Torino, spacciatore al Cpr

Un marocchino richiedente protezione internazionale è stato accompagnato al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino a fine luglio. L’uomo è considerato pericoloso per l’ordine e la sicurezza pubblica dopo una serie di condanne per stupefacenti non meglio precisati.
Il provvedimento in cui veniva disposto il trattenimento dello straniero presso il Cpr è stato emesso dal Questore di Lucca.
La notizia è stata pubblicata sul sito della polizia, con foto di un africano che viene fatto salire su una volante.
In coda al comunicato, la notizia che un altro straniero rintracciato a Lucca è stato portato al Cpr di Bari tre giorni fa. Il paragrafo è linkato ad una foto di repertorio di due auto della polizia.
Lo stesso comunicato è stato pubblicato senza aggiunte, e con una diversa foto di repertorio, sul sito La Gazzetta di Lucca.

Spaccio di eroina, pakistano accompagnato a Torino

Un cittadino pakistano che ha scontato una pena di quattro anni per spaccio di eroina è stato accompagnato al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino dal personale della questura di Monza e Brianza.
L’uomo, nato nel 1985 aveva ottenuto nel 2011 la protezione sussidiaria da parte della Commissione Territoriale di Bari.
Secondo il sito Prima Monza il provvedimento sarebbe stato rinnovato “nel 2019”, ma c’è qualcosa che non quadra: nello stesso articolo si dice che l’arresto per possesso di eroina risale al 2016.
In effetti il sito MbNews scrive che la protezione era stata inizialmente rinnovata “fino al 2019”.
La sostanza sequestrata pesava 500 grammi. Altri due connazionali erano stati incriminati per lo stesso reato.
Inizialmente condannato agli arresti domiciliari, lo straniero era stato trovato più volte in possesso di altri stupefacenti, per cui era stato trasferito in carcere.
Secondo il rapporto diffuso di recente dal Garante delle persone private della libertà, in tutto il 2021 sono transitati attraverso i Cpr italiani 43 cittadini pakistani.
Di questi ne sono stati rimpatriati soltanto 9, ossia uno su cinque.
Non ci sono dati dettagliati sui motivi del mancato rimpatrio di tutti gli altri, né dati che riguardano il tipo di reati commessi. Comunque è possibile finire al Cpr anche senza avere commesso reati, e questo è uno dei motivi per cui gli attivisti chiedono la chiusura di queste strutture.
Intanto una decina di giorni fa l’Espresso ha dedicato un articolo al presunto razzismo delle forze dell’ordine italiane, che hanno fermato un famoso calciatore armi in pugno prima di lasciarlo andare. Sembra l’America, dice l’articolo, anche la polizia italiana effettua la profilazione razziale. In realtà c’era stato poco prima un episodio violento di cui l’articolo non entra nel merito. Si cercava un uomo di colore con una maglietta verde a bordo di un suv con un altro africano, esattamente la situazione che gli agenti si sono trovati di fronte. L’uomo è stato lasciato andare non perché è un calciatore, ma perché era evidente che non c’entrava col reato in questione.
L’articolo richiama alla memoria anche il caso dell’intervento dei carabinieri ad un McDonald milanese, nel giugno 2021, conclusosi in maniera relativamente violenta contro alcuni “afrodiscendenti”. In quel caso c’era stata una segnalazione di disturbo della quiete pubblica, a cui era seguita una resistenza attiva da parte del gruppo di persone segnalate.
Ovviamente il problema di base è reale: persone di colore hanno raccontato di avere il terrore di dimenticare a casa i documenti che dimostrano di essere in regola. I controlli sono frequenti, anche quando si esce a buttare la spazzatura. Basta una dimenticanza per finire nel meccanismo dei Cpr, con la paura che il chiarimento non arrivi in tempo.
Poi però ci sono anche le indagini sui reati. Se alla polizia viene segnalato un criminale di colore, come si fa a chiedere agli agenti di non tenere conto della descrizione fisica delle persone che incontrano?

Manifestazione no-cpr a Torino

Venerdì scorso c’è stata una manifestazione nei pressi del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino per chiederne la chiusura.
Fabrizio Maffioletti, di Pressenza, ne ha realizzato un bel reportage, filmando gli slogan che venivano scanditi lungo il corteo e realizzando video-interviste ad alcuni dei partecipanti.
Tra gli altri, c’erano anche l’avvocato Gianluca Vitale e Yasmine Accardo, portavoce della campagna LasciateCIEntrare.
Erano presenti anche attivisti provenienti dal Friuli Venezia Giulia, dove transitano i migranti che percorrono la rotta balcanica e dove i politici locali spingono verso la repressione: per evitare di infastidire i turisti stanno cercando un sistema per tenere nascosti i migranti che arrivano e che non si sa come collocare.
Sono state elencate le solite criticità dei Cpr sulle quali nessuno interviene (è caduto il governo quindi manca anche un possibile interlocutore, che comunque finora non ha mai dato risposte). Si è ricordato Moussa Balde, suicida nel Cpr torinese l’anno scorso. E si è fatto riferimento alla situazione a Caltanissetta, dove ci sono state violente proteste che comunque non hanno portato a niente.
La situazione dei tunisini è sempre quella di trovarsi di fronte a procedure di rimpatrio eccessivamente rapide, che non tengono conto dei diritti delle persone, neanche dei minori.
L’hotspot di Lampedusa continua ad essere il luogo di arrivo dei migranti soccorsi in mare, col risultato che è spesso sovraffollato. Almeno per alcuni giorni, i migranti sono costretti a vivere in una situazione pietosa.
A Caltanissetta si parla di materassi dati alle fiamme. Ma mentre gli attivisti cercano di seguire gli sviluppi della storia grazie alle loro fonti, i mass media nazionali e locali ignorano completamente la questione, limitandosi ogni tanto a pubblicare qualche brandello di informazione che poi viene subito dimenticato.

Presidio al Cpr di Torino

Oggi pomeriggio ci sarà un presidio nei pressi del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino per chiederne la chiusura. Ad organizzarlo sono tre associazioni: Prinz, Carovane Migranti e Abriendo Frontieras. Il comunicato che annuncia l’evento è stato pubblicato sul sito di Pressenza, con foto di una delle recinzioni del centro.
Gli attivisti scrivono che è passato del tempo dall’ultima volta che hanno tenuto un’iniziativa sotto il Cpr, ma non dicono quanto. Da allora è cambiato gestore, ma non nominano né quello vecchio né quello nuovo.
Secondo i dati allegati al rapporto annuale diffuso dal Garante nazionale delle persone private della libertà il centro rimpatri di Torino è stato gestito da Gepsa da gennaio 2019 a febbraio 2022. Nel 2022 l’ente gestore sarebbe Ors Italia, la stessa che si occupa dei Cpr di Roma e di Macomer, ma le caselle con la durata temporale vengono lasciate in bianco, unico caso in Italia. C’è invece un doppio asterisco che indica che la procedura di affidamento era in corso di definizione. A Macomer Ors avrebbe dovuto gestire il centro fino a marzo 2023, ma un triplo asterisco indica che l’attuale gestore è Ekene, diversamente da quanto indicato in tabella.
Gli organizzatori del presidio torinese non nascondono il loro malcontento nei confronti di figure istituzionali che hanno visitato il Cpr per poi affermare che hanno visto di peggio. Evidentemente ci si è così assuefatti ai naufragi nel Mediterraneo, ai respingimenti di persone al freddo nei Balcani e alla situazione dei lager libici, che la semplice privazione della libertà in una condizione come quella del Cpr viene quasi considerata tollerabile.
Invece il centro va chiuso. “Non ci sono altre posizioni possibili”, scrivono.
Per quanto riguarda la situazione dei telefoni, nel Cpr sarebbero ancora vietati.
La stampa di solito non entra nei centri rimpatri. Ma neanche mostra interesse per la questione. Si sarebbe potuto interrogare i vari gestori per mettere in evidenza la discrepanza tra i vari regolamenti in merito all’uso dei cellulari personali, che non sarebbero vietati per legge, anzi, secondo una sentenza dovrebbero essere messi a disposizione dei reclusi almeno in alcune fasce orarie, ma nessuno se ne è interessato.
A livello parlamentare, solo pochi politici del gruppo misto ex 5 stelle e di qualche fascia minoritaria della sinistra cercano di tenere accesa l’attenzione sui Cpr.
La ministra dell’Interno finora è rimasta molto defilata, evitando di annunciare pubblicamente modifiche ma anche di difendere il sistema così com’è. Ora è anche caduto il governo quindi manca l’interlocutore a cui rivolgersi.
Probabilmente resterà tutto fermo fino alle prossime elezioni. Ma gli schieramenti no-cpr quante possibilità hanno di conquistare posizioni in Parlamento?
Gli ultimi sondaggi parlano di una coalizione di centro-destra in netto vantaggio col 46% dei consensi.
Il Pd (che ha isituito i Cpr in sostituzione dei Cie berlusconiani) si trova dietro Fratelli d’Italia.
Sinistra Italiana, il partito di cui fa parte Fratoianni che ha visitato il Cpr torinese a maggio scorso, viene data all’1,8%.
“Dal punto di vista della gestione non abbiamo avuto un’impressione negativa”, aveva dichiarato Fratoianni dopo avere visitato il Cpr. Per poi precisare che “questi luoghi sono mostri giuridici” e che devono essere chiusi nel lungo periodo, e migliorati nel breve periodo.

Torino, manifestazione contro il Cpr

Qualcuno ha manifestato a Torino contro il Centro di Permanenza per i Rimpatri. Lo scrive Pressenza, senza mettere in evidenza chi siano di preciso gli organizzatori (la lista compare solo in coda all’articolo).
L’articolo contiene un estratto dei “passaggi più significativi degli speech”, ma allega solo un breve video di gente che balla e suona i tamburi.
A quanto pare il corteo è partito nei pressi del Cpr e si è diretto verso la sede di un’associazione che collabora con l’agenzia europea Frontex nella realizzazione cartografia digitale, mappe di infografica e map book.
Nel corso degli interventi sono stati elencati di nuovo i soliti problemi del Cpr: requisizione dei telefoni, reclusione di persone malate, psicofarmaci, lacune nell’assistenza medica, eccetera.
“Dalle impressioni che abbiamo raccolto sono emerse delle critiche alle dichiarazioni di Fratoianni”, scrive l’autore dell’articolo, che evidentemente non condivide le critichequindi sceglie di non riportarle, mettendo in evidenza solo gli aspetti positivi dell’attività del parlamentare.
In coda all’articolo vengono citate genericamente Sinistra Ecologista e Rifondazione, che “mostrano notevole sensibilità al problema dei Cpr”.
Intanto il Garante nazionale dei detenuti ha presentato in una conferenza in un’aula nei pressi del Senato il suo rapporto annuale sulle situazioni di privazione della liberta. All’evento ha partecipato anche il Presidente della Repubblica Mattarella, il quale apparentemente non ha detto nulla sull’argomento. Gran parte dei mass media non ha notato che c’è stata questa presentazione, e comunque di solito il documento annuale del Garante non viene mai citato quando si parla di Cpr.
Sul sito del Fatto Quotidiano se ne è parlato nella sezione Blog, con palese soddisfazione per il fatto che la relazione è “culturalmente così densa”, tanto che “al centro vi si legge la dimensione del tempo la quale, insieme a quella dello spazio, costituisce le fondamenta su cui si gioca ogni detenzione. Mauro Palma ha parlato di tempo sottratto e di tempo sospeso”.
In realtà è proprio la profondità culturale, insieme con i discorsi astratti e idelogici, a tenere lontano il grande pubblico dai contenuti del rapporto e a rendere l’attività del Garante poco “giornalistica”.
Basta leggere il sommario del rapporto. I titoli dei capitoli sono “Chronos è Saturno: il tempo della infamia”, “Uccidere Chronos: la rapidità di accertare”, “Il tempo operatore della pena”, “Rimettere nei cardini il tempo: le azioni di oggi”, “Orologi molli”. E poi “Simultaneità”, “Dilatazione”, “Lentezza”, “Misura”, “Il tempo riconfigurato”, “Il tempo astratto”.
Un qualsiasi giornalista che sia alla ricerca del capitolo sui Cpr per scriverci l’articolo in giornata si trova completamente perso, all’interno del rapporto di 415 pagine.
Per giunta il Garante tende a non fare delle conferenze stampa dettagliate dopo ogni visita, né diffonde comunicati stampa particolareggiati. Il risultato è che qualsiasi criticità abbia osservato rimane diluita in un mare di chiacchiere.
Oltre al rapporto è stato diffuso un altro pdf di 116 pagine contenente mappe e dati. In questo documento ci si può spostare molto più agevolmente: ogni tabella ha una dicitura chiara: tempi di detenzione, gestori, nazionalità dei trattenuti… Però si tratta di dati grezzi, senza commento. Un lettore distratto si perde in cento pagine di tabelle, e difficilmente nota il dato singolo. Ad esempio che il 99% dei marocchini reclusi non viene rimpatriato. Infatti questa questione non è stata commentata da nessuno, nonostante sia almeno il secondo anno che si verifica la stessa circostanza.
La Lamorgese è rimasta completamente estranea al rapporto del Garante.
Due giorni fa la ministra ha partecipato ad una conferenza internazionale sulla convenzione Onu che tratta del contrasto alla criminalità transnazionale a Napoli. Ha detto genericamente che “L’Europa deve essere presente anche in tema di rimpatri, perché quello che diciamo sempre è che occorre fare degli accordi sui rimpatri a livello europeo così come occorre intervenire sui partenariati con i Paesi terzi”. L’obiettivo è evitare le partenze, perché quando i migranti sono partiti “non si può evitare che sbarchino”.
La notizia è stata riportata dal Tempo, copianincollando un lancio Italpress. Un solo paragrafo, che non riporta nessuna reazione da parte di nessuno: la Lamorgese stava parlando da sola, o c’era qualche altro partecipante a questa conferenza internazionale? Per giunta accanto all’articolo compare una foto della ministra apparentementee scattata in un aula parlamentare. Insomma non è disponibile una foto scattata nel corso della conferenza.
Napoli Today ha pubblicato un articolo più esteso contenente solo le dichiarazioni di Di Maio, senza citare la Lamorgese.
Di Maio era in collegamento video, e ne ha approfittato per scagliarsi contro “l’illegale aggressione russa all’Ucraina”, contrapponendole il diritto e la cooperazione internazionali “quali strumenti di pace e di mitigazione delle drammatiche conseguenze del conflitto. Penso, ad esempio, ai rischi in termini di insicurezza alimentare che la crisi sta proiettando su molti Paesi del Mediterraneo e dell’Africa”.
L’articolo non dice che Di Maio è stato costretto a lasciare il Movimento 5 Stelle a causa della sua posizione a favore del traffico di armi verso l’Ucraina.
Leggo ha riportato alcune dichiarazioni di Di Maio a proposito della sua scelta. Secondo il ministro c’è una “ambiguità” del Movimento in politica estera: “Dovevamo scegliere da che parte della Storia stare, con l’Ucraina aggredita o la Russia aggressore. Le posizioni di alcuni dirigenti del M5s hanno rischiato di indebolire il nostro Paese”. Ci sarebbero 50 deputati e 11 senatori pronti a seguirlo, oltre a vari sottosegretari e viceministri. Il Movimento va in frantumi, dopo che pochi anni fa era diventato la prima forza del Paese.
L’ex 5 Stelle Giarrusso, in una video-intervista al Fatto Quotidiano ha detto che la scissione non ha nulla a che vedere con la questione delle armi o con la permanenza nel Governo, visto che “mi risulta che i cosiddetti contiani abbiano votato [a favore]”: è invece una lotta di potere interna riguardante le nomine dei referenti regionali e la questione del terzo mandato.
Si tratta di faccende abbastanza opache: non è ancora chiaro quale dei due schieramenti che si contrappongono all’interno del Movimento sia favorevole ad abolire il limite di due mandati.
Il Tempo titola su una “ritirata di Giuseppe Conte”: dopo la riunione del consiglio nazionale del Movimento, “scompare il no agli aiuti militari a Kiev”.
L’espulsione di Di Maio non sarebbe avvenuta grazie all’intervento di Grillo, contrario a sconfessare apertamente l’operato del Governo.
Pubblicamente però il fondatore del Movimento è praticamente scomparso. Sul famoso blog, che un tempo era un faro per tutti i simpatizzanti del suo schieramento , ieri è comparso un post criptico: “La luce del sole è il miglior disinfettante. Luce sia dunque, sulle nostre ferite, sulla palude e sull’oscurità. Qualcuno non crede più nelle regole del gioco? Che lo dica con coraggio e senza espedienti. Deponga le armi di distrazione di massa e parli con onestà”.
Qualcuno chi? Di cosa deve parlare? Quali regole? E Grillo che ne pensa del secondo mandato? E del coinvolgimento dell’Italia nel conflitto? E del rischio di allargamento della guerra?
La foto accanto al post è quella di un’ameba (che nell’articolo non viene citata) che ha la capacità di spostarsi verso la luce.
Simbologia solo per iniziati. Un tempo il blog di Grillo era aperto ai commenti degli utenti, per valutare le reazioni. Ora i lettori risultano completamente esclusi.
Su Facebook si può ancora commentare (ma la piattaforma non fornisce il permalink a chi non è loggato). Alcuni utenti usano questo post per attaccare Conte, altri per attaccare Di Maio. Una scrive: “Beppe, dicci esattamente chi sono quei qualcuno, agiremo di conseguenza. Non possiamo più andare avanti a interpretare. Desideriamo ed esigiamo onestà intellettuale e trasparenza”. Ha ricevuto due risposte: una che dice di pensare con la propria testa, l’altra che dice che online ci sono tutti i nomi. Ma non dice quali nomi e su quale sito.

Rifondazione visita il Cpr di Torino

Una delegazione composta dal dirigente di Rifondazione Comunista e vicepresidente di Sinistra Europea Paolo Ferrero, da una deputata di Manifesta e da un avvocato ha visitato il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino.
Ha poi espresso le consuete dichiarazioni standard: bisogna riformare la Bossi-Fini, i Cpr sono peggio delle carceri, i reclusi non hanno commesso reati, i bagni sono senza porta.
La notizia è stata riportata da Lo Spiffero, senza foto dei delegati o dell’interno del centro.
Il tasso di delinquenza tra gli immigrati irregolari è altissimo, hanno detto i delegati, mentre tra i migranti che sono in regola è bassissimo. Regolarizzando tutti diminuirebbero i reati, visto che il permesso di soggiorno permette di trovare un lavoro.
Ha detto l’avvocato che in questi anni di pandemia i rimpatri sono stati praticamente bloccati, mentre ora stanno riprendendo soprattutto verso la Tunisia.
Non vengono forniti dati precisi, però
I reclusi sono provenienti “per lo più dal Maghreb”, ma anche in questo caso mancano i numeri: l’anno scorso i rimpatri verso il Marocco erano quasi impossibili, ma nessuno si è occupato del problema, finora. Non si sa se sia stato risolto in qualche modo, con nuovi accordi verso il Paese di origine o almeno con la rinuncia a rinchiudere i marocchini nei centri, vista l’impossibilità di rimpatriarli.
Pressenza ha pubblicato le video-interviste realizzate ai delegati all’uscita dal centro.
Il gruppo Manifesta in Parlamento è stato fondato a febbraio da quattro parlamentari donne, uscite dal Movimento 5 Stelle e appoggiatesi a Rifondazione Comunista e Potere al Popolo.
L’onorevole Suriano ha fatto notare che nel Cpr torinese ci sono ancora difficoltà da parte dei reclusi nel mettersi a contatto con gli avvocati e che manca ancora il protocollo con la Asl.
I delegati hanno ricordato che se non è possibile il rimpatrio gli stranieri vengono rilasciati ma senza essere regolarizzati, e possono essere fermati ad un nuovo controllo e riportati dentro, ma non hanno fornito dati in proposito.
Nel Cpr torinese ci sarebbero molti migranti fermati a Ventimiglia, nei pressi del confine con la Francia.
Per Ferrero le politiche portate avanti dagli ultimi governi non sono fatte per gestire il problema della migrazione ma per produrre clandestini. La produzione di clandestini serve a due cose: prima di tutto ad avere lavoratori che costino poco e che possano essere sfruttati come schiavi; in secondo luogo a mantenere viva la paura del clandestino e quindi ottenere i voti di chi chiede più sicurezza.
Negli ultimi giorni un paio di delegazioni hanno visitato i Cpr di Torino e Milano, mentre i centri rimpatri del sud sono completamente dimenticati dall’opinione pubblica.

L’uomo col machete al Cpr

Il ventottenne marocchino di cui si è parlato nei giorni scorsi sui giornali dopo che è stato filmato mentre inseguiva un connazionale brandendo un machete a Torino è stato portato nel locale Centro di Permanenza per i Rimpatri.
Da lì è stato accompagnato a partecipare all’udienza del processo che lo riguarda, e l’uomo si è distinto per avere ripetutamente mostrato il dito medio ai giornalisti e al pubblico.
Nel corso dell’ultimo anno lo straniero è stato fermato dalle forze dell’ordine 12 volte, e ha totalizzato quattro arresti nell’ultimo mese a Torino.
Nonostante questo, anche stavolta non è stato trattenuto in carcere. I giornalisti se la sono presa col giudice che lo ha scarcerato, il quale sarebbe rimasto allibito per l’operato degli organi di informazione. I quali tuttora non hanno spiegato la dinamica del rilascio.
Durante l’udienza sarebbe stato ascoltato un solo testimone, dopodiché tutto è stato rinviato a luglio.
In base alla legge uno straniero può rimanere soltanto tre mesi nel centro rimpatri. Se entro questo termine il rimpatrio non fosse possibile, l’uomo dovrebbe essere rilasciato.
In base a dati parziali relativi all’anno scorso, circa il 99% dei marocchini rinchiusi nei Cpr italiani sarebbe stato rilasciato perché il rimpatrio non era possibile (solo 3 uomini su oltre 300 con questa nazionalità sarebbero stati riportati in Marocco).
Né politici, né giornalisti, né attivisti si sono soffermati su questo aspetto del problema.
Coloro che si oppongono all’esistenza dei Cpr continuano a ripetere arbitrariamente che chi viene rinchiuso nei centri per i rimpatri non ha commesso reati. Finendo col perdere credibilità: le cronache riportano costantemente le notizie di accompagnamenti ai centri rimpatri di stranieri che hanno scontato pene in carcere, anche lunghe, oppure per i quali viene deciso il rimpatrio come misura alternativa al carcere, in caso di reati meno gravi appena commessi.
A breve è prevista la presentazione del rapporto annuale del Garante dei detenuti Mauro Palma al Parlamento.
Finora è circolata solo un’intervista nella quale viene sfiorata genericamente la questione della riforma dell’intero sistema dei centri per i rimpatri, senza statistiche e senza avvicinarsi troppo alle questioni concrete.
Il Giornale ha riportato la notizia del dito medio mostrato all’udienza, senza nessun riferimento al trattenimento nel Cpr.
Lo stesso vale per Libero, che si scaglia direttamente contro la “giustizia che funziona a rate, che giorno per giorno si rende conto degli errori commessi solo qualche ora prima e che tenta di porvi un improbabile rimedio o che finge di non accorgersi di nulla e in aula mette in scena una rappresentazione surreale”.

Merano, marocchino accompagnato al Cpr

Un quarantaseienne marocchino con precedenti per stupefacenti è stato fermato nel corso di controlli in alcuni appartamenti a Merano e trasferito al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino.
Lo scrive La Milano riportando il bilancio dell’operazione. Un gambiano e un nigeriano sono stati segnalati per detenzione di sostanza stupefacente, non si dice di che tipo e in che quantità.
Dai Cpr non arrivano statistiche relative ai rimpatri. Secondo indiscrezioni la percentuale di stranieri ricondotti nei loro Paesi d’origine sarebbe inferiore rispetto a quella dell’anno scorso. Al Cpr di Milano non ci sarebbero rimpatri addirittura da alcuni mesi.
Inoltre nessuno approfondisce la questione della nazionalità: mentre i rimpatri verso la Tunisia sono più frequenti, quelli verso il Marocco l’anno scorso sono stati quasi impossibili, e nella stragrande maggioranza dei casi il trattenimento si è concluso con un rilascio.
A dicembre scorso è circolata la notizia che il Marocco aveva quasi completamente chiuso le frontiere per paura della variante omicron. Il provvedimento sarebbe dovuto durare solo un paio di mesi.
I politici si muovono in ordine sparso. Se negli ultimi giorni il Cpr milanese è stato visitato da una delegazione composta dal senatore De Falco (ex M5s) e da una sua collega pentastellata, il Cpr di Torino è stato visitato dal segretario regionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, e da vari esponenti locali di Liberi Uguali Verdi e Sinistra Ecologista.
I Cpr del sud Italia invece sono completamente dimenticati dalle cronache.

Torino, Fratoianni e Grimaldi al Cpr

Il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni e il capogruppo di Liberi Uguali Verdi alla Regione Piemonte hanno visitato il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino insieme ad alcune consigliere locali.
Hanno notato dei miglioramenti nella nuova gestione ma hanno ribadito la loro richiesta di chiudere queste strutture, mostri giuridici in quanto “non è accettabile che le persone siano private della libertà per un reato amministrativo”.
Attualmente la capienza del centro è di 112 posti, di cui 92 occupati. In realtà sarebbe maggiore (alcuni dicono 220, altri 140), ma alcune aree non sono agibili al momento.
L’ospedaletto, la cella in cui si è suicidato l’anno scorso Moussa Balde è chiuso, e questo è l’aspetto positivo.
Gli aspetti negativi riguardano la mancanza di ombra e possibilità di fare docce fresce e il caldo nella camerata in cui si dorme.
Metà dei reclusi fa ricorso a psicofarmaci (45 persone, nella giornata precedente alla visita).
I delegati hanno parlato con gli stranieri presenti, riportandone alcune storie: un tunisino la cui moglie aspetta un figlio, un marocchino arrivato in Italia dopo un viaggio di due anni, un cittadino del Bangladesh che ha viaggiato per due anni per essere rinchiuso nel Cpr una settimana dopo il suo arrivo in Italia, un tunisino sposato con un’italiana e con figli minori.
Fratoianni ha fornito alcune cifre riguardanti le nazionalità: 40 marocchini, 10 tunisini, 10 gambiani “o qualcosa del genere” e poi varie “micro-presenze”.
Mancano come sempre statistiche più precise su quanta gente è transitata nel centro dall’inizio dell’anno, qual’è il tempo di permanenza medio, qual’è l’esito dei trattenimenti, né si conosce quanti degli stranieri reclusi hanno precedenti penali e di che tipo.
L’anno scorso nella stragrande maggioranza dei casi i marocchini reclusi sono stati rilasciati, non essendo possibile il rimpatrio. Non si sa se quest’anno con la fine dell’emergenza covid la situazione stia cambiando.
Scrive Pressenza che uno dei problemi segnalati è la “carenza di acqua da bere”: 1,5 litri al giorno in tutte le stagioni.
La delegazione aveva poi in programma di entrare nel carcere a parlare con tre studenti arrestati per le proteste contro l’alternanza scuola-lavoro.
Il sito pubblica anche i video della conferenza stampa che i delegati hanno tenuto all’uscita del Cpr dopo la visita (una quindicina di minuti).
Un dettaglio nuovo che viene raccontato è che sono stati gli stessi reclusi del centro a realizzare delle tende di fronte ai bagni. Infatti per motivi di sicurezza mancano le porte, per evitare che siano smontate e usate come arma nel corso delle rivolte, ma i regolamenti non prevedono esplicitamente nessuna soluzione alternativa.
La delegazione ha anche scattato fotografie agli ambienti, che verranno diffuse alla stampa a breve.

Miglioramenti al Cpr di Torino

A un anno dal suicidio di Moussa Balde nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino sembra esserci qualche miglioramento. La cella in cui lo straniero si è tolto la vita, l’ospedaletto, non è più utilizzata per l’isolamento dei reclusi, anche perché le procedure che scattavano in quei casi sono finite sotto la lente della magistratura. Il nuovo gestore sembra maggiormente disposto al dialogo, a quanto dice la garante locale dei detenuti al sito Altreconomia. Alcune richieste sono state prese in considerazione. Ad esempio viene consentito l’ingresso di un imam e la qualità del cibo è migliorata. Inoltre è possibile svolgere colloqui nelle aree interne del centro.
Per quanto riguarda l’uso dei cellulari “sembra esserci qualche vaga apertura”, anche se non viene specificato quale.
Manca ancora l’apertura del centro verso la società civile, l’associazionismo, il terzo settore. E manca ancora un protocollo d’intesa con l’Asl per prendere in carico i reclusi.
La morte di Moussa Balde ha fatto una certa impressione, a livello locale. L’uomo aveva cercato di integrarsi in Italia, e poi di entrare in Francia. Era rimasto tagliato fuori dal sistema di accoglienza ed era stato respinto. Quando poi era stato picchiato in strada da tre italiani e in seguito rinchiuso al Cpr, aveva perso tutte le speranze. Il video girato dai residenti era diventato virale sul web e aveva permesso all’identificazione dei suoi aggressori, ma le autorità non avevano fatto sapere al diretto interessato che si stavano occupando del suo caso. Anche perché gli aggressori avevano dichiarato che stavano reagendo a un tentativo di furto.
Comunque la società civile è rimasta impressionata dal fatto e ha organizzato varie iniziative in sua memoria, l’ultima in questi giorni, quando sono stati depositati dei fiori nei pressi del Cpr.
Gli attivisti contano di inaugurare un osservatorio permanente sul Cpr, ma segnalano l’ostilità delle istituzioni. Le forze dell’ordine hanno voluto fotografare tutti i presenti alla commemorazione a ridosso del centro (non sappiamo se fosse stata annunciata e autorizzata). Non c’era nessun problema di sicurezza, dicono gli organizzatori, ma solo l’esigenza di mantenere il Cpr lontano dagli occhi di tutti.
Un paio di settimane fa Pressenza aveva cercato di attirare l’attenzione sul mancato coinvolgimento dell’Asl nelle visite di idoneità.
Non c’è stata nessuna reazione, tuttora non si sa se qualcuno si sta muovendo in quella direzione.
Sul finire dell’anno scorso il Prefetto aveva scritto al Presidente della Regione sollecitandola ad ottemperare al regolamento.