Giornata mondiale del rifugiato

Venerdì prossimo è la Giornata Mondiale del Rifugiato. Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli e Caserta ha organizzato due manifestazioni per chiedere pace, giustizia sociale e permesso di soggiorno per protezione speciale per tutti gli irregolari.
All’iniziativa hanno adertito alcune realtà locali, nessun partito. La notizia è riportata da Melting Pot, senza nomi di persona.
Gli organizzatori presenteranno alla questura e alla prefettura un elenco di proposte per migliorare la vita di coloro che si trovano in Italia da anni e di coloro che sono appena arrivati.
La prospettiva di una guerra mondiale farà impennare il numero di rifugiati in movimento da un Paese all’altro. Inoltre la pandemia ha peggiorato le condizioni materiali di vita delle persone.
A Siracusa lunedì prossimo si esibirà un coro ucraino, sempre nell’ambito della Giornata del Rifugiato. L’incasso verrà devoluto all’acquisto di generi di prima necessità per la popolazione ucraina e ad iniziative mirate alla salvaguardia del patrimonio storico ucraino.
Gli italiani hanno mostrato grande solidarietà nei confronti di coloro che sono in fuga dalla guerra in Ucraina, ma non altrettanta verso coloro che fuggono da guerre in Africa. A marzo Matteo Salvini twittava contro 122 subsahariani sbarcati a Lampedusa definendoli arbitrariamente “profughi finti” e chiedendo una reazione al ministro (Lamorgese) che praticamente non è arrivata.
Comunque cinque giorni fa si è svolta in Lussemburgo una riunione del Consiglio Affari Interni dell’Unione Europea che ha approvato un pacchetto attuativo della prima fase dell’approccio graduale in materia di migrazione e asilo.
Il pacchetto prevede un aiuto agli Stati di primo ingresso (tra cui l’Italia) e due regolamenti per rafforzare la protezione delle frontiere esterne.
Si va verso l’attivazione di un effettivo meccanismo di redistribuzione dei migranti.
La Lamorgese ha parlato di “quote adeguate di ricollocazione”. I mass media non hanno riportato quali saranno queste quote, in base a cosa saranno stabilite, e cosa succederà agli Stati che dovessero rifiutare di accettare il piano.
Scrive l’Ansa che l’orientamento generale approvato “consentirà a uno Stato Ue di trasferire i cittadini di Paesi terzi fermati nella zona di confine e illegalmente nel suo territorio nello Stato membro da cui sono arrivati”. L’agenzia non spiega di preciso di cosa si tratta. Apparentemente si tratta di una nuova procedura in base alla quale la Francia potrebbe liberarsi degli irregolari mandandoli in Italia, e l’Italia magari in Slovenia, cioè in un paese terzo che non è la loro patria. Comunque non vengono diffusi filmati in cui la Lamorgese, o chi per lei, discute del problema rispondendo a qualche obiezione. L’Ansa ha messo accanto all’articolo una foto di repertorio di migranti soccorsi nel mar Jonio, che ovviamente non sono stati interpellati a nessun proposito. Che cosa ne pensano, o da cosa scappano, non è considerata una cosa importante, a quanto pare.
I dati che arrivano da Frontex dicono che nel mese di maggio c’è stato un aumento del 75% dei migranti irregolari nell’Unione Europea, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Il dato non include le persone fuggite dall’Ucraina, che sono autorizzate a circolare liberamente nella Ue.
I migranti che hanno seguito la rotta balcanica sono la metà del totale. Il loro numero è triplicato rispetto ai primi cinque mesi del 2021.
Anche il numero di coloro che hanno attraversato la Manica è più che raddoppiato.
C’è un lieve calo nel Mediterraneo occidentale, e un aumento sulla rotta che passa dalle isole Canarie (che fanno parte della Spagna).

Richard Gere in tv

Matteo Salvini ha condiviso su Twitter il titolo di un articolo del Giornale (ma non il link) che parla dell’intervista rilasciata dall’attore americano Richard Gere alla trasmissione di Fabio Fazio.
Salvini ha aggiunto: “Richard Gere verrà a testimoniare contro di me al processo di Palermo, l’accusa è ‘sequestro di persona’ di immigrati su una nave spagnola. Giustizia italiana o hollywoodiana?”
L’articolo del Giornale riassume i contenuti dell’intervista, incentrati soprattutto sull’impegno filantropico dell’attore. Si è parlato dell’estrema sofferenza, della tragedia che l’attore si è trovato di fronte quando è salito sulla Open Arms nel 2019. Sulla nave erano presenti migranti soccorsi in mare, a cui non venne immediatamente consentito lo sbarco in attesa di un accordo con altri Paesi europei per i ricollocamenti.
Nell’intervista si è parlato anche della guerra in Ucraina, che ha suscitato in Gere una reazione viscerale per tutti i bambini e gli innocenti che sono rimasti coinvolti.
Per Globalist, “di fronte a un gigante, sia come valore artistico sia come diritti civili, la pochezza e il provincialismo della destra italiana sono imbarazzanti”.
Il sito riporta i contenuti di un’intervista al Guardian.
La Ong Open Arms è ancora attiva nel Mediterraneo. La sua imbarcazione Astral ha da poco soccorso in mare 110 persone, tra cui una bambina di 2 anni.
E’ attiva anche in Ucraina, dove all’inizio del mese ha portato 24 tonnellate di cibo per la popolazione civile.
Intanto il segretario del Pd Enrico Letta ha detto in tv che una vera priorità di oggi è quella di mettere in piedi un’operazione militare-umanitaria per portare via dall’Ucraina il grano bloccato nel porto di Odessa, per farlo arrivare ai Paesi del sud del mondo, dove c’è il rischio fame per milioni di persone.
Letta ha detto anche che l’Europa sta facendo molto per la pace, specialmente il presidente francese Macron, per non parlare del piano presentato dall’Italia.
Piano che è stato già ufficiosamente bocciato dai russi, in quanto basato solo su “notizie false ucraine”.
Comunque il governo italiano non si è relazionato con quello russo, ma col segretario delle Nazioni Unite Guterres.
Per Medvedev il piano italiano è superato: per anni la Russia ha evitato di riconoscere le repubbliche del Donbass, ma ora che le ha riconosciute rifiuta di restituirle all’Ucraina.
Così come a nessun costo vuole rinunciare alla Crimea.

Corpi reclusi

A febbraio è uscito il libro “Corpi reclusi in attesa di espulsione. La detenzione amministrativa in Europa al tempo della sindemia”, di Giacomo Mattiello, Francesca Esposito ed Emilio Caja.
Ora Radio Melting Pot ha intervistato uno degli autori. L’audio, della durata di mezz’ora, può essere ascoltato sul sito.
Sindemia è un neologismo che indica “l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione tra due o più patologie epidemiche, che comporta pesanti ripercussioni sulle condizioni di vita della popolazione colpita”, secondo il vocabolario Treccani (“Un insieme cioè di patologie pandemiche non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche, psicologiche, dei modelli di vita, di fruizione della cultura e delle relazioni umane”). La definizione è stata aggiunta nel 2020, l’anno del coronavirus.
L’intervista parte proprio dal concetto di sindemia, che deriva dagli studi di un antropologo, Merril Singer, che negli anni Ottanta ha sviluppato l’idea che “di fronte a una questione medica non siamo tutti uguali ma ci sono questioni sinergiche (sociali, ambientali…) che vanno a interagire con ciò che è la malattia stessa, quindi in base alle nostre condizioni sociali ed economiche siamo più o meno esposti a questo pericolo”, spiega l’intervistato.
I Centri di Permanenza per i Rimpatri erano già luogi chiusi, e con la pandemia sono stati ulteriormente blindati.
Specialmente all’inizio le misure di prevenzione non erano idonee: non c’era distanziamento, il personale che arrivava dall’esterno non prendeva precauzioni e non indossava neanche le mascherine, ai reclusi sono state distribuite soltanto due mascherine senza nessun ricambio.
Lo Stato non ha mostrato attenzione alla cura e al benessere delle persone recluse. Un atteggiamento che già prima veniva riscontrato in maniera sistematica: poca attenzione alla salute, molta all’aspetto repressivo e punitivo.
Anche i tamponi sono stati usati in maniera distorta: quando le compagnie aeree hanno iniziato a pretendere il risultato negativo di un test risalente alle ultime quarantott’ore per far salire gli stranieri sui voli di rimpatrio, le autorità hanno iniziato a procedere in maniera forzata, e i reclusi hanno iniziato a resistere in maniera organizzata, una volta capito che evitando il tampone avrebbero evitato il rimpatrio.
I Cpr condizionano non soltanto la vita delle persone che si trovano al loro interno, ma anche quella di chi è fuori. Se uno straniero si trova per qualche motivo senza documenti in regola, inizia ad essere terrorizzato alla semplice idea del centro rimpatri, sapendo che può finire dietro le sbarre anche senza commettere reati.
Durante la pandemia ci sono state retate tra i senzatetto, e questi ultimi sono stati portati nei centri per i rimpatri, in barba ai ragionamenti che erano stati fatti fino a quel momento, sul principio che nei Cpr ci dovevano finire soltanto i criminali e non certo le badanti o le persone innocue.
Inoltre, nello stesso periodo sono stati messi a punto gli accordi con la Tunisia, per cui un gran numero di tunisini sono stati portati nei Cpr direttamente dalle navi quarantena o dagli hotspot, venendo poi rimpatriati nel giro di una settimana, senza avere avuto la possibilità di vedere l’Italia e senza una valutazione approfondita di eventuali richieste di asilo o protezione internazionale.
Mentre i governi in cui c’era la Lega valorizzavano il principio che il Cpr poteva avere l’utilità di tenere lontani dalle strade gli stranieri pericolosi, l’attuale ministra dell’interno ha detto che bisogna privilegiare la reclusione di stranieri che è possibile rimpatriare rapidamente, secondo il principio delle “porte girevoli”.
L’intervista non entra nel merito dei dati diffusi dal Garante dei detenuti a novembre scorso, in base ai quali dall’inizio dell’anno su oltre 300 marocchini transitati nei Cpr ne erano stati rimpatriati soltanto 3.
Comunque è vero che la nazionalità tunisina è quella maggiormente rappresentata: 2.465 persone nei primi 10 mesi e mezzo del 2021, di cui 1.602 rimpatriati (64%).
In quel periodo ogni 10 stranieri rimpatriati a partire dai Cpr, 7 erano tunisini.

Cpr: due testimonianze

Melting Pot ha pubblicato un articolo in cui ha raccolto due testimonianze di persone che sono state nei Centri di Permanenza per i Rimpatri italiani.
Una è quella di un ventenne marocchino, fuggito dal suo Paese perché “circostanze personali” gli impedivano di vivere lì. E’ approdato alle isole Canarie, che fanno parte della Spagna, poi si è trasferito in Francia, infine, con l’aiuto di un amico di famiglia, è arrivato a Brescia, in Italia. Ha trovato rifugio in un edificio abbandonato, è stato fermato dalla polizia e portato “in un Cpr nel nord Italia”. Non ha ricevuto assistenza legale né un interprete, quindi non ha richiesto protezione internazionale. Dice che i lavoratori del Cpr sono arroganti, anche gli stranieri. Per attirare la loro attenzione in caso di malore bisogna sbattere fortissimo la porta e la risposta arriva dopo molto tempo. In origine c’era un campanello, ma si è guastato. In caso di proteste, la risposta delle forze dell’ordine può essere anche violenta. “Quasi ogni giorno c’è un tentativo di fuga o suicidio da parte di chi proprio ha perso la speranza”, dice.
La seconda testimonianza è quella di un tunsino, che dopo la permanenza su una nave-quarantena è stato portato al Cpr, anche se aveva presentato richiesta di protezione internazionale. Ha tentato di evadere, fratturandosi una gamba. Nonostante questo, è stato rimpatriato. All’arrivo, la polizia ha preso in consegna tutti i rimpatriati e li ha fatti scendere uno o due alla volta a distanze di 10 km gli uni dagli altri, per evitare che si radunassero e protestassero.
Con l’articolo viene anche diffusa una rara foto del cibo che viene servito all’interno dei Cpr. C’è una vaschetta di plastica con tre scompartimenti. In uno, più grande c’è del riso col sugo. In un altro ci sono tre bastoncini di pesce. Nel terzo c’è una manciata di piselli. La didascalia dice che sarebbe “l’unico pasto del giorno”.
Normalmente i mass media non danno nessuna informazione su cosa si mangia nei Cpr, nemmeno quando riferiscono di proteste riguardanti questa tematica. Ad esempio un mese fa un trentanovenne tunisino è stato tratto in arresto nel Cpr di Torino perché aveva dato fuoco a una catasta di materassi proprio per motivi collegati col cibo (dicono). I mass media locali hanno dato la notizia dell’arresto, ma non hanno riferito poi a che pena è stato condannato.

Richiedenti asilo espulsi dai centri di accoglienza

Scrive il sito Zero In Condotta che decine e decine di richiedenti asilo sarebbero stati espulsi dai centri di accoglienza su iniziativa della Prefettura, perché in un anno hanno guadagnato più dell’assegno sociale di 5.900 euro. Inoltre sarebbero partite richieste di rimborso anche di 20 mila euro. Il Coordinamento Migranti ha diffuso un comunicato in cui chiede di ritirare le richieste di rimborso e di evitare di mettere i migranti in mezzo a una strada.
Repubblica ha riportato la notizia del lancio della piattaforma Centriditalia.it, lanciata dalle associazioni ActionAid e Openpolis, nella quale vengono raccolti dati sui centri di accoglienza per migranti. In teoria il Ministero dell’Interno dovrebbe presentare al Parlamento una relazione annuale, ma non si è ancora vista quella del 2020.
Secondo i dati ci sarebbe stato tra il 2018 e il 2020 un calo del 40% dei posti complessivamente disponibili, in risposta alla diminuzione delle presenze. Ma hanno influito anche i diversi approcci: non solo il passaggio di Salvini al ministero dell’Interno ha portato ad un taglio nel sistema dell’accoglienza, ma si è messo da parte anche il piano di Minniti di puntare sull’accoglienza diffusa nei piccoli paesi, aumentando la centralità delle città più grandi: il 18% delle persone è suddiviso tra le 16 città più popolose, con aumento di 4 punti percentuali rispetto a due anni prima (e diminuzione del valore assoluto).
Comunque, secondo le associazioni l’Italia continua ad adottare politiche emergenziali anche se non c’è nessuna emergenza migranti. Nel 2020, rifugiati e richiedenti asilo in accoglienza rappresentavano solo lo 0,13% della popolazione italiana.
L’articolo riporta soprattutto percentuali, mentre sul sito ci sono anche i valori assoluti: si passa da 169 mila posti nel 2018 ai 101 mila nel 2020. Visto che siamo nel 2022, vuol dire che mancano i dati relativi all’ultimo anno. Le presenze sarebbero state 76 mila nel 2020, a fronte delle 131 mila di due anni prima.

Un sito dedicato ai Cpr

L’anno scorso la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili ha realizzato un rapporto dedicato ai Centri di Permanenza per i Rimpatri. Ora è stato messo a punto un sito web che presenta in maniera chiara le conclusioni di quell’indagine, spiegando che cos’è la detenzione amministrativa in Italia, cosa avviene negli altri Stati europei, cosa avviene all’interno dei centri, cosa dicono gli esperti, e fornendo idee sulle possibili alternative e riferimenti per gli attivisti che vogliono entrare in azione.
Il sito è graficamente curato e rimanda anche a una serie di filmati caricati su Youtube nei quali i collaboratori del progetto spiegano alcuni aspetti della questione: riflessioni di un ex detenuto; l’esperienza di donne e vittime di tratta nei Cpr; cos’è il case management; attivismo e consapevolezza.
Sulla base dei materiali raccolti dall’associazione, Radio Onda d’Urto ha realizzato una trasmissione per spiegare cosa sono e come funzionano i Cpr.
Tra le varie voci raccolte da Cild, quella di un’esponente della cooperativa Be Free, che forniva assistenza alle donne vittime di tratta nei Cpr e che da tempo non si sente più nominare sui mass media. Da un lato c’è il fatto che la sensibilità è cambiata, dal punto di vista politico e delle forze dell’ordine: se prima quando veniva trovata una prostituta straniera era lo Stato che la indirizzava verso le associazioni anti-tratta, da un certo momento in poi si è smesso di porsi domande e si è iniziato a portarle direttamente al Cpr.
Dall’altro lato, non è neanche detto che ci siano ancora rimpatri, su questo fronte: il Garante nazionale dei detenuti ha diffuso una tabella con i dati relativi ai primi 11 mesi del 2021, e su 4.489 stranieri transitati nei Cpr solo 5 erano donne: 2 tunisine, 2 nigeriane e una rumena.
Di queste, solo una è stata effettivamente rimpatriata (non si sa quale). Un’altra è diventata richiedente protezione internazionale, mentre per le rimanenti è mancata la convalida del trattenimento da parte dell’autorità giudiziaria, non si sa per quale motivo. Nessuna è rimasta nei centri fino allo scadere dei termini.

Pressenza mette in scena la testimonianza dal Cpr

Due mesi fa è circolata una lettera scritta da una ex operatrice del Centri di Permanenza per i Rimpatri di Milano per denunciare la situazione che si è venuta a creare all’interno della struttura. La donna ha rinunciato all’incarico dopo due settimane, traumatizzata dalle procedure rigide, dalle ingiustizie a cui non poteva rimediare e in particolare da un sanguinoso atto di autolesionismo a cui ha assistito il secondo giorno di lavoro, che le ha lasciato addosso degli incubi.
Ora Pressenza ha voluto mettere a in scena questa testimonianza, caricando sul web un filmato in cui si sente il testo della lettera, letto forse da un’attrice con intonazione teatrale, mentre nelle immagini gira un’inquadratura satellitare del centro rimpatri milanese. “Abbiamo voluto ridare voce a quelle parole, maledettamente autentiche. Non vi è nulla di inventato. Ascoltatele e fatele ascoltare”, dice il sito.
Anche altri siti web hanno dato spazio alla testimonianza, talvolta con risultati discutibili. Mi Tomorrow titola: “Milano, la tragedia del Cpr di via Corelli: cresce nel silenzio il tasso di suicidi” e riporta il virgolettato attribuito a una “educatrice”, “Valentina (nome di fantasia)”, in cui le parole ricalcano il senso di quelle della lettera riportata da Pressenza, ma non sono proprio le stesse.
In realtà non ha senso parlare di tasso di suicidi in aumento, sia perché non risultano suicidi recenti nel Cpr milanese (semmai si dovrebbe parlare di tentativi), sia perché non viene misurato nessun tasso. Sia il Garante nazionale dei detenuti sia altre persone che si sono occupate del problema hanno lamentato il fatto che non esiste nei centri per i rimpatri un sistema di registrazione di tutti gli eventi critici, tra cui tentativi di suicidio, atti di autolesionismo, risse, aggressioni, rivolte e tentativi di evasione. In teoria sarebbe prevista da un decreto ministeriale la “tenuta di un registro con gli eventuali episodi che hanno causato lesioni ad ospiti o operatori”. Il Garante dei detenuti però ha ritenuto critica, nel suo rapporto di quest’anno, la “persistente assenza di un registro degli eventi critici centralizzato, standardizzato, alimentato dai responsabili del servizio di vigilanza, visibile in tempo reale da tutti i ilivelli gerarchici dell’Amministrazione oltre che consultabile dalle autorità di garanzia” (pag. 8). Qualcosa del genere esiste, ma solo in alcuni centri, “a amacchia di leopardo e in maniera non standardizzata”.
Il Garante raccomandava l’adozione di una modalità unica per far confluire i dati di tutti i Cpr in un database nazionale consultabile da remoto anche da lui.
Eventi critici da prendere in considerazione sarebbero anche scioperi della fame e atti di vandalismo.
A ottobre La Stampa ha parlato di 26 tentativi di suicidio nel giro di un mese nel solo Cpr di Torino. Lo stesso centro in cui si è tolto la vita uno straniero la primavera scorsa. La notizia era finita in cronaca nazionale anche perché pochi giorni prima era stato diffuso il video dell’aggressione subita dall’uomo da parte di tre italiani. A quanto s’è detto, i gestori del centro non avevano idea del trauma subito dall’uomo che avevano in custodia, né si erano resi conto del suo stato di disperazione, e lo avevano messo in isolamento per una sospetta malattia della pelle nel cosiddetto ospedaletto (ora chiuso). Un altro suicidio era avvenuto in precedenza al Cpr di Brindisi: uno straniero di cui neanche il garante dei detenuti ha voluto riportare il nome, ma solo le iniziali. Il migrante era già stato trattato per problemi psichici, ma il personale del centro ha preso in considerazione la documentazione solo dopo l’avvenuto suicidio.

Rimpatri effettivi al 12%

OpenPolis ha pubblicato un articolo a partire dal rapporto sui Centri di Permanenza per i Rimpatri che è stato diffuso dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili nei giorni scorsi. Vengono fornite anche alcune tabelle contenti dati, tra cui una che affianca il numero di ordini di rimpatrio e il numero di rimpatri effettivi anno per anno dal 2014 al 2020. L’anno scorso gli ordini di rimpatrio hanno riguardato 22.785 persone, mentre i rimpatri effettivi sono stati solo 2.815, pari a circa il 12%. Il numero massimo di ordini di rimpatrio è stato raggiunto nel 2017, 26.240, a fronte di 7.045 persone rimpatriate effettivamente (19%). Nel 2020 il numero di rimpatri effettivi ha raggiunto il livello minore degli ultimi anni, a causa della pandemia che ha bloccato tutte le operazioni per alcuni mesi.
L’articolo parla genericamente del fatto che i Cpr sono inefficaci e circa nella metà dei casi la procedura non si conclude con il rimpatrio del suo straniero, ma con il suo rilascio, spesso senza regolarizzazione di nessun tipo. (Secondo i dati diffusi dal Garante dei detenuti e provenienti dal Dipartimento di pubblica sicurezza, nel 2020 il 12,88% dei reclusi è stato dimesso perc mancata identificazione entro lo scadere dei termini, e l’1,19% si è allontanato arbitrariamente).
Gli schieramenti politici non vengono neanche nominati nell’articolo. Non è chiaro se chi si oppone ai Cpr chiede un modo più efficace per rimpatriare gli stranieri, magari solo i più problematici, o se si sia contro il rimpatrio in assoluto. In linea di massima, a quanto ne sappiamo, la destra vorrebbe rimpatriare tutti gli irregolari presenti; il Pd vorrebbe rimpatriare tutti quelli che hanno commesso crimini e anche magari i migranti economici, ma senza calcare la mano dal punto di vista della retorica (il piano di apertura di un Cpr in ogni regione è ripartito grazie ad un ministro democratico, che si è anche occupato di accordi con la Libia per rallentare il flusso di migranti); ancora più a sinistra si tende ad ignorare il dettaglio che alcuni migranti possano avere commesso reati.

Attività ricreative nei Cpr

Si sta diffondendo sui siti specializzati la notizia della circolare che il Ministero dell’Interno ha inviato ai prefetti per esortarli a stipulare convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale per l’assistenza medica ai migranti reclusi nei Centri di Permanenza per i Rimpatri.
La circolare si basa sulle raccomandazioni avanzate dal Garante dei detenuti dopo la morte di uno straniero nel Cpr di Torino, e chiede di assicurare cure e sostegno alle persone vulnerabili e di prestare l’assistenza necessaria a tutelare l’integrità fisica dei migranti anche in fase di rilascio.
Inoltre si accenna al fatto che bisognerebbe favorire accordi con enti, associazioni di volontariato e cooperative di solidarietà sociale per assicurare lo svolgimento di attività ricreative all’interno dei centri, come previsto dal regolamento.
I mass media non hanno approfondito quest’ultimo aspetto. Non è chiaro quali attività dovrebbero essere organizzate, e con quali associazioni.
Pochi giorni fa è stato diffuso un dettagliatissimo rapporto compilato dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (Cild) in cui si affrontava anche questo aspetto.
Nel Cpr di Milano i locali comuni sono solo la sala mensa e i cortili esterni, “che peraltro versano in pessime condizioni”. “Oltre a ciò, il nulla”: non ci sono campi da calcio e biblioteche, né locali destinati al culto, né attività sportive, né convenzioni con associazioni esterne.
“Le giornate sono dedicate al nulla più assoluto, al vuoto, riempito da sigarette e sedativi”, si legge nel documento, in una citazione del report stilato quest’estate dal Senatore De Falco. “Un mazzo di carte da gioco, concesso con estrema parsimonia, è l’unica attività organizzata dal Centro. Nei settori abitativi mancano persino degli orologi: la tv è l’unico riferimento per scandire il tempo … Il luogo della preghiera per i trattenuti musulmani è costituito da trentaquattro tappetini stesi in fondo al corridoio del settore abitativo. Nel tempio della mortificazione del corpo, quello dell’anima evidentemente è solo un corollario”.
A Torino il campetto di calcio “risulta effettivamente utilizzato, su turni prestabiliti”. E’ presente una biblioteca, non accessibile liberamente. I reclusi possono fare richiesta di un libro scegliendolo da una lista. Non esiste un programma di attività ricreativo-culturali predisposte dall’ente gestore.
A Gradisca l’associazione Medu ha segnalato “oppressive condizioni di vita, derivanti anche dalla completa assenza di attività ricreative e dalla totale chiusura al coinvolgimento di organizzazioni esterne”. Nel centro c’è sia la biblioteca che il campo di calcetto, ma quest’ultimo “risulta da tempo non utilizzato”. Non esistono locali adibiti al culto e i ministri di culto non hanno mai avuto la possibilità di accedere all’interno della struttura.
A Macomer, in Sardegna, “La prefettura afferma come esista un cortile esterno per ciascun blocco in cui i trattenuti possono praticare sport e che esista un programma di attività ricreative settimanali che si svolgono nell’area mensa (dotata di smart tv e accesso ad internet), con laboratori artistici, proiezioni di film e possibilità per i trattenuti di avere in prestito dei libri, attraverso un servizio di biblioteca”. Cild però è scettica: “Pur non volendo mettere in dubbio la veridicità di tali affermazioni ci limitiamo a constatare come queste non trovino conferma né nell’ultimo rapporto del Garante riguardante la visita effettuata in tale centro, né nelle testimonianze dei legali che assistono i trattenuti all’interno”.
A Roma la sala mensa non viene utilizzata. Ci sono un campo da calcio e uno di pallavolo, ma non sono utilizzati in assenza di indicazioni da parte delle forze di polizia responsabili della sicurezza rispetto alle loro modalità di fruizione.
A Palazzo San Gervasio verrebbero organizzati “corsi di apprendimento della lingua italiana”: la mediatrice culturale, all’aperto, fa lezione ai migranti che si trovano oltre la cancellata di uno dei settori. “E’ evidente come tale modalità sia contraria al rispetto della dignità della persona che dovrebbe ricevere l’attività formativa stando al di là delle sbarre, in piedi, esposta a qualsiasi condizione metereologica”, scrive Cild.
A Trapani sarebbe previsto in ogni settore uno spazio per attività ricreative e motorie e un campetto polivalente, ma non si sa se viene utilizzato. Il centro è stato chiuso dall’aprile 2020 fino ad agosto scorso. Ha da poco riaperto i battenti, nel silenzio dei mezzi di informazione: i giornalisti non hanno visitato la struttura nemmeno prima che entrasse in funzione, per vedere il risultato dei lavori. Comunque, nessuno ricorda quanto è costata la ristrutturazione, né spiega se siano state prese misure aggiuntive per evitare rivolte come quella che ha reso il centro inagibile l’anno scorso, che nemmeno è stata documentata a suo tempo (non sono circolate immagini né di quanto è avvenuto durante, né dei danni subiti dalla struttura).

Cild: Buchi Neri

La Coalizione Italiana Libretà Civili ha presentato un rapporto intitolato “Buchi neri. La detenzione senza reato nei Cpr”. Il documento è lungo 296 pagine, ed è scaricabile in formato Pdf dal sito ufficiale. La conferenza stampa di presentazione ha attirato l’attenzione di alcune testate giornalistiche, tra cui Il Manifesto, Fanpage e Huffington Post. Il documento è impaginato con cura, riassume la storia dei Cpr in Italia, fa il quadro della situazione all’estero, include statistiche già circolate finora, schede dettagliate per ciascuno degli attuali Cpr, osservazioni ottenute dalle visite ai centri, considerazioni legali riguardanti il diritto alla salute, il diritto all’informazione e alla difesa, la libertà di comunicazione. Un capitolo è dedicato agli eventi critici (decessi, autolesionismo, rivolte) e alla gestione dell’emergenza covid.
Ovviamente il titolo del rapporto fissa l’attenzione sul fatto che si finisce al Cpr solo ai fini del rimpatrio, indipendentemente dai reati commessi, ma crea la falsa impressione che chi finisce nei centri per i rimpatri non abbia commesso reati in Italia. Invece all’interno del rapporto un paragrafo è dedicato al trattenimento di chi proviene dal carcere (3.3, pag. 127). Il rapporto riconosce che non esistono statistiche precise, ma avanza una stima, in base a una testimonianza di due anni fa, secondo cui l’80% dei trattenuti proveniva direttamente dal carcere. Il Cild ricorda che una legge del 2014 prevede che le procedure di identificazione dovrebbero essere avviate in carcere. In passato si era detto che questo non poteva avvenire per assenza di un protocollo comune tra il Ministero dell’Interno (che coordina le identificazioni) e Ministero della Giustizia (che gestisce le carceri). Non si sa come vanno le cose oggi. Nel rapporto si dice che lo straniero che ha scontato almeno 90 giorni di detenzione in carcere potrebbe rimanere solo 30 giorni nel Cpr, prorogabili di altri 30 se esiste un accordo bilaterale col suo Paese, prorogabili di altri 15 giorni in caso di particolari difficoltà. Secondo il Cild bisognerebbe dare piena attuazione a questa normativa, e diffondere una circolare esplicativa che chiarisca che il termine massimo di trattenimento più breve valga anche qualora sia intercorso un certo lasso di tempo tra la detenzione in carcere e quella amministrativa.
Di recente la percentuale di stranieri proveniente dal carcere sarebbe diminuita, per fare posto ai tunisini appena sbarcati, visto che gli accordi col Paese nordafricano prevedono almeno 80 rimpatri settimanali.
Fanpage mette nel titolo dell’articolo l’informazione che negli ultimi due anni ben 6 persone sono morte all’interno dei centri per i rimpatri.
Il Manifesto cita la presenza in conferenza stampa del senatore Gregorio De Falco, che negli ultimi tempi è molto attivo sul fronte dei Cpr, tanto da avere diffuso un suo rapporto sulla base di una visita avvenuta in primavera. De Falco ha annunciato che una pattuglia di parlamentari monitorerà costantemente i centri per i rimpatri. L’articolo non riporta i nomi, ma qualcuno è circolato nei giorni scorsi. Si tratterebbe di parlamentari donne appartenenti al gruppo misto, ex 5 Stelle. Come De Falco, del resto: nessuno degli schieramenti politici esistenti sta facendo campagna su questo fronte. In una conferenza tenuta alcuni giorni fa a Milano De Falco ha raccontato di incontrare ancora persone che non sanno cosa siano i Cpr.
Il Manifesto cita anche il Garante dei detenuti, che chiede tutela giurisdizionale sui trattenuti nel Cpr e un controllo del Servizio Sanitario Nazionale sui servizi sanitari. Settore in cui si sta muovendo qualcosa: all’inizio di questa settimana si è detto che è stata diffusa una circolare a tutti i prefetti con l’indicazione di stipulare i protocolli col Ssn come raccomandato dal Garante. La notizia è rimasta in cronaca locale.