmente non viene mai messa in relazione alle questioni relative all’immigrazione sui siti di informazione autorevoli.
Sul sito del Fatto Quotidiano Invitalia non viene più nominata da novembre scorso, per una vicenda relativa ad un’azienda di Anagni che era finita sotto inchiesta e a cui bisognava ritirare i finanziamenti.
Anni prima, nel 2013, sempre il Fatto Quotidiano aveva dedicato un articolo all’agenzia “Invitalia si conferma in profondo rosso”.
In entrambi i casi agli articoli era stato necessario accodare un comunicato con le precisazioni della società.

Il pessimismo di Be Free

Oria Gargano, presidente di Be Bree – cooperativa sociale contro tratta, violenze e discriminazioni – ha partecipato alla presentazione del libro “Il coraggio della libertà”, di Blessing Okoedion, edizioni Paoline.
E ha voluto condividere una serie di “considerazioni non troppo ottimiste” sulla situazione attuale. Anni fa, ricorda la presidente, erano gli stessi poliziotti che indirizzavano le vittime di tratta verso le associazioni che potevano aiutarle. Oggi questo non succede più. Oggi la straniera costretta a prostituirsi viene portata dalle forze dell’ordine direttamente al Cie. Dove non viene ascoltata da persone competenti. Talvolta viene rimpatriata (“deportata”), talvolta viene rilasciata, ossia consegnata ai suoi sfruttatori.
E mentre le autorità seguono la sua vicenda molto distrattamente (“di quella ragazza non gliene frega niente a nessuno”), i trafficanti hanno imparato a sfruttare il meccanismo dei Cie.
Le ragazze, anziché chiedere la protezione per le vittime di tratta, chiedono asilo politico presentando storie fotocopia di persecuzioni da parte di Boko Haram. Spesso vengono accompagnate dalle stesse maman che le spingono a prostituirsi. A volta le commissioni che esaminano le loro richieste si rendono conto di ciò che sta succedendo. Il più delle volte, nessuno capisce qual’è la situazione. Nessuno si chiede chi è quella donna che accompagna le ragazze. Come è possibile?, si chiede la presidente di Be Free.
Che contesta i due decreti Minniti-Orlando che sono appena usciti in materia di immigrazione e decoro urbano. Il primo abolisce il diritto di appello per i migranti (“è contro la Costituzione”) e aumenta il numero dei Cie (“non sono strumenti atti a riconoscere i diritti delle persone”). Il secondo dà ai sindaci poteri d’ordinanza.
Ma a Roma si sono già viste “nefandezze”, dice la Gargano, ai tempi di Alemanno, quando il sindaco emanava delle ordinanze e le “prostituite” (ragazze costrette a prostituirsi) venivano trattate da “prostitute”. “E’ una i solo in mezzo, ma è una i importante”.
All’evento hanno partecipato anche l’ex ministro Livia Turco, oggi presidente fondazione Nilde Iotti, e il sottosegratario Sesa Amici, che ha annunciato un fondo di 22 milioni di euro per le regioni da destinare a progetti di recupero.
C’era l’autrice del libro, una ragazza africana fatta arrivare in Italia con l’inganno per sentirsi dire che non sarebbe stata libera finché non avesse ripagato 65 mila euro.
C’era un magistrato ed esponenti di associazioni che lavorano a contatto con le vittime di tratta.
L’intera registrazione dell’evento è disponibile sul sito di Radio Radicale (circa due ore).
Ai giornalisti è arrivato poco e niente.
Ci sono solo poche righe sul sito di informazione religiosa Sir.

Ciè business

E’ appena uscito un docufilm di Marco Bova, “Ciapani – Trapani senza marketing”. Dalle note biografiche del videomaker veniamo a sapere che l’autore, giornalista di Agi e Ruptly, si è occupato anche di centri di espulsione. Nel 2013 ha realizzato “Ciè Business” un breve documentario di 12 minuti sulla gestione dei centri per migranti, che a quanto si dice sarebbe stato premiato da Repubblica.
Il filmato è stato messo su Youtube nel luglio del 2015 da Malitalia (che l’ha prodotto), e ha totalizzato da allora 189 visualizzazioni.
E’ interessante vederlo ancora oggi che la situazione è cambiata rispetto ad allora, perché i problema che solleva sono ancora attuali.
Il ministro Minniti ha stabilito che dovrà essere aperto un Cie in ogni regione (seppure chiamandolo Cpr, centro per i rimpatri anziché per le espulsioni). Secondo le indiscrezioni i primi dovrebbero cominciare ad essere attivati a partire dall’estate prossima. Eppure sui mass media non si è ancora discusso di come verrà assegnato l’appalto, e su quali basi.
In Ciè Business si discuteva dell’ipotesi di assegnare tutti i Cie ad un unico gestore. All’epoca si era suggerita la Croce Rossa. Ma uno degli intervistati evocava un altro modello, diffuso all’estero, nel quale ci sono poche società private che fanno il bello e il cattivo tempo nei centri di detenzione. Sono loro a fissare il prezzo, loro a scrivere i regolamenti interni.
In Italia ogni appalto veniva assegnato indipendentemente rispetto agli altri. A cifre completamente diverse, che andavano dai trenta agli oltre settanta euro giornalieri per ogni straniero recluso, tenuto conto che le dimensioni dei vari centri non erano omogenee. Con la spending review, si è fissata una base d’asta di 30 euro, con gara al ribasso, anche se il numero di servizi da garantire non è diminuito.
All’epoca poi i riflettori erano puntati sulla mala gestione di alcuni centri, che era finita nel mirino della magistratura. L’Oasi di Trapani, che gestiva anche il Cie di Modena, aveva ricevuto numerose contestazioni da parte della Prefettura, che aveva rescisso il contratto. La Connecting People, che si occupava del Cie di Gradisca, è finita sotto processo per presunte fatture gonfiate. Viene nominata anche la Confraternita della Misericordia, che pure ha avuto una gestione non proprio esemplare. C’era una situazione per cui l’ente gestore si ritrovava senza soldi per pagare gli stipendi, o per garantire i servizi fondamentali ai reclusi.
Si è detto in questi giorni che i Cpr non avranno nulla a che vedere con i Cie. Tuttavia non si è ancora entrati nel merito, nel dibattito pubblico. In cosa consistono queste differenze? A chi verrà affidata la gestione? Quali precauzioni si prenderanno affinché non si ripetano i disguidi che ci sono stati in passato?