Relazione sul Cara di Mineo

La Commissione d’Inchiesta su Cie e Cara ha approvato all’unanimità una relazione nella quale si chiede la chiusura del Cara di Mineo.
La notizia non ha ottenuto risalto a livello nazionale, sui mass media, ma su Repubblica di Palermo c’è un articolo dettagliato in cui si riassumono i contenuti del documento.
Hanno votato a favore anche Pd e Forza Italia, ma mentre non si segnalano prese di posizione del presidente Gelli, Pd, ha fatto notizia un comunicato firmato dal vice presidente Brescia, M5s, e dagli altri due parlamentari del Movimento presenti in commissione.
La relazione “alla fine ha dovuto prendere atto della nostra precedente mozione che ravvisava tutte le criticità di uno dei centri d’accoglienza più grandi d’Europa, diventato nel tempo soltanto un serbatoio di corruzione e clientele politiche”.
Il centro è stato realizzato su insistenza di Maroni nel 2011. “Villaggio della solidarietà”, era stato chiamato, e sarebbe dovuto essere un modello di eccellenza nell’accoglienza per i richiedenti asilo”.
Ad aprile 2011 La Repubblica era rimasta favorevolmente impressionata: “Nel Villaggio della solidarietà si gioca, s’impara l’italiano e si prega”.
Poi è arrivata l’inchiesta su Mafia Capitale, e da lì le indagini si sono spostate sul centro siciliano.
“Secondo gli inquirenti i gestori avrebbero denunciato la presenza di più migranti di quelli effettivamente ospitati” già a partire dal 2012, incassando circa un milione di euro in più rispetto a quanto dovuto, scriveva Reuters esattamente un anno fa.
I parlamentari grillini denunciano “vere e proprie economie mafiose inventate dal nulla, fatte di assistenzialismo, che non hanno certo il fine di aiutare ad essere solidali, ma semplicemente di cementare bacini elettorali”.
Chiede un utente su Facebook: ma dopo avere chiuso il Cara, tutti i migranti dove li mettiamo?
A gennaio il Giornale titolava: “Cara di Mineo, i dipendenti: ‘Assunti se iscritti a Ncd”, e ci piazzava una foto di Alfano, leader del “partitino”, non indagato.
A maggio il leader della Lega Salvini ha dormito al Cara. “Centro commerciale di carne umana”, l’ha definito.
“Ho osservato abusi di vario tipo”, ha detto Salvini: “Si vedono televisori a schermo piatto, stereo, telefonini, scarpe nuove, pantaloni”. Ma il vero problema, per lui, sono i costi: centomila euro al giorno, “spesi male per gente che non scappa dalla guerra”.
Ad agosto 2015 il blog di Grillo aveva riportato un lungo e dettagliato intervento del portavoce del Movimento 5 Stelle in Europa, in cui si tirava in ballo anche Cantone (autorità nazionale anti corruzione), il quale aveva sollevato perplessità sulla gara di assegnazione del Cara, senza ottenere risposte da parte del ministro dell’Interno, che all’epoca era Alfano.
Anche l’altro esponente di spicco della Commissione d’inchiesta, il segretario Erasmo Palazzotto, Sinistra Italiana, ha diffuso un comunicato sull’approvazione della relazione. Mineo “è l’emblema del fallimento del nostro sistema di accoglienza”, scrive Palazzotto. “il Ministro Alfano ha sempre protetto quel sistema… Non possiamo accettare che chi è stato responsabile di un disastro di questa portata continui a ricoprire incarichi di governo: il sottosegretario Castiglione si deve dimettere”.
“Mineo è un sistema criminale e criminogeno”, scrive Palazzotto su Facebook. “Aspetto fiducioso che qualcuno nel governo tragga le conclusioni dovute”.
L’attuale ministro dell’Interno Minniti non ha detto nulla finora, e neanche viene chiamato in causa direttamente.

Migrantes: gli hotspot sono dei lager

Il presidente della Fondazione Migrantes Guerino di Tora ha affermato che gli hotspot di Lampedusa, Trapani e Pozzallo sono dei centri chiusi, “dei lager che somigliano più a dei Cie che a dei centri di accoglienza”.
La dichiarazione è stata riportata dal sito Agensir (agenzia di informazione religiosa).
In questi giorni è stato diffuso il rapporto del Garante dei detenuti, che contiene nel dettaglio la descrizione dei tre centri in questione (a cui si aggiunge quello di Taranto, in Puglia).
L’hotspot di Trapani è stato effettivamente realizzato all’interno della struttura progettata come centro di espulsione: una struttura detentiva, circondata da sbarre.
L’ufficio del Garante lo ha visitato tre volte.
Negli hotspot dovrebbero finire solo i migranti appena sbarcati, e solo per tempi brevi. A Trapani il Garante ha segnalato la presenza di stranieri portati lì da Ventimiglia. Inoltre il tempo di permanenza superava in alcuni casi il mese.
L’hotspot di Lampedusa è tutt’ora un centro chiuso, mentre a Trapani i migranti possono uscire, ed è stata organizzata anche una navetta per il centro della città a orari prestabiliti, tanto da meritarsi l’apprezzamento da parte del Garante.
Di Lampedusa invece il Garante scrive: “L’ambiente generale si presenta squallido e trasandato”. Non c’è lavanderia, non c’è cortile, non c’è spazio adibito alla preghiera. Non c’è uno spazio per la mensa.
Il Prefetto neanche sapeva dell’esistenza del Garante dei detenuti e delle sue funzioni. Quando gli è stato chiesto del numero dei rimpatri ha detto che non ce n’erano stati. Il Garante gli ha fatto notare di avere partecipato a un’operazione di rimpatrio di migranti provenienti da Lampedusa, e allora il prefetto ha ammesso che c’erano stati dei rimpatri, ma solo di tunisini.
Gli stranieri non possono uscire dal centro, ha detto il prefetto, per non creare problemi all’isola, che vive di turismo. “Comunque se vogliono possono uscire da un buco nella rete”, avrebbe aggiunto, secondo quanto si legge nel rapporto del Garante.
“Si ritiene che tale privazione della libertà sia ingiustificata e illegittima”, dice ancora il rapporto.
Il Garante ha anche notato che ai migranti viene fatto firmare un foglio notizie in bianco, che viene compilato in seguito dai funzionari della Polizia di Stato, con informazioni che possono avere effetti decisivi sul futuro degli stranieri in questione. Gli appunti presi nel corso del colloquio sono in lingua italiana, per cui non c’è modo per gli stranieri di accertarsi che sia stato effettivamente compreso il senso delle loro dichiarazioni.
Sull’hotspot di Pozzallo non ci sono state particolari segnalazioni e raccomandazioni da parte del Garante.
Monsignor Di Tora è intervenuto ad Agrigento, nell’ambito della prima “Conferenza internazionale sui temi delle migrazioni”, secondo quanto riferisce Agensir (senza spiegare di cosa si tratta).
Secondo Agrigento Notizie l’evento è promosso da Consorzio Universitario, da cinque atenei italiani, dalla Stony Brook University di New York e dalla stessa Fondazione Migrantes.
L’iniziativa non ha ottenuto attenzione da parte della stampa.

Palermo, 15 arresti

15 persone sono state arrestate nell’ambito di un’indagine della Guardia di Finanza di Palermo con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata a favorire l’immigrazione clandestina.
Il capo dell’organizzazione era tunisino, la manovalanza era italiana. Il gruppo si occupava di sbarchi, di documenti falsi, e anche di contrabbando del tabacco.
In una intercettazione “un potenziale passeggero” “manifestava il timore di essere respinto dalle autorità di polizia italiane per ragioni contrasto al terrorismo”. Il Corriere parla di “sospetti jihadisti”, anche se non sembra siano state formalizzate accuse precise in merito.
Un finanziere è rimasto ferito gravemente inseguendo sui tetti uno degli arrestati.
L’articolo del Corriere si conclude con una frase isolata attribuita al Garante Nazionale dei detenuti, Mauro Palma, il quale avrebbe parlato di promiscuità tra persone rinchiuse nei Cie, dove chi è irregolare dal punto di vista amministrativo viene messo accanto a chi proviene dal circuito penale.
Apparentemente i centri di espulsione non c’entrano nulla con l’indagine della Guardia di Finanza. Però nell’articolo si dice che lo stratega dell’organizzazione gestiva il denaro e pianificava gli sbarchi dall’interno del carcere di Sollicciano, in Toscana.

Ricercatrice libica a Ponte Galeria

Una ricercatrice libica quarantenne è stata trasferita al Cie di Ponte Galeria.
La donna è stata condannata di recente dal tribunale di Palermo per istigazione al terrorismo. Inizialmente aveva ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma in seguito alle polemiche le è stato concesso il “non respingimento”. Questo significa che comunque non potrà essere rimpatriata in Libia, ma dovrà lasciare l’Italia. Per dove? Il sito non lo spiega.
Il suo avvocato teme ora gesti inconsulti. La donna potrebbe tentare il suicidio.
La notizia è stata riportata ieri in breve sul sito Affari Italiani.
L’altro ieri Blog Sicilia pubblicava la foto della donna che scende da una macchina della polizia, corredandola con un articolo un po’ sgrammaticato. L’avvocato si diceva pronto a denunciare la vicenda alla procura di Roma se dovesse emergere qualche abuso. A criticare la concessione del permesso di soggiorno era stato lo stesso Ministro dell’Interno Minniti.
La Sicilia pubblica qualche dettaglio in più a proposito della condanna inflitta alla donna: un anno e otto mesi per istigazione a commettere reati in materia di terrorismo. “La donna era accusata di legami con esponenti di organizzazioni terroriste islamiche e foreign fighters e di una fitta attività di propaganda in favore di Al Qaeda svolta attraverso social come Facebook”.
Il Gip nelle motivazioni della sentenza scrive che “dalle attività di analisi della predetta pagina Facebook si è accertato come la Shabbi fosse orientata ad enfatizzare e diffondere eventi e notizie riguardanti le attività dei combattenti libici (in quell’occasione venivano pubblicate foto di persone in abiti militari nel corso di un addestramento con il volto coperto”.
Scrive Blog Sicilia che la commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha addebitato ad un errore materiale la concessione del permesso di soggiorno alla donna.
Secondo il sito la donna dovrebbe essere trasferita non in Libia ma nell’ultimo Paese in cui è transitata prima di raggiungere l’Italia. Ma non si specifica quale sarebbe il Paese in questione.
La notizia compare solo su pochi siti web locali. Che non spiegano di cosa si occupava nella vita la “ricercatrice”, a parte scrivere su Facebook.

#Slibero

Sarà liberato stamattina S., il ventiseienne marocchino che era in attesa di espulsione al Cie di Caltanissetta dopo aver procurato il panico alla mensa universitaria di Palermo gridando frasi sconnesse interpretate dagli altri studenti come minacce terroristiche.
Il giovane ha problemi psichici, andrà in una comunità terapeutica del trapanese dove seguirà un percorso riabilitativo.
Nei giorni scorsi era stato visitato dal senatore Francesco Campanella, che aveva detto: “Lì dentro mi era sembrato il più gracile e , forse anche per questo, il più impaurito. Era evidente che il Cpr di Caltanissetta non fosse idoneo per lui”.
Per chiedere la liberazione del giovane erano stati fatti dei sit-in di protesta ed era nato un gruppo Facebook, S Libero per il diritto alla Salute, ha ha totalizzato poco più di 800 like.
Un esponente di Human Right Watch Organization ha commentato “Gioiamo per S, ma a denti stretti. Non ci sentiamo di stappare bottiglie … Rimaniamo rammaricati per quanti sono ancora nel Cpr, senza supporto né visibilità”.
Non si sa niente invece della trans Adriana, che pure si troverebbe al Cie di Caltanissetta, secondo quanto ha scritto Fanpage pochi giorni fa. La notizia è stata ripresa dal Giornale, senza nessuna verifica né conferme da parte degli altri mass media.
La notizia non ha provocato nessun dibattito, sul sito. Appena 3 commenti in tutto.
Scrive un utente “Luxuria dia un aiuto, lei che può”.
Ma a Vladimir Luxuria questa storia non è mai arrivata.
Del resto pure Fanpage dopo aver riportato la notizia una decina di giorni fa non se n’è più occupato.
A proposito della visita del senatore Campanella a Caltanissetta, alcuni siti web locali hanno riportato le dichiarazioni del politico, ma a quanto pare sul web non esistono fotografie o filmati che documentino il fatto. Per giunta, i siti web evitano di fare riferimento all’appartenenza politica dell’onorevole. Il quale è stato eletto col Movimento 5 Stelle, da cui è uscito a febbraio 2014, e si trova ora in Sinistra Italiana – Sel.

Cpr chiarire le regole di funzionamento

Scrive il sito della Regione Friuli Venezia Giulia che la presidente Debora Serracchiani ha chiesto di conoscere “con assoluta chiarezza” le regole di funzionamento “all’interno e all’esterno” dei nuovi Centri Permanenti per il rimpatrio.
In vista della riapertura dell’ex Cie di Gradisca, la Regione sottolinea l’esigenza di “porre in essere misure e azioni concrete volte ad evitare che le manifestazioni di intolleranza da parte degli ospiti e le proteste da parte del territorio accadute in passato non abbiano a ripetersi in alcun modo”.
Volendo interpretare la frase in maniera benevola, possiamo immaginare che la Serracchiani stia parlando del rispetto dei diritti umani all’interno della struttura. Se dentro va tutto bene, fuori nessuno protesta. C’è da dire però che i Cpr servono per rimpatriare delle persone non consenzienti, e già questo è causa di forti tensioni.
I vecchi Cie non erano strutturati come carceri: la polizia restava al di fuori, ed entrava solo in caso di rivolte, rimpatri e perquisizioni. Per il resto, gli stranieri in attesa di rimpatrio non avevano nulla da fare per tutto il tempo, se non organizzare rivolte. Finora si è detto genericamente che i Cpr saranno diversi dai Cie, ma non si è entrati granché nel dettaglio. Così come si è detto che i Cpr vengono costruiti per i criminali, non certo per le badanti, ma finora non è stato messo niente nero su bianco che escluda che badanti e lavoratori irregolari ci finiscano dentro.
La Serracchiani vuole “le informazioni necessarie per valutare le caratteristiche che differenziano il Cpr rispetto al Cie, per garantire la sicurezza della comunità presso la quale è collocato e la tutela dei diritti delle persone accolte”.
Chiede inoltre la chiusura del centro di accoglienza, da sempre considerato un grosso peso per la città. Infine chiede che sia garantito che il numero di 100 posti previsto per la nuova struttura sia inteso come capienza massima in alcun modo derogabile.
E in quest’ultimo punto sarà sicuramente accontentata. I migranti non vengono inviati al Cie se non ci sono posti disponibili. E’ per questo che Minniti vuole aprirne di nuovi. Attualmente il numero di posti disponibili in tutta Italia supera di poco i 300. Quando le forze dell’ordine identificano un irregolare, se tutti i posti nei Cie sono al completo, lo devono rilasciare con ordine di tornare in patria con mezzi propri. Ordine che molto spesso non viene rispettato.
Le indiscrezioni riguardanti le località nelle quali verranno aperti nuovi centri di espulsione stanno generando conseguenze prevedibili in alcune delle città coinvolte.
A Santa Maria Capua Vetere, in Campania, all’inizio della prossima settimana si svolgerà la conferenza dei capigruppo al fine di concordare un ordine del giorno a tutela della città.
A Modena l’Uil esprime preoccupazione e sconcerto per l’apertura del Cpr.
“Ricordo che con molti paesi mancano gli accordi internazionali tali da favorire il rientro in patria e avendo tolto il giudizio di appello la permanenza coatta dell’immigrato in attesa di volo senza ritorno non favorisce certo convivenza civile e moderazione”, dice il locale segretario del sindacato.
Bisognerebbe puntare su rimpatri volontari e processi inclusivi, e bisognerebbe dotare il Cpr del “personale necessario e esperto per far fronte alla detenzione”.
La notizia della riapertura dei Cie sta attirando l’attenzione di dei siti di clickbaiting. Si trovano articoli di pessima qualità, inutili copia e incolla, pubblicità invasive, eccetera. Segno che ci si aspetta un dibattito animato da parte dell’opinione pubblica.
Intanto ieri Fanpage ha pubblicato l’audio di un’intervista telefonica alla trans brasiliana che aveva fatto notizia a marzo, quando era stata trasferita dal Cie di Brindisi a seguito delle minacce ricevute. La straniera si troverebbe ancora nel Cie di Caltanissetta, e anche qui sarebbe stata minacciata. E ancora rischia l’espulsione, a causa di precedenti penali non meglio precisati.
Tempo fa era stata erroneamente diffusa la notizia di un imminente rilascio. Poi la notizia è stata smentita, ma non da tutti i siti web che l’avevano diffusa. Oggi non giungono conferme alla storia raccontata da Fanpage. La straniera è finita nel Cie alla fine di gennaio. Quasi quattro mesi fa.

Slibero, nuova crisi davanti al giudice. Modena, Cgil contro il Cie

S., il giovane marocchino con problemi psichici rinchiuso nel Cie di Caltanissetta dopo aver generato il panico alla mensa universitaria di Palermo per aver gridato frasi deliranti interpretate come minacce terroristiche, ha avuto una nuova crisi. Stavolta è successo proprio nel corso dell’udienza di fronte alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Lo straniero ha cominciato a delirare di fronte al giudice, ha avuto una forte reazione e ha cominciato a tremare. Da giorni gli attivisti chiedono che gli venga concesso il diritto a curarsi in Italia. Il giudice ha chiesto che venga fatta una verifica entro 15 giorni per accertarsi se le sue condizioni di salute siano compatibili col Cie. I suoi avvocati da un lato notano segnali positivi nel modo in cui è gestita la questione, prevedendo un possibile rilascio. Dall’altro coninuano ad essere preoccupati: sembra infatti che pochi giorni fa un ragazzo nelle stesse condizioni di S. è stato rimpatriato comunque, nel silenzio generale.
La pagina Facebook che è stata creata a sostegno del giovane, “SLibero, per il diritto alla salute”, è ferma a quota 774 Likes (+8 adesioni dall’inizio di questa settimana).
Il sito Palermo Today riporta una frase della responsabile dell’ufficio migranti della Cgil Palermo, secondo cui S. “deve essere portato in una clinica, in un centro adatto per le cure psichiatriche”.
E sempre la Cgil compare sui siti locali dell’Emilia Romagna con una netta presa di posizione contro la riapertura del Cie di Modena, preannunciata da alcune indiscrezioni diffuse dalla stampa. “Al di là dei nomi che si daranno alle strutture e delle dichiarazioni di facciata, il ritorno ai luoghi di contenimento coatto rappresenta una strada impraticabile, oltre che inutile al contrasto dell’immigrazione irregolare, estremamente e inutilmente costosa, e che troppo spesso e in tante situazioni ha foraggiato illegalità e ruberie da parte di chi lo gestiva … La riproposizione di ricette vecchie e fallimentari non risponde alla legittima domanda di sicurezza della popolazione, rischia di fomentare odio e intolleranza sociale e dimostra l’incapacità di riuscire a trovare soluzioni che sappiano salvaguardare un modello di convivenza che ambisca all’integrazione e alla convivenza pacifica di tutti gli individui”, scrive la locale Cgil in un comunicato stampa.