Rissa tra lucciole

Alcune ragazze straniere si sono azzuffate nei pressi del mercato coperto di Montecatini, probabilmente per ragioni legate ad aree di competenza nell’esercizio della prostituzione.
La polizia è intervenuta, e ne ha fermate tre, tutte nigeriane. Una è minorenne, ed è stata portata in un centro accoglienza minori. L’altra è finita al centro di espulsione di Ponte Galeria, Roma (l’unico Cie femminile attivo in Italia). L’altra “dovrà regolarizzare il permesso di soggiorno”.
Già che c’erano, le forze dell’ordine hanno multato altre cinque prostitute (non si sa per quale cifra), e alcuni automobilisti per violazioni del codice della strada.
Anche se capita che le nigeriane siano costrette con la forza o con l’inganno a prostituirsi, l’atteggiamento da parte dello Stato non è quello di considerarle vittime, informandole e incoraggiandole a denunciare i loro sfruttatori.
Alcuni giorni fa un’esponente di un’associazione che si occupa di ascoltare queste donne nel centro di Ponte Galeria lamentava i numerosi passi indietro che sono stati fatti in questi anni su questo fronte.
Nonostante tutto, le forze dell’ordine non restano immobili: è di ieri la notizia di cinque arresti, tre donne e due uomini, a seguito di indagini dei carabinieri del Ros e del nucleo investigativo del comando provinciale di Lecce.
Il gruppo criminale minacciava di morte alcune ragazze, anche utilizzando la superstizione e i riti voodoo. Alle immigrate, alcune minorenni, venivano fornite delle finte storie da raccontare alle autorità italiane: “Dì che hanno ucciso tutta la tua famiglia”.
Scrive il Giornale che sono gli stessi aguzzini che vengono a prelevarle nei centri di accoglienza italiani.
Nomi e foto degli arrestati non sono state diffuse.
Nei giorni scorsi è stato presentato il libro scritto da una donna nigeriana che ha avuto il coraggio di denunciare. Sebbene la presentazione è avvenuta presso le strutture della Camera, con la partecipazione dell’ex ministro Livia Turco, i mass media se ne sono tenuti alla larga.

Ricercatrice libica a Ponte Galeria

Una ricercatrice libica quarantenne è stata trasferita al Cie di Ponte Galeria.
La donna è stata condannata di recente dal tribunale di Palermo per istigazione al terrorismo. Inizialmente aveva ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma in seguito alle polemiche le è stato concesso il “non respingimento”. Questo significa che comunque non potrà essere rimpatriata in Libia, ma dovrà lasciare l’Italia. Per dove? Il sito non lo spiega.
Il suo avvocato teme ora gesti inconsulti. La donna potrebbe tentare il suicidio.
La notizia è stata riportata ieri in breve sul sito Affari Italiani.
L’altro ieri Blog Sicilia pubblicava la foto della donna che scende da una macchina della polizia, corredandola con un articolo un po’ sgrammaticato. L’avvocato si diceva pronto a denunciare la vicenda alla procura di Roma se dovesse emergere qualche abuso. A criticare la concessione del permesso di soggiorno era stato lo stesso Ministro dell’Interno Minniti.
La Sicilia pubblica qualche dettaglio in più a proposito della condanna inflitta alla donna: un anno e otto mesi per istigazione a commettere reati in materia di terrorismo. “La donna era accusata di legami con esponenti di organizzazioni terroriste islamiche e foreign fighters e di una fitta attività di propaganda in favore di Al Qaeda svolta attraverso social come Facebook”.
Il Gip nelle motivazioni della sentenza scrive che “dalle attività di analisi della predetta pagina Facebook si è accertato come la Shabbi fosse orientata ad enfatizzare e diffondere eventi e notizie riguardanti le attività dei combattenti libici (in quell’occasione venivano pubblicate foto di persone in abiti militari nel corso di un addestramento con il volto coperto”.
Scrive Blog Sicilia che la commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha addebitato ad un errore materiale la concessione del permesso di soggiorno alla donna.
Secondo il sito la donna dovrebbe essere trasferita non in Libia ma nell’ultimo Paese in cui è transitata prima di raggiungere l’Italia. Ma non si specifica quale sarebbe il Paese in questione.
La notizia compare solo su pochi siti web locali. Che non spiegano di cosa si occupava nella vita la “ricercatrice”, a parte scrivere su Facebook.

Rimpatri? Ok, ma basta con l’accoglienza

Dopo che è stata diffusa la lista ufficiosa delle città che potranno ospitare i nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri previsti dal decreto Minniti, sono iniziate ad arrivare le reazioni da parte degli amministratori locali coinvolti. Reazioni che non sono per niente entusiaste.
Scrive Modena Today che il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli (Partito Democratico), accetterebbe la realizzazione del nuovo centro solo a certe condizioni, una delle quali è il “blocco degli arrivi” dei profughi in città: “Qualora dovessimo decidere per il centro, non possiamo farci carico in una dinamica regionale di avere anche altre pressioni”. Insomma, vanno bene le espulsioni, ma solo se si rinuncia all’ulteriore accoglienza.
A Gorizia il sindaco forzista Ettore Romoli lancia l’allarme: “Siamo alla follia”, dice. Le indiscrezioni prevedono l’apertura del Cpr nella vicina Gradisca d’Isonzo, dove ora ci sono circa 500 richiedenti asilo. Il primo cittadino prevede che per fare spazio agli stranieri da espellere, ci sarà la fuoriuscita dal Cara di almeno 400 persone, delle quali si dovrebbero far carico i comuni dell’isontino. “L’esperienza ci induce a ritenere che non ci sarà disponibilità da parte di quei comuni che fino a oggi non si sono resi disponibili ad accogliere immigrati”, dice Romoli. In questi anni “non si è mai avuto il coraggio di imporre ai comuni amici del centrosinistra quella solidarietà tanto sbandierata a parole”, dice il sindaco, che prevede che gran parte degli stranieri arriverà a Gorizia.
Per quanto ne sappiamo, il Cara e l’ex Cie di Gorizia sono strutture diverse. Da quando il centro di espulsione è stato chiuso, gli edifici sono utilizzati per accogliere i richiedenti asilo. La riconversione in Cpr non intaccherebbe il funzionamento dell’adiacente Cara. Il numero dei migranti da trasferire sarebbe molto minore di quello prospettato dal sindaco di Gorizia.
Un articolo del Piccolo fornisce qualche cifra. Si parla di un “alleggerimento” del Cara di soli 50 posti, da effettuare a breve, e di una ulteriore diminuzione, da ottenersi però solo dopo che saranno stati trovati i posti nel sistema di accoglienza diffusa. Non il “tutti fuori e andate a Gorizia” che è stato prospettato.
Per quanto riguarda i posti da allestire nel Cpr, l’amministrazione regionale parla di 80 posti. Al Ministero hanno stabilito che ogni centro dovrà avere una capienza di 80-100 posti. E questo provoca qualche scintilla con i sindacati di polizia a Modena. Il Silp Cgil, prima di tutto, che sostiene che la capienza del locale Cpr deve rimanere quella del vecchio Cie: 60 posti. A condizione di rafforzare l’organico della polizia di 70 unità, anche in previsione di contestazioni frequenti da parte dei gruppi antagonisti.
Ieri tra le notizie nazionali spiccava quella dell’esplosione di un ordigno a Roma. Nessun ferito, ma danni alle vetture delle Poste Italiane. I telegiornali hanno parlato vagamente di “pista anarchica”, i giornali entrano più nel dettaglio. Potrebbe essere un gesto collegato con la gestione dei fenomeni migratori, visto che la compagnia aerea di proprietà delle Poste, la Mistral Air, viene talvolta utilizzata per i voli di rimpatrio. Spesso gli uffici postali presenti sul territorio vengono presi di mira in relazione a questa attività.
Intanto, sul fronte antirazzista, prosegue la preparazione della manifestazione di sabato prossimo a Milano. Lo slogan è #20maggiosenzamuri. Ci sono già state le consuete diatribe interne tra i partecipanti, dovute al fatto che tra i promotori dell’iniziativa c’è l’assessore Pierfrancesco Majorino, che si trova nello stesso Pd che appoggia Minniti e che gli antirazzisti contestano.
Ne consegue che alcuni gruppi non hanno firmato l’appello, ma hanno deciso di partecipare lo stesso all’iniziativa: “Vogliamo occupare quello spazio per evitare che quel palcoscenico sia relegato a chi si riempie la bocca di accoglienza e poi, nei fatti, promuove leggi razziste e rastrellamenti etnici”, scrivono varie sigle, tra cui Melting Pot e LasciateCIEntrare.

Perugia, rimpatriati ritornano

Due stranieri che erano stati rimpatriati sono stati trovati di nuovo a Perugia dalle forze dell’ordine.
Una donna bielorussa trentasettenne espulsa nel 2014 con divieto di reingresso per cinque anni è stata individuata in un albergo, probabilmente con uno dei suoi molti nomi falsi. E’ stata giudicata per direttissima e accompagnata “in un Cie fuori regione”, come scrive Umbria 24. Si tratta probabilmente di quello di Roma, l’unico con una sezione femminile ancora in funzione, a quanto si sa.
L’altro straniero individuato è un albanese nato nel ’75, pregiudicato per imprecisati “reati in materia di stupefacenti”, che era stato rimpatriato all’inizio di quest’anno come “misura alternativa alla reclusione”.
Anche lui è finito davanti al giudice che ha stabilito che debba “scontare la pena residua ai domiciliari”. I mass media non scrivono quale è la pena residua.
A proposito di domiciliari: nell’ambito degli stessi controlli un dominicano che doveva trovarsi ai domiciliari è stato trovato al bar. Fine della notizia. Cosa gli succederà? Non si sa.
Da segnalare anche un diciassettenne tunisino che si era allontanato dalla comunità a cui era affidato. E’ stato riaffidato alla stessa comunità. Un ventunenne marocchino che è stato “espulso” dopo essere entrato clandestinamente in Italia (probabilmente con ordine di allontanarsi dal territorio nazionale con mezzi propri). E un trentaquattrenne pluripregiudicato per reati imprecisati, che si era “accampato in uno stabile” ed è stato quindi “denunciato per invasione di immobile”. A piede libero, probabilmente.

Canicattì, nigeriana rimpatriata. Italia, 30 milioni per gli aiuti umanitari. Europa, un milione di stranieri da espellere

Vari siti locali riportano un comunicato sgrammaticato secondo il quale una ventunenne nigeriana sorpresa in un centro Sprar a Racalmuto sarebbe stata prima accompagnata al Cie di Roma e poi rimpatriata.
L’operazione, condotta dai carabinieri, nasce come conseguenza del famoso telegramma emanato dal Ministero dell’Interno che annunciava la liberazione di 95 posti nei Cie italiani, di cui 50 nel settore femminile, in vista dell’organizzazione di un volo di rimpatrio verso la Nigeria.
Le varie questure presenti sul territorio italiano avrebbero dovuto organizzare controlli mirati a rintracciare i cittadini nigeriani indesiderati e condurli al Cie in vista di un rimpatrio.
Alcune associazioni avevano protestato contro l’accanimento verso gli stranieri di una singola nazionalità, i mass media avevano dato, sul momento, un certo risalto alla notizia, ma poi il volo charter, se è partito, lo ha fatto a telecamere spente. I mass media nazionali non ne hanno parlato, a quanto ne sappiamo.
Così come non fanno riferimenti dettagliati a come è la situazione sul posto. Bisogna andare sul sito Green Report per leggere qualcosa in proposito: “Carestia in Camerun, Ciad, Niger e Nigeria: 7,1 milioni di persone soffrono la fame. Cresce la violenza legata al gruppo armato Boko Haram, milioni di persone in fuga”, titola il sito. Si tratta in realtà di un copia e incolla di un comunicato pubblicato la settimana scorsa dalla Fao, che in quei giorni stava partecipando ad un vertice ad Oslo per ottenere finanziamenti internazionali destinati alla regione colpita dalla crisi.
Alla conferenza ha partecipato anche il vice ministro degli Esteri italiano Mario Giro, che in un’intervista a Vita ha raccontato che l’Italia si è impegnata a mettere sul tavolo 30 milioni di euro nei prossimi tre anni solo per far fronte alla crisi umanitaria nei quattro paesi che si affacciano sul lago Ciad.
La settimana scorsa il Camerun ha rimpatriato forzatamente più di 500 nigeriani fuggiti da Boko Haram, tra cui oltre 300 richiedenti asilo.
L’Unhcr ha protestato, la notizia compare su numerosi siti esteri, mentre in Italia non è stata ripresa dai principali mass media.
Intanto la Commissione Europea ha fatto sapere che in Europa ci sono almeno un milione di migranti da rimpatriare, e ha confermato il termine massimo di 18 mesi di reclusione per chi è in attesa di espulsione: in pratica se è impossibile organizzare un rimpatrio, uno straniero deve rimanere dietro le sbarre per un anno e mezzo prima di essere… rilasciato con l’ordine di allontanarsi dal territorio dello Stato con mezzi propri.
Amnesty International ha protestato per il fatto che anche i bambini sono inclusi nel regime di detenzione.

Brescia, due accompagnamenti al Cie. Web, disinformazione e razzismo

Due donne cinesi sono state accompagnate al Cie di Roma dopo essere state sorprese con due connazionali in un garage usato come laboratorio tessile nei pressi di Brescia. Lo scrive il sito Edv24
Il locale è stato controllato dai carabinieri e dall’Agenzia di Tutela della Salute. Veniva utilizzato irregolarmente per produrre capi d’abbigliamento, anche di marchi conosciuti.
La titolare è stata multata per oltre 10 mila euro, e denunciata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
La notizia non è riportata da altri siti web, tranne Qui Brescia che però scrive che le due straniere irregolari “ora si trovano al Cie di Brescia”.
Non solo a Brescia non c’è un Cie, ma non ce n’è neanche uno in Lombardia, da quando è stato chiuso quello di Milano.
In tutto il territorio nazionale i Cie aperti sono quattro, forse sei.
Il solo ad avere una sezione femminile ancora funzionante, a quanto si dice, è quello di Roma.
Intanto su Qui Quotidiano è stato pubblicato un altro articolo contro l’ex Ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, dopo quelli che abbiamo letto altrove una decina di giorni fa, sempre in relazione alla condanna subita dal giovane bosniaco di cui lei aveva chiesto la liberazione dal Cie nel 2012.
Leggendo l’articolo, sembra che la Kyenge l’abbia difeso dopo il tentativo di speronare l’auto dei carabinieri (avvenuto a novembre scorso), mentre invece i fatti risalgono a vari anni prima.
“Mi sarei aspettato che una condanna, almeno morale, fosse stata inflitta alla sora Cecilia per manifesta incapacità di giudizio e complicità morale nell’assistenza a un delinquente”, scrive l’autore del pezzo.
E nonostante il nome della Kyenge è stato fatto parecchie volte questa settimana, il video che lei ha realizzato in occasione del Primo Marzo è passato completamente inosservato: erano 39 le visualizzazioni ieri su Youtube, con un “like”, sono 45 oggi (+6), con un “dislike” e zero commenti.
Nel video l’europarlamentare chiede di accelerare la procedura della legge per lo ius soli, attualmente bloccata al Senato, magari anche ponendo la questione di fiducia, “come è accaduto su tante leggi importanti”.
Su Twitter il video ha totalizzato 17 like, ma anche quattro commenti: tutti ostili.
Non più ostili di quelli pubblicati dal Giornale la settimana scorsa.
Intanto i razzisti provano a far girare sul web un articolo (“Operazione Kyenge: africanizzare l’Italia”) in cui si attacca “‘l’operazione Kyenge’, con la quale una minoranza fanatica vuole sovvertire l’identità etnica del popolo italiano attraverso il massiccio afflusso di immigrati africani poi parcheggiati in hotel. Chi non ci sta, si unisca alla resistenza”. L’articolo ha ottenuto finora cinque o sei condivisioni su Twitter, nulla più.
Ma il verbo africanizzare ha fatto comunque capolino di recente anche nel mainstream: l’ex vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, (ripreso solo dal Giornale) l’ha usato per commentare il restiling di Piazza Duomo a Milano (le palme): “Il centrosinistra non perde occasione per africanizzare la città e per piegare le nostre tradizioni al gradimento dei migranti. Se non ci fosse la cattedrale sembrerebbe il centro del Burundi”. La settimana dopo, ripreso dall’Ansa, ha utilizzato di nuovo il termine per commentare l’arrivo dei banani (e l’incendio delle palme) “L’africanizzazione del centro città può dirsi completata … Quale altra cattedrale europea è stata violentata in questo modo?”

Palermo, rilasciate le quattro rom. Veneto, condanna per Senad. Kyenge in Sudafrica. Europa: regolamento frontiere. Danimarca – Europol

Le quattro nomadi portate nei giorni scorsi al Cie di Roma dopo essere state fermate nel corso di un blitz in un campo rom palermitano sono state rilasciate su decisione del giudice di pace.
Lo riporta il sito Quotidiano di Sicilia. In favore delle donne si era mobilitato anche il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando.
Due di loro si trovano in Italia dai tempi della guerra in Jugoslavia. Le altre due sono nate in territorio italiano nel 1993 e 1995.
Secondo il sito la decisione del giudice farebbe riferimento all’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. “L’unico [articolo] a cui ispirarsi per l’azione dello Stato in ogni sua articolazione e per l’agire di ciascuno di noi”, è il commento riportato.
Il sindaco aveva detto: “Quanto avvenuto al campo rom di Palermo dimostra l’inadeguatezza della normativa italiana che di fatto autorizza, anzi incentiva, la deportazione di cittadini che non hanno compiuto alcun reato, ma sono soltanto colpevoli di non avere diritti di cittadinanza”.
Intanto da Verona arriva la notizia della condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione per Senad, uno dei due fratelli di origine bosniache nati in Italia per i quali c’era stata una mobilitazione nel 2012 a cui aveva partecipato anche Cecile Kyenge, non ancora ministro. I due, nonostante fossero nati in Italia, erano stati rinchiusi nel Cie di Modena.
Senad è stato arrestato a novembre dopo un inseguimento con una gazzella dei carabinieri, in Veneto. Da allora si trovava in carcere. Delle quattro persone a bordo dell’auto in fuga, è l’unico ad essere stato arrestato.
A novembre, Libero pubblicò un articolo durissimo contro la Kyenge, senza intervistarla e senza neanche avvisarla, dopo l’arresto di Senad. “Cecile Kyenge anche da ferma riesce a far danni”, scriveva il quotidiano.
In questi giorni la Kyenge è stata in Sudafrica, per conto dell’Unione Europea. Su Facebook e Twitter ha postato vari aggiornamenti sulle conferenze a cui a partecipato e sui posti che ha visitato. La cosa è passata totalmente inosservata sui mass media.
L’ultimo post su Facebook commenta le parole pronunciate di recente da Salvini a proposito della “pulizia di massa, via per via, quartiere per quartiere”. Frasi che attingono ad un “abisso umano” che non possiamo far finta di non conoscere. “Salvini, da cultore della Storia quale è, non può non sapere cosa evocano queste parole nell’immaginario collettivo …. Vogliamo continuare a sottovalutarlo?”, scrive la Kyenge, aggiungendoci l’hashtag #mentreilPDsiaccapiglia, inaugurato da lei e ripreso da altre due persone nelle ultime ore.
Prima di partire per il Sudafrica in un un altro post su Facebook l’europarlamentare italiana ha spiegato la “misura importantissima” alla quale ha lavorato nella sua commissione, per proteggere le frontiere esterne europee e costituire un più forte scudo a tutela dei cittadini contro il terrorismo.
Il regolamento messo a punto dopo aver osservato “i vuoti” che sono emersi in occasione degli attentati di Parigi, Bruxelles e Berlino, prevede controllo dell’identità e dei documenti di tutti i cittadini in entrata e in uscita dalle frontiere esterne europee, ovviamente nel rispetto dei loro diritti.
Il video col discorso della Kyenge dura appena un minuto.
Scrive Il Giornale che il testo del regolamento è stato approvato con 498 voti a favore, 114 contrari e 29 astenuti.
Spiega il quotidiano: “Tutti i cittadini dell’UE e di Paesi terzi che entrano o escono dall’Europa, saranno sistematicamente controllati tramite la consultazione di banche dati, ad esempio quella sui documenti persi oppure rubati”. Inoltre, “la nuova direttiva aggiornerà le attuali norme quadro Ue sui reati di terrorismo e amplierà il loro raggio d’azione, coprendo così anche le minacce emergenti. Le fattispecie incluse nella legislazione saranno ora punite con almeno 15 anni di reclusione, nei casi in cui venga imposto il massimo possibile della pena, in tutta l’Ue”.
Quali sarebbero le fattispecie incluse? I media italiani non lo spiegano nel dettaglio. A quanto pare si tratta di colpire tutte le persone coinvolte in crimini collegati col terrorismo: coloro che viaggiano per compiere un attentato, o per andare ad addestrarsi o che tornano o provengono da zone di guerra, o anche quelli che finanziano il terrorismo.
Tutte questioni abbastanza serie, per cui sarebbe interessante sapere come mai un eurodeputato su sei ha votato contro il provvedimento. Addirittura Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca hanno deciso di tagliarsi fuori: le prime due non saranno vincolate, la terza non sarà proprio coperta.
I motivi non vengono spiegati. Possiamo provare a immaginarli: la Gran Bretagna è in fase di Brexit, mentre l’Irlanda non ha con la Gran Bretagna un confine vero e proprio. La Danimarca, invece, ha qualche problema con l’Europol, anche se nessuno, in Italia ne è al corrente.
A quanto pare due anni fa c’è stato un referendum nel corso del quale il 53 per cento dei danesi ha respinto l’adozione della legislazione europea sulla giustizia e gli affari interni. Questo implicava anche che la Danimarca non avrebbe più fatto parte dell’Europol. Gli addetti ai lavori si erano lamentati, prevedendo una minore efficienza nella soluzione ai crimini riguardanti le frontiere. A dicembre la Commissione Europea ha proposto un accordo per proseguire la collaborazione anche dopo maggio di quest’anno. Una decina di giorni fa la Bbc scriveva che i parlamentari europei sarebbero stati consultati per esprimere il loro parere su un accordo che permetterebbe la condivisione di alcuni dati con polizia danese anche dopo l’uscita dall’organizzazione. In effetti la Danimarca potrebbe resterebbe comunque all’interno di Europol, come stato ‘osservatore’ anziché ‘membro’.