2 dicembre: “L’ultima frontiera” a Firenze

Il 2 dicembre prossimo verrà presentato al Festival dei Popoli a Firenze il documentario “L’ultima frontiera”, di Raffaella Cosentino e Alessio Genovese. Il film, che parla dei Centri di Identificazione ed Espulsione presenti in Italia, è stato già proiettato a Catania nell’ambito della premiazione del premio di giornalismo dedicato a Maria Grazia Cutuli. Sul sito di Repubblica è possibile vedere il trailer.
L’autrice, la giornalista Raffaella Cosentino, è stata intervistata dall’agenzia radiofonica Amisnet, per la puntata settimanale di Passpartù, che dopo più di un anno è tornata ad occuparsi di Cie. La Cosentino spiega che anziché partire dalle notizie di cronaca che parlano di rivolte e criminalità, ha deciso di impostare il documentario sulla normalità dell’immigrazione e della vita nei Cie. Per cui anziché focalizzarsi solo sull’arrivo dei barconi di profughi, ha puntato l’obiettivo della sua videocamera verso il porto di Ancona, da cui arrivano i traghetti dalla Grecia, e sull’aeroporto di Fiumicino, da cui invece arriva un flusso di immigrazione da fuori dell’area Shengen. Molti dei clandestini non arrivano in Italia come profughi, ma entrano in Italia con visto turistico, senza ripartire poi quando scade il permesso di soggiorno. Visitando i Cie, la giornalista si è resa conto del fatto che sempre più spesso si trovano in attesa di espulsione ragazzi cresciuti in Italia, che non hanno nessun contatto col loro paese d’origine, verso il quale comunque verranno rimpatriati.
Nel corso della puntata di Passpartù viene mandato in onda un estratto del documentario in cui si ascolta l’intervista ad un ragazzo che dopo aver vissuto in Italia per 28 anni, è stato rimpatriato, è tornato clandestinamente, ed è stato nuovamente rinchiuso in un Cie, dove è in attesa di sposarsi con la sua fidanzata che vive in Italia.
L’ultima puntata di Passpartù taggata Cie risale all’ottobre del 2012, quando venne annunciata la chiusura del Cie di Lamezia Terme a seguito di una visita dell’associazione Medici per i Diritti Umani. Stavolta lo spunto è la chiusura del Cie di Gradisca dopo essere stato incendiato e reso inagibile dagli stessi reclusi.
Nell’ambito della stessa puntata sono stati intervistati anche Nicola Grigion, del progetto Melting Pot, e Mariette Grange, del Global Detention Project.
Grigion spiega che su 13 centri presenti in Italia 8 sono chiusi, mentre i restanti hanno una capienza ridotta proprio a causa dei danni subiti nel corso delle rivolte.
La Grange invece, ricercatrice francese, racconta che è difficile dire quanti centri di espulsione sono presenti in Europa, perché ogni stato si è regolato in maniera diversa: alcuni raccolgono dati a livello nazionale, altri no, oppure hanno scelto di non renderli pubblici.

Reportage da Bologna

Repubblica ha messo online un reportage girato dall’interno del Cie di Bologna.
Immagini drammatiche. Una delle dipendenti del centro scoppia in lacrime davanti alla telecamera, raccontando come si svolge il suo lavoro all’interno del centro. “Non abbiamo vestiti da dare agli ospiti”, dice. “Prima gli davamo delle tute, dei vestiti, dei cambi. Adesso che gli diamo a questi ospiti?”
“I vestiti che abbiamo sono quelli della Misericordia, della vecchia gestione”, spiegano i reclusi. “Quattro mesi con questa tuta, solo con questa. Niente mutande, niente.”
“Da mangiare solo riso, solo pasta”, spiega una reclusa che non vuole essere inquadrata. “Io sono stata in Italia sei anni, so come si mangia bene qua in Italia. Qui non vivo bene.” Racconta di avere già provato a cercare lavoro dopo avere ottenuto un permesso di sei mesi al suo arrivo, ma non ha trovato nulla. Vorrebbe avere più tempo per cercare, ma si trova ad essere rinchiusa pur senza avere fatto niente di male.
Altri reclusi si lamentano per il fatto di non essere identificati per nome, ma per numero. “Come ha fatto Hitler agli ebrei”, dice uno. “Qui non ti chiedono ‘Come ti chiami?’, ma ‘Che numero sei?'”, gli fa eco un altro.
Nelle camere le “reti” dei letti sono blocchi di cemento appoggiati a terra. “Sembra il cimitero”, dicono.
Le finestre sono senza vetri. In alcuni casi si prova a rimediare con giornali e buste di plastica, in altri casi neanche quello.
Nel filmato si vede anche il direttore del centro che spiega: “Il termine con cui le persone trattenute vengono definite, ossia ‘ospiti’, è un termine inappropriato, manifestamente ipocrita”.
Repubblica ha anche messo online il testo completo dell’intervista col responsabile del centro.
Sulla questione degli stipendi, le novità sono che, almeno qui, la Prefettura ha pagato gli stipendi di dicembre ai dipendenti, visto che il gestore non ha la disponibilità per farlo. Il consorzio l’Oasi sta lavorando in perdita. L’asta è stata al massimo ribasso, con una cifra più che dimezzata rispetto alla gestione precedente. Per giunta, il rimborso è proporzionale al numero dei reclusi, senza tenere conto dei costi fissi. E visto che il centro è sottoutilizzato, a causa dei danni dovuti a precedenti rivolte, le entrate non bastano a far funzionare la struttura.
Come aveva previsto il precedente gestore, commentando le condizioni a cui era stato assegnato l’appalto.
A breve verrà tagliata la presenza del medico. Anziché essere presente 24 ore su 24, 7 giorni su 7, sarà presente per sole 8 ore al giorno, 6 giorni a settimana.
“Bisogna cambiare l’impianto normativo per far diventare questi posti dei centri di assistenza e non dei luoghi di detenzione”, spiega il direttore.
Al momento, la permanenza media effettiva, a Bologna, è di 66 giorni, con picchi di 12-13 mesi.
La permanenza massima, secondo la legge italiana, è fissata in 18 mesi. Se anche il Governo fosse riuscito ad abbassarla a 12, come aveva annunciato, non avrebbe risolto praticamente nulla.
Sul sito di Repubblica c’è una serie di foto scattate all’interno della struttura.

Torna l’acqua al Cie di Trapani

Dalla sera di mercoledì scorso manca l’acqua al Cie di Trapani Milo. Il disservizio era stato programmato per lavori sull’acquedotto. Il sito A.Marsala scrive che il flusso idrico riprenderà completamente entro domani. Il sito non spiega come si è fatto fronte al disagio all’interno della struttura di detenzione, in uno dei comunicati definita “centro d’accoglienza”.
Lo stesso sito però alcuni giorni fa ha ripubblicato un reportage della giornalista Raffaella Cosentino, che ha potuto visitare il centro di espulsione. La Cosentino è uno dei principali referenti della campagna LasciateCIEntrare, che per mesi ha chiesto che i giornalisti potessero visitare quelle strutture in cui l’accesso era stato impedito da una circolare del ministro Maroni.
Gestito finora dalla Cooperativa Insieme, facente parte del consorzio Connecting People, passerà ora alla cooperativa Oasi, che riceverà 27 euro al giorno per ciascun migrante trattenuto. Connecting People aveva proposto la cifra di 38 euro. Anche in altri Cie italiani si stanno tagliando i fondi. Peggiorerà il servizio?
Il Cie di Trapani Milo è uno dei più moderni in Italia. Ha aperto nel corso dell’emergenza sbarchi, a luglio 2011. Non c’è stato tempo per il collaudo, che è stato effettuato alcuni mesi dopo.
Al momento attuale è sovraffollato di poco. 231 persone su una capienza dichiarata di 204. Quasi tutti sono tunisini.
Ci sono stati molti casi di autolesionismo, alcuni dei quali così gravi da richiedere il trasferimento urgente in ospedale.
L’infermeria del centro ammette di somministrare le “droghe dei poveri”, ovvero gli psicofarmaci ai reclusi. Benzodiazepine (ansiolitici) neurolettici antipsicotici come Talofen e Haldon, annota la Cosentino.
Redattore Sociale ha pubblicato il servizio fotografico scattato all’interno del centro durante la visita.
A Trapani è presente anche un altro Cie, quello di Serraino Vulpitta, tristemente noto per i sei immigrati che morirono in un rogo nel 1999. Doveva chiudere all’apertura del nuovo Cie, ma è ancora aperto, nonostante sia stato progettato per tutt’altro uso.

Modena, il reportage

L’articolo di Silvia Bonacini e il servizio fotografico di Dante Farricella sono online sul sito della Gazzetta di Modena.
La giornalista e il fotografo hanno visitato il Centro di Identificazione ed Espulsione di Modena, nell’ambito della campagna LasciateCIEntrare.
A quanto pare all’interno del Centro è in corso uno sciopero della fame, visto che in alcuni casi i tempi di reclusione hanno superato i sei mesi.
Il dato diffuso l’altroieri parlava di una media di 55 giorni tra il momento dell’ingresso e quello dell’effettivo rimpatrio.
Uno dei reclusi è stato per tre anni in prigione prima di finire al Cie. Eppure ha ancora bisogno di essere identificato.
Un altro ha raccontato di essere già stato espulso due volte. Eppure deve essere identificato di nuovo.
Un terzo è sposato con un’italiana, e ha due figli italiani. Eppure sarà espulso.
La delegazione ha potuto visitare soltanto due dei sei blocchi del centro, nonostante abbia insistito per potersi addentrare nel cortile comune.
I migranti esclusi dal colloquio hanno dato vita ad una protesta che ha destato qualche preoccupazione e l’interessamento del Questore.
Nel reportage di Silvia Bonacini si descrivono le condizioni all’interno del centro, ma non si fa neanche il nome del senatore del Pd che ha accompagnato la delegazione.
Il quale se ne è andato dicendo che il centro non è un lager, ma una struttura “sufficientemente rispettosa delle persone”, e non ha avanzato apparentemente nessuna proposta concreta per riformare il sistema.
Ha comunque annunciato che nei prossimi giorni presenterà un’interrogazione.
Il Cie di Modena è uno dei due gestiti dalla Misericordia. La convenzione scade alla fine di questo mese. L’ente gestore ha detto che non si ripresenterà alla gara, dato che il rimborso previsto dallo Stato è di soli 30 euro al giorno per trattenuto.
Si sa che c’è qualcuno che sta valutando se partecipare all’asta.
Se quest’ultima dovesse andare deserta, il Centro sarebbe affidato temporaneamente in gestione alla Prefettura.

Il Corriere nel Cie di Roma

Due cronisti del Corriere della Sera sono potuti entrare nel Cie di Ponte Galeria nei pressi di Roma. Il loro reportage è già online, dovrebbero esserci anche delle immagini che potrebbero essere pubblicate a breve. I due hanno parlato col dirigente dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma, col direttore del Cie e con alcuni dei reclusi.
Hanno scoperto che la fuga dal Cie non costituisce reato. Secondo la legge italiana i reclusi sono considerati ospiti, per cui scavalcare le recinzioni è considerato “allontanamento non autorizzato” anziché evasione. Non cambia nulla per i poliziotti, che comunque devono dare la caccia ai fuggitivi, ma non c’è incriminazione davanti ad un tribunale (a meno di altri reati).
Le misure di sicurezza, scrivono i cronisti, sono state rafforzate dopo i quattro “tentativi di fuga” avvenuti quest’estate nel giro di un mese. Inoltre il tempo di permanenza massimo è stato portato dal precedente governo da 6 a 18 mesi. La durata effettiva però dipende dalle procedure di identificazione, e viene prorogata ogni due mesi. Chi è dentro non può sapere quanto tempo ci rimarrà ancora.
I reclusi, al momento, risultano 230, di cui 140 uomini e 90 donne. Alcuni di loro hanno commesso dei crimini e sono già stati in carcere, altri sono dentro solo perché privi di documenti in regola. C’è chi è arrivato irregolarmente in Italia e chi invece non ha potuto rinnovare il permesso di soggiorno alla scadenza, perché aveva perso il posto di lavoro. C’è chi è arrivato da poco e chi ha vissuto in Italia per anni. Peccato che statistiche precise non vengono diffuse, in modo da non farci sapere quanti siano gli uni e gli altri.
Scrive il Corriere: “tra le sbarre del CIE, si propone una routine di normalità fatta di pranzi e cene a orari regolari, qualche sigaretta comprata con i buoni nello spaccio interno e piccoli passatempi come il calcio e la pallavolo”. Su qualche parete ci sono foto dei vip ritagliate dai giornali. I cinesi usano le lenzuola di carta per farne borsette e cappelli.
Fino a febbraio 2010 il Cie era gestito dalla Croce Rossa. Poi è passato alla cooperativa Auxilium, che prende 41 euro al giorno per ogni recluso, per garantire vitto, assistenza sanitaria e buoni spese. Ai reclusi è consentito usare il cellulare.

Storie dimenticate

Uno dei migliori resoconti di quanto è successo a Lampedusa è stato pubblicato da Terre Libere. E’ stato scritto da Antonello Mangano, contiene varie interviste, e racconta di come sarebbe stato possibile evitare l’incendio del centro se si fosse tenuto conto delle segnalazioni delle associazioni e dei sindacati, che avevano individuato le cause delle tensioni. Mangano ci tiene a precisare che quello di Lampedusa era un Cpsa, Centro di Primo Soccorso e Accoglienza, non un Cie come veniva chiamato da molti giornalisti. Doveva servire solo per permanenze molto brevi per garantire il primo soccorso ai profughi, che poi sarebbero dovuti essere trasferiti in un’altra struttura prima possibile. Mangano parla inoltre del fatto che non si potrebbe, secondo la legge, espellere in massa delle persone solo sulla base della loro nazionalità. Bisognerebbe valutare le loro situazioni personali. Come nel caso di una delle spie di Ben Ali, che rischia il linciaggio quando è stato rivelato il suo ruolo, e quindi tornando in patria sarebbe in pericolo di vita. Quest’uomo, quando Mangano scrive l’articolo, si trova a Caltanissetta. L’avvocato Giovanni Andaloro stava provando ad occuparsi del suo caso.
A Caltanissetta c’è uno dei dodici Cie rimasti in funzione in Italia. Tuttavia per la stampa sul web quel centro è come se non esistesse. Nonostante i tentativi che sono stati fatti per sensibilizzare i giornalisti a dare la priorità a queste situazioni, l’indifferenza sembra regnare sovrana.
L’ultimo reportage di Gabriele Del Grande da Caltanissetta risale al 1 agosto 2008. In quell’occasione aveva intervistato alcuni dei reclusi, che avevano vissuto per anni in Italia, lavorando, prima di finire nel Cie. L’articolo era stato pubblicato da Redattore Sociale.
Nel 2009 il Cie era stato danneggiato nel corso di una rivolta, ed era stato chiuso. I lavoratori che lo gestivano erano finiti in cassa integrazione. Su internet è difficile trovare articoli che ne annunciano la riapertura.

Documentario dal Cie di Bologna

E’ stato messo su internet in questi giorni un documentario di Alberto Maio, della durata di 15 minuti, realizzato dopo una visita al Cie di Bologna, e trasmesso in tv da Speciale Tg7. Non è chiaro quando sia stato girato, perché nel filmato si parla ancora di permanenza di un mese rinnovabile per un altro mese, mentre ora la permanenza massima è stata portata fino a sei mesi. E’ comunque interessante, perché non capita spesso di vedere un reportage completo realizzato da parte di chi entra in questo tipo di strutture. In alcuni dei Cie italiani viene impedito l’ingresso ai giornalisti, se non al seguito di qualche politico, e anche queste visite possono essere ostacolate in qualche modo. Talvolta, il giornalista può entrare, ma non può scattare foto, né effettuare riprese. Il motivo dichiarato è che bisogna salvaguardare la privacy dei reclusi. In realtà ci sono altri modi per garantire questo diritto. Nel filmato in questione, i volti vengono schermati, le persone vengono mostrate di spalle.
Belle immagini sono state registrate nel settore femminile, dove un gruppo di nigeriane prega in gruppo, con un canto che sembra molto gioioso. La voce fuori campo spiega che molte di loro sono state costrette a prostituirsi, qui in Italia, prima di essere rinchiuse nel Cie. Qui qualcuna ha denunciato i propri sfruttatori, nella speranza di ottenere il permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale.
Un’altra ragazza intervistata sta per uscire dal Cie, perché dopo il periodo massimo di permanenza non è stato possibile identificarla. In teoria in questi casi si esce con decreto di espulsione, ovvero con pochi giorni di tempo per abbandonare il territorio italiano. Se dopo il periodo previsto, si viene trovati di nuovo in Italia, si torna nel Cie, in vista di una nuova espulsione. Lei spera di ottenere un documento regolare e un lavoro. “Con la grazia di Dio, tutto è possibile”, dice.
In un’altra stanza si trovano alcune donne che hanno lavorato come badanti per tanto tempo in Italia, senza trovare mai la possibilità di regolarizzarsi. Gli stessi gestori del centro ammettono che per le persone che non delinquono bisognerebbe trovare un percorso alternativo a quello del Cie/Cpt. Cosa che è stata tentata qualche tempo fa, con la sanatoria che però è stata limitata solo a colf e badanti, con l’aggiunta di qualche circolare che ha contribuito ad alimentare la confusione e l’insoddisfazione tra i lavoratori migranti che sono stati discriminati.