Lucca, accompagnamento al Cpr di Roma

Un marocchino quarantenne è stato accompagnato al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Roma dopo essere stato fermato dalla polizia a Viareggio, provincia di Lucca.
L’uomo aveva a suo carico numerosi precedenti per spaccio, porto di armi o oggetti atti a offendere, furto aggravato, rapina, lesioni aggravate, invasioni di terreni.
La notizia è stata riportata in breve, senza dettagli su tutti questi episodi. La foto è quella dello sportello di un’auto della polizia con la livrea di qualche anno fa.
Normalmente le autorità non emettono comunicati al momento dell’effettivo rimpatrio o del rilascio. Secondo le statistiche, la gran parte dei marocchini che vengono portati al Cpr poi vengono rilasciati per un motivo o per l’altro.
I dati relativi al 2021, diffusi dal Garante nazionale delle persone private della libertà, dicono che su 420 marocchini trattenuti ne sono stati rimpatriati solo 4. L’1%. 243 sono stati rilasciati perché non identificati allo scadere dei termini, 110 sono stati dimessi per altri motivi, in 52 casi il trattenimento non è stato convalidato dall’autorità giudiziaria, 9 sono stati arrestati all’interno dei centri e 2 sono stati riconosciuti richiedenti protezione internazionale.
Pochi giorni fa si è diffusa la notizia che l’Europa darà 500 milioni di euro al Marocco per impedire ai migranti di arrivare sul continente. Lo ha detto il quotidiano spagnolo El Pais. In italiano lo ha riportato il sito News Mondo, che ha fatto un parallelo tra quello che succede nel Paese nordafricano e quello che succede in Turchia: il Marocco “quando ha bisogno di soldi spinge migliaia di migranti verso le coste spagnole”.
Il sito non cita nessun politico locale, a parte Erdogan, e mette vicino all’articolo la foto di un gruppo di migranti accalcati su un gommone, che ovviamente non sono stati intervistati.

Trapani, turni di 18 ore per gli agenti

Il sindacato di polizia Coisp ha diffuso un comunicato per lamentare il fatto che gli agenti in servizio presso il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Trapani Milo sono costretti a turni di 18 ore al giorno “senza acqua e senza nessuna tutela”.
Lo stesso avverrebbe negli altri hotspot siciliani a causa dell’aumento dei flussi migratori.
La notizia è riportata da Trapani Oggi, con foto di repertorio del Cpr.
A quanto è stato scritto altrove, il centro rimpatri trapanese sarebbe spesso usato in funzione di hotspot, ma nessuno ha mai approfondito la situazione.
Si è persa la memoria dell’ultima volta in cui i giornalisti sono potuti entrare nella struttura e assistere alle operazioni.
L’anno scorso il Garante delle persone private della libertà non ha visitato nessuno dei due Cpr siciliani. L’altro è quello di Caltanissetta, dove pure poco tempo fa ci sono state delle proteste presto dimenticate dai mass media.
Intanto da Lucca arriva la notizia dell’accompagnamento al Cpr di Ponte Galeria, Roma, di un tunisino pluripregiudicato per vari reati, tra cui spaccio e ricettazione, oltre che separato dalla moglie italiana a causa di maltrattamenti inflitti.
La Tunisia è il Paese verso il quale l’Italia riesce ad effettuare il maggior numero di rimpatri. Gli esiti del trattenimento finiscono sui mass media soltanto come dati aggregati a fine anno: se talvolta le autorità emettono un comunicato al momento dell’accompagnamento al Cpr, non fanno la stessa cosa al momento dell’effettivo rimpatrio o del rilascio.

Navi quarantena, dieci giorni ancora e poi?

Mancano dieci giorni alla fine del mese e ancora non è stato dato nessun annuncio a proposito delle navi-quarantena. In teoria dovrebbero restare in funzione fino alla fine di maggio. Le misure anti-covid sono state allentate ovunque; ora chi arriva dall’estero in aereo o chi fugge dall’Ucraina non deve scontare nessuna quarantena. Ma per alcuni di quelli che arrivano via mare è ancora in vigore un periodo di cinque giorni di isolamento.
Le navi rimaste attive sono solo due: a quanto pare le altre hanno già cessato di svolgere la loro funzione, chissà quando.
Nei giorni scorsi Fanpage si è occupato della faccenda. Ora ne accenna anche Melting Pot in un articolo nel quale parla anche della situazione di alcuni stranieri con problemi nei Cpr di Ponte Galeria e di Gradisca d’Isonzo. Vulnerabilità psichiatriche e atti di autolesionismo.
Ovviamente sulla stampa non compare niente di tutto questo. Ultimamente i Cpr vengono citati nelle cronache meno del solito, e sempre in maniera superficiale. Il mese scorso un ventisettenne nigeriano è stato accompagnato al Cpr di Gorizia: aveva a suo carico una condanna per “tratta e commercio di schiavi”, secondo l’Eco Vicentino. Quali schiavi? Chissà. Nessuno si è posto domande, la notizia è stata lasciata cadere.
Ad accompagnarlo al Cpr sono state le forze dell’ordine di Vicenza, che negli stessi giorni hanno trasferito a Ponte Galeria un trentatreenne tunisino con precedenti per ricettazione. Ricettazione di cosa? Non si sa.
Le autorità a volte emettono comunicati al momento dell’accompagnamento al Cpr, ma quasi mai riferiscono dell’esito dell’operazione. Non si sa quindi dopo quanto tempo avviene il rimpatrio, né se lo straniero viene poi rilasciato per qualche motivo.
Secondo le statistiche relative ai primi dieci mesi e mezzo dell’anno scorso i tunisini sono stati rimpatriati nel 65% dei casi mentre i nigeriani solo nel 12%. Questo vuol dire che nell’88% dei casi i nigeriani che sono stati portati al Cpr sono stati poi rilasciati.
Ma l’anno scorso erano ancora in vigore limitazioni covid a livello internazionale. Servirebbero dati più aggiornati, che a quanto pare non vengono forniti con continuità.
Il Ministero dell’Interno fornisce giorno per giorno i dati aggiornati relativi al totale degli sbarchi, il cosiddetto Cruscotto Statistico Giornaliero.
I numeri dicono che i cittadini di Egitto e Bangladesh rappresentano il 30% degli stranieri sbarcati e identificati quest’anno. Quelli di Tunisia, Afghanistan e Siria costituiscono un altro 26%. I dati sono aggiornati a ieri.
Insomma, cinque nazionalità da sole costituiscono oltre la metà del totale degli stranieri sbarcati.
Il pdf fornito dal ministero contiene anche un grafico a torta, che però dà un’impressione erronea del peso dei diversi gruppi e delle relative percentuali, perché contiene solo le dieci nazionalità più rappresentate, escludendo quindi un quarto degli sbarcati.
Poco male: quei dati non li guarda quasi nessuno.
Nei primi dieci mesi e mezzo dell’anno scorso i rimpatri verso il Bangladesh a partire dai Cpr italiani sono stati solo 4, a fronte di 27 transitati nei Cpr.
Quest’anno dal Bangladesh sono già arrivate 2.394 persone. In media 17 al giorno.

Padova, tre tunisini accompagnati a Ponte Galeria

Tre tunisini fermati a Padova nel corso di controlli anti-droga sono stati accompagnati al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Ponte Galeria, Roma.
Due di loro stavano spacciando, uno dei due in un parco, mentre il terzo è un diciannovenne che è stato trovato nella stessa abitazione di uno degli spacciatori e comunque aveva precedenti penali per stupefacenti.
La notizia è stata pubblicata da CafeTv24, con la foto diffusa dalla Questura con la droga e il denaro sequestrati.
Una notizia che è passata sotto silenzio alla fine del mese scorso è stata la pubblicazione del rapporto del Garante nazionale delle persone private della libertà sul Servizio psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, dove a novembre è morto dopo tre giorni di contenzione uno tunisino arrivato da poco in Italia che aveva avuto qualche problema nel Cpr di Ponte Galeria.
Il Garante ha visitato la struttura e ha notato che nel reparto esiste la prassi di ricoverare persone particolarmente fragili o in situazione di acuzie utilizzando, in mancanza di altre sistemazioni possibili, posti letto sistemati in un corridoio. La contenzione applicata in un luogo di passaggio non garantisce nessuna riservatezza. I locali non sono adeguati. Tso e contenzione non vengono registrati in appositi registri. Sono del tutto assenti assistenti sociali e terapisti per la riabilitazione.

Cpr, 44 milioni di euro in tre anni

Negli ultimi tre anni per la gestione dei dieci Centri di Permanenza per i Rimpatri presenti in Italia sono stati spesi circa 44 milioni di euro.
Lo ha detto la Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili. La notizia è stata riportata da Domani, in un articolo a pagamento con foto artistica di un tale che guarda attraverso un vetro rotto.
All’inizio di questo mese la Cild ha dedicato un articolo al Cpr di Ponte Galeria, Roma, soffermandosi sul profilo del nuovo ente gestore, Ors, che si occupa anche del Cpr di Torino, ha gestito quello di Macomer in Sardegna e il Cas di Monastir.
L’associazione nota che nella nuova gara d’appalto sembra non essere più presente la sezione femminile del Cpr, che era finora l’unica presente in Italia.
“Si tratta di un’eventualità che, se fosse confermata, comporterebbe il fatto che – in Italia – nessuna donna potrebbe essere trattenuta nei Cpr … Notizia che sarebbe da accogliere con favore se ciò significasse che nessuna straniera sia più soggetta a rimpatrio. In caso contrario il rischio che si pone è che le cittadine straniere siano, in attesa dell’espulsione, trattenute nelle controverse strutture idonee presso la disponibilità dell’Autorità di Pubblica Sicurezza o in locali idonei presso gli uffici di frontiera”, come prevede la normativa vigente. “Si tratta di una prospettiva pericolosissima che, come evidenziato dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, la normativa non stabilisce le condizioni di trattenimento presso tali locali idonei e non è dato sapere neanche l’esatta ubicazione di tali strutture”.
Il Garante ha diffuso qualche mese fa una tabella col numero totale di migranti trattenuti nei Cpr italiani. Soltanto cinque donne erano transitate nei centri nei primi undici mesi dell’anno scorso: due tunisine, due nigeriane e una rumena.
Eppure soltanto una è stata rimpatriata, in Nigeria. Nessuno ha mai approfondito le loro storie.
Il Garante aveva anche diffuso una tabella dei rimpatri totali, effettuati anche con accompagnamento diretto alla frontiera, ma in quel caso il dato fornito era quello complessivo, non suddiviso tra uomini e donne.
Un altro post recende della Cild parla della Rule 39, un’iniziativa legale che ha permesso di non espellere dalle isole greche richiedenti asilo adulti a rischio.
Infine, un post pubblicato una decina di giorni fa riguarda il ruolo dei social network in guerra e la guerra che si sta facendo ai social network.
La Russia ha bandito Facebook, Instagram, Twitter, e ha istituito il reato penale di diffusione di notizie false, che prevede una pena massima di 15 anni.
TikTok, per evitare problemi, ha bloccato il caricamento di nuovi contenuti in Russia.
Le emittenti occidentali, tra cui la Rai, hanno sospeso i servizi in Russia come misura precauzionale per tutelare i propri giornalisti.
“Come tante altre cose dall’inizio di una nuova guerra in Europa, anche questa notizia appare incredibile, senza precedenti e, in particolare, assurda. Assurda in quanto sembra difficile ipotizzare che negli anni dei social, dei contenuti generati direttamente dagli utenti, sia possibile vietare qualsiasi forma di informazione”, scrive la Cild.
Aggiungendo poi che gli smartphone possono essere utilizzati dai servizi di intelligence per raccogliere informazioni tramite i cittadini comuni, che inseriscono online foto e coordinate delle truppe da colpire.
Segue qualche osservazione sul fatto che i social hanno espulso Trump senza che ci fosse una normativa in grado di specificare i criteri in base ai quali possono espellere personalità di rilievo, gruppi politici, minoranze.
L’articolo non dice niente sul fatto che l’Europa ha bloccato le attività di media riconducibili al governo russo, non perché stessero minacciando gli Stati europei, ma proprio perché cercavano di convincere gli europei che gli scopi delle operazioni militari in Ucraina erano limitati.
“Abbiamo imposto dei costi ai media che perpetrano la disinformazione, incluso un divieto di trasmissione nell’Ue per Sputnik e Russia Today, perché questi non sono media indipendenti, ma sono strumenti, armi nell’ecosistema di manipolazione del Cremlino”, ha detto l’Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, secondo quanto riporta Askanews.
“Noi non stiamo cercando di decidere ciò che è vero e ciò che è falso. Io non sono il ministro della verità, noi non abbiamo ministeri della verità. Ma dobbiamo focalizzarci sugli attori stranieri che intenzionalmente, in modo coordinato, cercano di manipolare il nostro ambiente dell’informazione per raggiungere i loro fini e danneggiarci”, ha detto ancora l’esponente politico.
“Sputnik non è uno strumento mediatico che presenta una visione, ma è stato creato tramite un decreto presidenziale russo con l’obiettivo di riferire la politica dello Stato russo all’estero. E Russia Today, secondo quanto ha detto il suo stesso direttore, è capace di condurre una guerra di informazione, una guerra, contro l’intero Occidente”.
Ha anche fatto l’esempio del supermercato, dove devono esserci garanzie sul fatto che i prodotti acquistati non siano tossici.
Scrive Askanews che la decisione “sta attirando critiche alle istituzioni europee in nome della libertà di stampa e di espressione”, ma non dice chi ha fatto queste critiche.
La cosa che lascia perplessi è che i media russi non vengono accusati di violare nessuna legge specifica. Non si dice che abbiano minacciato direttamente qualcuno, diffamato, violato la privacy, istigato a delinquere. E nemmeno li si accusa per qualche notizia falsa ben precisa, ma solo vagamente, di “manipolazioni” e “disinformazione”, ad esempio in merito a Brexit, elezioni, vaccini, movimenti secessionisti composti da cittadini europei.
Non solo le frequenze e gli indirizzi web sono stati bloccati dall’Europa, ma perfino i titoli sono scomparsi dagli aggregatori online, e Google non restituisce neanche l’indirizzo ufficiale corrispondente a Russia Today, limitandosi a indirizzare verso Wikipedia o notizie generiche riguardanti la Russia. Non si sa di preciso se si tratti di un’ordine diretto dell’Unione Europea o di una interpretazione estesa delle norme approvate di recente.
Negli Stati Uniti apparentemente non c’è nessun divieto, mentre nel Regno Unito, che non fa parte della Ue, la licenza è stata revocata tre giorni fa. Ci sarebbero 29 indagini “sull’imparzialità delle notizie riguardanti l’invasione russa dell’Ucraina” (non sulla falsità), secondo quanto scrive Tag43.
Il problema è che la Federazione Russa “ha attaccato un Paese sovrano” (come anche gli Usa, anni fa), ma soprattutto si tratta di una ritorsione contro l’istituzione del reato di diffusione di notizie false.
Per quanto riguarda la censura russa in Ucraina, Elon Musk avrebbe inviato “diversi container” di terminali Starlink, che permettono di connettersi al web aggirando qualunque censura e controllo possa essere stato istituito sulla rete locale. Nel Paese sarebbero già attivi 5 mila terminali.
Inoltre è uscita anche la notizia che Facebook ha deciso di consentire la pubblicazione di minacce di morte non specifiche contro dirigenti politici russi e bielorussi e contro i combattenti russi in Ucraina. Si tratta di messaggi che normalmente violano la policy del sito, e che comunque vengono consentiti solo agli utenti di 12 paesi, a quanto scrive Today, mentre restano vietati nel resto del mondo. Non c’è da stupirsi che il social sia stato bandito dalle autorità russe in quanto considerato estremista. L’ambasciata russa negli Stati Uniti si è lamentata (su Twitter) per il fatto che i proprietari di Facebook e Instagram si sono arrogati il diritto di mettere le nazioni una contro l’altra.
Intanto la popolazione italiana continua ad essere solidale con gli sfollati. Otto tir e dieci furgoni, più cinque pullman di linea caricati di pacchi, sono partiti dal Friuli in direzione del confine tra Ucraina e Polonia per portare aiuto.
Nelle Marche sono arrivati già oltre 2 mila profughi censiti.
In provincia di Rieti una famiglia non ci ha pensato due volte prima di offrire ospitalità ai parenti della badante che lavorava in Italia da anni.
E i media mettono in guardia dai malintenzionati: bisogna evitare di dare soldi a persone o siti web di cui non si è sicuri, ed evitare anche solo di aprire gli allegati di finte mail di solidarietà, in cui possono essere nascosti malware o programmi per derubare o ricattare le persone.

Nuovo gestore al Cpr di Macomer

La cooperativa sociale Ekene Onlus di Battaglia Terme è il nuovo gestore del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Macomer, in Sardegna. Lo scrive LasciateCIEntrare, che ricostruisce tutte le fasi dell’appalto e raccoglie tutte le informazioni che si sono accumulate in questi anni a proposito dei centri per migranti che la stessa società gestisce o ha gestito in Veneto.
La società che aveva presentato l’offerta più conveniente è stata esclusa dalla gara per eccesso di ribasso. Aveva sottostimato il costo del lavoro del personale aggiuntivo previsto nell’offerta tecnica, scrive il sito.
L’attuale gestore del Cpr sardo, che pure aveva partecipato alla gara d’appalto, è stato escluso, ma ha invece ottenuto la gestionre del Cpr di Ponte Galeria, Roma.
Il nuovo appalto durerà 12 mesi. L’importo è stimato sulla base di una capienza teorica di 50 posti. Il costo del servizio di gestione e funzionamento del centro sarebbe di 778 mila euro, a cui si aggiungono 22 mila euro per i kit di primo accesso e 46 mila euro per il pocket money e le tessere telefoniche.
L’appalto non include i costi di mantenimento della struttura, che spettano alle Opere Pubbliche, e quelli di vigilanza, affidata al personale delle forze dell’ordine.
La notizia è stata ripresa anche dal sito Pressenza, che la collega brevemente al cambio di gestione che sta avvenendo a Torino.
I media non forniscono nessuna tabella contenente le date di scadenza dei contratti negli altri sette Cpr italiani.
Le notizie restano tra gli addetti ai lavori. Il resto dell’opinione pubblica non ha più sentito parlare di Ponte Galeria almeno dal mese scorso, quando uno dei migranti reclusi nel centro è morto dopo tre giorni di contenzione nel reparto psichiatrico di un ospedale della capitale. C’era stata una conferenza stampa della società civile tunisina in cui si chiedeva di fare chiarezza, in occasione della visita nel Paese nordafricano del ministro degli Esteri Di Maio. Di Maio non si è mai espresso sull’episodio.
Col suo omologo ha parlato del traffico illegale di rifiuti, a proposito di quasi 8 mila tonnellate di spazzatura italiana rimasta bloccata a Souse e probabilmente da riportare indietro, e di immigrazione in generale. “Se l’Italia si farà carico degli elevati costi del rimpatrio dei rifiuti, lo farà in cambio di nuove concessioni sul dossier migratorio?”, si chiedeva Il Foglio.
Il Cpr sardo invece viene nominato spesso per via della sua bassissima percentuale di rimpatri rispetto al totale dei trattenuti. Nessuno finora ha spiegato il motivo di questa inefficenza. La stampa è stata da sempre lasciata fuori dalla struttura: le uniche foto a disposizione sono quelle della recinzione vista dall’esterno.
Una decina di giorni fa Pressenza segnalava che c’erano problemi col riscaldamento. Nessun ha detto se e quando è stata trovata una soluzione.
Per quanto riguarda Torino, quattro giorni fa Pressenza ha scritto che le buste erano state aperte in Prefettura, ma l’appalto non era stato ancora assegnato. Esclusa la Ekene, restavano quattro partecipanti, tra cui Ors (che ha gestito finora il Cpr di Macomer).

Di Maio in Tunisia

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è stato in Tunisia e ha parlato col presidente Saied. Due gli argomenti principali sul tavolo: i rifiuti e i migranti. Il primo punto riguarda un carico di spazzatura, ben 212 container, partito dalla Campania e fermo da un anno e mezzo nel porto di Sousse. E’ già stato stabilito che i rifiuti devono essere riportati in Italia, ma finora non si è mosso nulla.
Per quanto riguarda i migranti, i numeri forniti dal Giornale parlano di oltre 15 mila tunisini arrivati in Italia dall’inizio dell’anno, e di quasi duemila rimpatri, al ritmo di circa 40 a settimana.
Fermare l’immigrazione è abbastanza complicato, visto che la disoccupazione giovanile è al 40% e l’economia è a rotoli. Non a caso il presidente tunisino ha chiesto meccanismi per incoraggiare l’emigrazione regolare, oltre a dire che bisogna affrontare le cause profonde dell’emigrazione irregolare e il contrasto alle reti della tratta degli esseri umani su entrambi i lati del Mediterraneo.
L’Europa aveva promesso di firmare un accordo con la Tunisia così come aveva fatto con la Turchia, ma finora non lo ha fatto.
La situazione politica nel Paese nordafricano è molto instabile: a luglio il presidente ha messo in atto “una specie di autogolpe”, scrive il Giornale, sciogliendo il Parlamento. Le autorità europee, “sempre attente al politicamente corretto”, hanno evitato di stringere troppo i legami col presidente golpista.
Il Manifesto ha parlato anche di iniziative organizzate dai familiari del tunisino morto a Roma dopo tre giorni di contenzione in ospedale, dove era stato portato dal Centro di Permanenza per i Rimpatri di Ponte Galeria. Le autorità hanno completamente ignorato l’argomento. L’articolo è ora disponibile solo a chi è iscritto al sito.
In base alle ultime notizie, la parte già sdoganata dei container carichi di rifiuti avrebbe preso fuoco.
Pupia riporta dichiarazioni della direttrice di un consorzio nazionale italiano che si occupa di rifiuti, la quale analizza tutti i problemi che riguardano raccolta e smaltimento dei rifiuti in Italia e che finiscono col favorire il traffico illegale internazionale, danneggiando chi lavora con correttezza.
E se l’emigrazione dalla Tunisia è causata da motivi economici, nel resto del continente ci sono situazioni più drammatiche e urgenti. Inside Over racconta che ci sono migliaia di persone in fuga dalla guerra nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo (da non confondere con la vicina Repubblica Popolare del Congo). Si tratta della regione in cui è stato assassinato l’ambasciatore italiano Luca Attanasio a febbraio scorso.
L’articolo spiega nel dettaglio quali sono i vari gruppi militari che stanno combattendo tra di loro, chi appoggiano e da chi sono appoggiati.
Solo nei campi dell’Unhcr sono presenti oltre 200 mila rifugiati.
Uno dei paragrafi dell’articolo è intitolato “Nessuna soluzione all’orizzonte”. Nella regione sono presenti anche forze statunitensi.
Ha scritto Il Post che il giorno di Natale sei persone sono state uccise in un attentato nella parte orientale del Paese.
Dovrebbe trattarsi di un attentato suicida di matrice islamica, forse diretto proprio contro i cristiani che festeggiavano il Natale.
Quattro giorni fa la rivendicazione non era ancora arrivata. I mass media italiani non hanno seguito eventuali sviluppi.

Conferenza di fine anno del garante dei detenuti del Lazio

Il 21 dicembre il Garante dei detenuti del Lazio ha tenuto una conferenza stampa per presentare alcune slide coi dati del 2021 relativi alle carceri.
Nel corso dell’evento il garante “ha risposto alle domande sul caso di Sharaf Hassan, giovane egiziano deceduto nel 2018 a seguito di un tentativo di suicidio nella sua cella nel carcere di Viterbo e di Abdel Latif, il 26 enne tunisino trattenuto nel Cpr di Ponte Galeria prima di essere trasferito all’ospedale Grassi di Ostia e poi al San Camillo, dove è deceduto il 28 novembre scorso”, come si legge sul sito ufficiale del Garante.
La sintesi di tutto quello che si sa finora è stata riassunta in un altro articolo sullo stesso sito. Sembrerebbe che lo straniero sia arrivato volontariamente ai servizi psichiatrici di diagnosi e cura dell’ospedale, e allo stesso tempo si sa che era stato in contenzione sia nell’ospedale romano che in quello di Ostia. Si è parlato di maltrattamenti avvenuti dentro il centro (così hanno detto i familiari), ma questo non emerge negli atti di accesso al pronto soccorso, dove “se ci fossero stati, sarebbero stati registrati quanto meno per medicina difensiva”.
I risultati dell’autopsia non sono ancora disponibili, e non si sa quando arriveranno.
“Mi batterò fino alla fine perché sia fatta piena luce su questi due episodi. Sarebbe intollerabile se queste morti fossero state causate da una negligenza o sottovalutazione se non proprio da un abuso di operatori e strutture pubbliche”, ha detto il garante locale.
Già il 6 dicembre il garante, che è anche portavoce dei garanti territoriali delle persone private della libertà, aveva scritto un articolo sulla morte del migrante in questione pubblicato da Huffington Post.
Dal registro della contenzione dell’ospedale romano sembrava “che il ragazzo sia stato legato al letto per tutte le sessantatré ore di degenza”. “Altri tragici casi … ci hanno insegnato, con tanto di giudicato in Cassazione, quanto quella pratica di coazione fisica possa essere addirittura letale. Possiamo escludere che sia questo il caso?”, si è chiesto il Garante.
“Queste domande si fanno non per lanciare sospetti, né per mettere sotto accusa nessuno, ma solo per il dovere di responsabilità delle istituzioni pubbliche nei confronti della vita e delle persone che sono loro affidate. Speriamo che la Procura riesca a fare luce…”, eccetera eccetera.
In caso si dimostrasse che il trattamento ricevuto dal suo arrivo in Italia sia stata una delle cause della morte del tunisino, “bisognerà tornare a chiedersi se tutto questo armamentario respingente e coattivo ha un senso, se la vita umana può essere messa a repentaglio per la difesa simbolica di un confine statale”.
Da Milano arriva intanto un filmato che mostra un noto influencer italo-senegalese che distribuisce doni ai senzatetto. Montaggio rapido, musica di sottofondo, e i siti di informazione si limitano a descrivere il contenuto del video. Apparentemente l’iniziativa non è stata concordata con nessuna associazione, ma sarebbe stata organizzata da lui insieme ad alcuni amici.
E poi, sempre dal capoluogo lombardo, arriva la notizia di pesantissime minacce ricevute da un’eurodeputata leghista, che nei giorni scorsi ha tenuto un presidio contro il trasferimento temporaneo di una moschea. All’esponente minacciata sono arrivati messaggi di solidarietà sia dai leader del partito, tra cui Salvini, sia dalle istituzioni locali, tra cui il sindaco Sala.

Manifestazioni a Roma. Effetti personali a Gradisca. Indagini e vaccini a Torino

Scrive Umanità Nova che alcuni anarchici romani hanno partecipato ad alcune manifestazioni per protestare contro la morte di un tunisino che a novembre era stato portato dal Centro di Permanenza per i Rimpatri di Ponte Galeria al reparto psichiatrico dell’ospedale San Camillo.
Il 18 dicembre c’è stata una mobilitazione a piazza Vittorio, poi un’iniziativa serale nella sede del gruppo, il 19 un presidio a Ponte Galeria e la sera del 21 l’esposizione di uno striscione davanti all’ospedale, insieme con LasciateCIEntrare.
Secondo il comunicato pubblicato sul sito, la decisione di rinchiudere lo straniero in un reparto psichiatrico è avvenuta dopo che le forze dell’ordine sarebbero intervenute duramente avendolo sorpreso con un cellulare, che secondo il regolamento interno del Cpr non avrebbe dovuto avere.
I video realizzati fino a quel momento sono circolati in rete. Il comunicato ricostruisce la storia in ordine cronologico. Dopo essere rimasto disoccupato a causa della chiusura del supermercato in cui lavorava, il tunisino avrebbe deciso di partire insieme ad altri suoi connazionali in direzione dell’Italia.
Trasferito prima su una nave-quarantena, poi al Cpr di Ponte Galeria, era rimasto molto sorpreso del trattamento ricevuto: come mai era finito in carcere, si chiedeva, se non aveva fatto del male a nessuno?
Qualche altra iniziativa si è svolta anche in altre città italiane (solo nel nord), anche tenuto conto del suicidio avvenuto negli stessi giorni al Cpr di Gradisca, e dell’alto tasso di atti di autolesionismo registrato al Cpr di Torino.
Di Gradisca i mass media mainstream non hanno detto più nulla. Per giorni è rimasta valida la notizia che lo straniero morto era un marocchino di cui si conoscevano solo le iniziali, poi due giorni fa LasciateCIEntrare ha scritto che in realtà si trattava di un tunisino, di cui il sito diffondeva nome e fotografia.
Ieri il sito ha pubblicato un articolo di Yasmine Accardo, portavoce della campagna, che è stata delegata dalla famiglia a prelevare gli effetti personali del defunto. In gran parte si tratta di capi d’abbigliamento, forse ricevuti sulla nave quarantena. Il telefono resta tuttora sotto sequestro.
Accanto all’articolo le foto col verbale contenente l’elenco del materiale consegnato, scritto a mano su un modulo stampato, e dello scatolone appoggiato in terra nel parcheggio.
L’articolo è colmo di amarezza. In quella scatola ci sono “le cose di un condannato a morte. Quel che resta. Quel che ‘il sistema di accoglienza’ gli ha fatto trovare'”. E’ stato un “crimine di pace”.
A Torino ha fatto notizia una perquisizione dei carabinieri nel Cpr, nell’ambito dell’indagine che coinvolge anche alcuni agenti di polizia in merito alla morte di un cittadino tunisino nel reparto di isolamento, avvenuta a maggio per suicidio.
La Stampa scrive nel titolo “sparite le e-mail”, l’articolo è riservato agli abbonati. Comunque l’inchiesta è in corso, è presto per giungere alle conclusioni.
Il Cpr torinese è stato visitato pochi giorni fa da alcuni esponenti di Sinistra Ecologista, che tra le altre cose hanno notato anche il fatto che “molti trattenuti non sono vaccinati e vorrebbero esserlo”, dettaglio che su alcuni mass media è stato messo in evidenza nel titolo dell’articolo, facendo finire in secondo piano tutte le altre considerazioni riguardanti la struttura detentiva.
Comunque, a quanto si legge su Torino Oggi, i consiglieri in questione avrebbero ricevuto la risposta della Asl in merito all’assenza nel centro di una struttura adibita a vaccini e richiami: l’azienda avrebbe dato immediata disponibilità già da ottobre a completare il ciclo vaccinale dei trattenuti, ma secondo la direzione del centro erano soltanto due quelli che volevano vaccinarsi, e che sono stati immediatamente vaccinati. Tutti gli altri si sarebbero rifiutati di sottoporsi alla vaccinazione programmata perché considerata prodromica al rimpatrio.
I consiglieri hanno diffuso un nuovo comunicato pubblico nel quale pongono numerose domande sia a proposito della vaccinazione che dei tamponi, oltre che del tipo di informazioni che vengono fornite ai trattenuti.
“Nel corso del nostro sopralluogo abbiamo constatato che purtroppo tale informazione è del tutto assente”, scrivono i consiglieri.
Già in passato i mass media avevano scritto che i reclusi rifiutavano il tampone al fine di evitare il rimpatrio, visto che non potevano essere imbarcati su un aereo senza un tampone negativo risalente alle ultime 48 ore.
La stampa locale pugliese aveva scritto che in uno dei Cpr presenti in regione era stata organizzata una giornata per le vaccinazioni, ma nessuno aveva poi verificato se l’iniziativa era andata a buon fine e quanti vaccini erano stati somministrati rispetto a quelli previsti.
Dai Cpr del resto d’Italia non si sa praticamente niente. Nessuna statistica nazionale è disponibile, né col dato di ciascun centro né con quello complessivo.

Roma, una morte che poteva essere evitata

Scrive Melting Pot che il 24 novembre il giudice di pace di Siracusa aveva sospeso l’esecutività del decreto di respingimento e del provvedimento di trattenimento presso il Centro di Permanenza per i Rimpatri del cittadino tunisino che poi è morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Camillo di Roma.
Solo che il diretto interessato non ha mai avuto notizia che poteva essere liberato: in quel momento era già ricoverato in stato di contenzione prima al Grassi di Ostia per poi essere trasferito al San Camillo.
La morte è avvenuta il 28 novembre, per arresto cardiaco.
La notizia è stata riportata da Melting Pot, sulla base delle dichiarazioni dell’avvocato ingaggiato dalla famiglia.
Secondo i familiari, prima di finire al Cpr lo straniero non aveva nessuna patologia psichiatrica che ne giustificasse il ricovero.
Nel comunicato dell’avvocato lo straniero viene chiamato Wissem Ben Abdelatif, ma nello stesso articolo il nome viene scritto Abdel Latif, mentre lo stesso sito, quando aveva riportato la notizia della morte all’inizio di dicembre aveva scrito Abdellatif.
Non arrivano notizie invece dal Cpr di Gradisca, dove sempre negli stessi giorni è si sarebbe suicidato un cittadino marocchino, forse un senza fissa dimora con qualche precedente penale. In quel caso non è stato diffuso neanche il nome dello straniero, con tutto che potrebbero esserci dei problemi nel contattare i familiari: al momento dell’ingresso del centro l’uomo non aveva fornito i dati di una persona da avvisare in caso di necessità, quindi ora non è chiaro cosa ne sarà della salma.
La notizia è comparsa rapidamente sulla stampa locale, e poi è stata abbandonata.
Alla vicenda ha fatto anche un rapido accenno Luigi Manconi in coda ad un articolo nella rubrica Libertà/Illibertà sul sito di Repubblica.
L’articolo è incentrato sulla situazione a Torino, dove si segnala almeno un “atto anticonservativo” al giorno, ossia un tentativo di suicidio o atto di autolesionismo.
Il sindacato di polizia Siulp di recente ha tenuto una conferenza stampa per segnalare il problema: visto che chi tenta il suicidio viene rilasciato perché incompatibile con la reclusione, gli altri migranti potrebbero sentirsi incoraggiati a compiere atti simili nella speranza di ottenere il rilascio dalla struttura.
Gli antirazzisti sono rimasti indignati da questa ipotesi, interpretandola come se fosse un’accusa di simulazione per tutti quelli che tentano il suicidio e una negazione della situazione di disperazione che si è venuta a creare all’interno della struttura.
“Se il ripetersi di tanti casi di autolesionismo si deve a una ‘simulazione’ che produce emulazione, come pensa il Siulp, come spiegarsi che una settimana fa, nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, a 527 km di distanza da Corso Brunelleschi, un giovane marocchino abbia deciso di togliersi la vita e ci sia riuscito?”, si chiede Manconi chiudendo il suo articolo.
Alla morte avvenuta a Roma invece Manconi aveva già dedicato un articolo nella stessa rubrica, intitolato “Abdel Latif, il migrante morto perché è morto”.
Il titolo vuole mettere in risalto il fatto che la causa del decesso è stata individuata nell'”arresto cardiocircolatorio”. Lo straniero è morto perché il suo cuore ha cessato di battere. Che è una spiegazione parziale: bisognerebbe vedere se c’è stata una causa dell’arresto cardiaco.
Visto che nel registro delle contenzioni risulta la necessità di “contenere” il paziente perché aggressivo sia il 25, sia il 26, sia il 27 novembre, ma non vengono registrati gli orari di inizio e di fine del trattamento, “non è temerario ipotizzare che il giovane tunisino sia rimasto legato ininterrottamente, mani e piedi, per oltre 61 ore”, ha scritto Manconi.