Martinina a Milano e anche a Palazzo San Gervasio

Il senatore Gregorio De Falco ha visitato il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Milano il 29 maggio scorso. Ha poi messo a punto un pdf di 36 pagine, scaricabile gratuitamente dal web, che rappresenta un aggiornamento a quanto scritto l’anno scorso in un rapporto simile. Il titolo è “Delle pene senza delitti. Istantanea del Cpr di Milano – Un anno dopo”.
Nel documento si fa finalmente un po’ di luce sul nome Martinina, che era già filtrato nei giorni scorsi sulla stampa senza nessun approfondimento.
In pratica, tutti quanti sanno che il Cpr milanese è stato dato in gestione alla società Engel. Questo è ciò che risulta anche nel rapporto diffuso di recente dal Garante nazionale delle persone private della libertà. Invece la delegazione guidata da De Falco entrando nel Cpr si è trovata di fronte alla società Martinina Srl, della quale non risultava assolutamente niente, neanche sul sito della Prefettura.
“Il direttore faceva presente come tutto fosse comunque sostanzialmente rimasto in famiglia, dal momento che la prima società avrebbe come socia principale la di lui madre, e la cessionaria sempre quest’ultima e la di lui moglie. Egli non sarebbe invece socio di nessuna delle due società, ma solo dipendente prima dell’una e ora dell’altra, così come tutto il personale addetto al centro”, si legge nel rapporto.
Insomma, si tratterebbe solo di un improvviso cambio di denominazione, avvenuto non si sa quando. Il senatore ha chiesto chiarimenti, il gestore ha preso tempo e poi non ha inviato documentazione precisa.
“Ci chiediamo cosa ne direbbero, se ne venissero a conoscenza, gli altri candidati esclusi dal bando”, dice il rapporto di De Falco.
La notizia della diffusione del documento è stata riportata da Pressenza, sotto forma di comunicato della rete No Cpr, scrivendo nel titolo “Razzismo istituzionale e violazione dei diritti umani” e aggiungendo la foto di una bandiera con scritto “Cpr = lager”.
A Milano, come a Torino, manca ancora una convenzione con l’Ats per le visite di idoneità ai reclusi e l’assistenza sanitaria.
C’è inoltre qualche problema di accesso all’assistenza legale da parte dei migranti che si trovano nel centro.
Ieri il reporter Maffioletti, sempre su Pressenza, ha raccolto in un articolo varie segnalazioni recenti riguardanti i Cpr italiani. A Milano sarebbero finiti anche quattro minori, che in teoria dovrebbero trovarsi altrove. Uno ha tentato il suicidio, l’altro non può camminare per problemi ad una gamba, ed è costretto a rimanere tutto il giorno a letto, visto che le stampelle non sono ammesse. Può andare in bagno solo con l’aiuto degli altri detenuti.
Gli avvocati avrebbero segnalato anche difficoltà burocratiche nell’accesso a mediatori culturali di fiducia.
L’articolo si limita a dire che i gestori del centro rimpatri milanese sono gli stessi di quello di Palazzo San Gervasio, in Basilicata, ma senza farne il nome.

Viareggio, violenza sessuale

Un tunisino ventinovenne è stato denunciato a Viareggio per violenza sessuale e poi trasferito al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Milano.
L’uomo è stato accusato da un gruppo di ragazzi locali di avere palpeggiato nelle parti intime una ragazza minorenne.
Anche se gli antirazzisti quando chiedono la chiusura dei centri rimpatri insistono sul fatto che si tratta di carceri per persone che non hanno commesso reati, le cronache riportano spesso episodi come questo: al Cpr finiscono anche stranieri che sono stati appena denunciati, appena arrestati o appena rilasciati dopo avere scontato una pena in un carcere italiano. Oppure che hanno una lunga sfilza di precedenti. E’ vero che ci finiscono anche persone che hanno semplicemente perso il permesso di soggiorno dopo avere perso il lavoro, ma mancano statistiche precise che permettano di quantificare il fenomeno.
Intanto Fanpage ha segnalato la situazione che si è venuta a creare di fronte alla questura di Milano, dove i migranti che attendono il proprio turno per presentare la richiesta di richiedente asilo sono costretti ad accamparsi in strada, visto che non possono richiedere un appuntamento.

Milano, nessun rimpatrio da tre mesi

Milano Today ha pubblicato un articolo dettagliato con la testimonianza del senatore Gregorio De Falco, che ha appena visitato il Centro di Permanenza per i Rimpatri di via Corelli a Milano.
A quanto dice De Falco, il gestore avrebbe confermato che da tre mesi non ci sono stati rimpatri. L’anno scorso il trattenimento si concludeva con il rimpatrio circa nel 35-40% dei casi. Non viene spiegato il perché di questo cambiamento. In teoria col superamento dell’emergenza covid sarebbero dovute essere tolte alcune delle barriere che impedivano i rimpatri negli anni scorsi.
L’articolo del sito ricalca la posizione di De Falco: gli stranieri presenti nel Cpr sono tutti innocenti. “Non hanno una sentenza che li condanni. No rapine, no violenze, no truffe, no furti, no risse, no spaccio, niente di tutto ciò”, scrive il sito. Che in realtà è una distorsione notevole dei fatti: si legge spesso nelle cronache che nei Cpr vengono portati stranieri che hanno appena finito di scontare una pena in carcere, oppure per i quali è stato deciso il rimpatrio come alternativa al carcere. Eppure queste situazioni non compaiono sui radar dei politici che si oppongono al Cpr, i quali non rispondono alla domanda fondamentale: se uno straniero commette crimini deve essere rimpatriato o no? E come?
A volte qualche esponente delle forze dell’ordine ha fornito delle stime su quale sia la percentuale di pregiudicati presenti nei Cpr, ma si tratta sempre di dati non ufficiali, che possono variare notevolmente da centro a centro. Nel sud Italia ad esempio capita più di frequente che vengano portati al centro rimpatri gli stranieri che sono appena sbarcati in Italia, e che del Paese non hanno visto niente se non la nave-quarantena e il centro di smistamento. Sembrerebbe che nei centri del nord l’afflusso di migranti appena sbarcati sia sporadico. Tuttavia mancano le statistiche.
Nelle dichiarazioni diffuse c’è anche un rapido accenno al fatto che rispetto all’anno scorso la situazione è migliorata perché ai reclusi viene consentito l’uso dei cellulari, ma mancano i dettagli. Le forze dell’ordine erano contrarie per evitare che gli stranieri si coordinassero con l’esterno per l’organizzazione di atti criminosi (rivolte, droga…). Un tribunale aveva ipotizzato che almeno in certi orari e in certe stanze dovesse essere consentito ai reclusi di usare il proprio telefono, vista che contiene di rubriche personali, app di messaggistica e possibilità di comunicazione che non erano garantite dal telefono pubblico che era stato messo a disposizione in precedenza. E però i mass media non hanno raccontato cosa stabilisce il regolamento ora.
Accanto all’articolo ci sono anche alcune foto scattate all’interno del centro: ai bagni, ai rubinetti e al cibo. Il pranzo è costituito da una vaschetta contenente un “minestrone con pasta”.
De Falco semplifica dicendo che mentre chi viene arrestato per avere commesso un reato penale ha sempre un riferimento nel giudice di sorveglianza “qui, queste persone non hanno nessuno. Non c’è niente … Non c’è nemmeno qualcuno da chiamare, non c’è un giudice a Berlino, come si suol dire”.
In realtà la convalida del trattenimento è affidata a un giudice di pace, che non è un magistrato, e che svolge un’udienza-farsa che gli avvocati hanno raccontato e contestato.
De Falco si è poi occupato della situazione sanitaria, lamentando di non avere ricevuto la documentazione di coloro che avevano presentato richiesta di mostrare il proprio diario clinico ai componenti della delegazione.
Lo scarno ambulatorio ha come regola il risparmio, anche sui farmaci, salvo che sui tranquillanti, dice il senatore.
A quanto pare i pocket money vengono convertiti automaticamente in sigarette, anche se alcuni dei reclusi non fumano e userebbero volentieri quei soldi per comprare del cibo.
L’articolo contiene anche la lista completa dei dieci Cpr attivi in Italia. Mentre spesso si parla di quelli del nord, nessuno sa cosa stia avvenendo in quelli del sud. Non solo si è persa la memoria di quale sia l’ultima delegazione che li ha visitati, ma la stampa spesso non riporta neanche le notizie di cronaca che li riguardano.

Senatore De Falco in via Corelli

Il senatore Gregorio De Falco ha visitato il Centro di Permanenza per i Rimpatri di via Corelli a Milano insieme con la collega Simona Nocerino del Movimento 5 Stelle.
Ai giornali ha fatto arrivare alcune fotografie, tra cui quella del braccio tagliuzzato di uno dei reclusi: un gesto di autolesionismo nel tentativo disperato di uscire di lì.
Una precedente visita risale all’anno scorso. Il tasso di rimpatrio era del 35-40%. “Qui invece non torna in patria nessuno”, dice oggi. Quindi la detenzione è illegale, perché non collegata direttamente ad un reato.
Nel corso della visita è stato riscontrato di nuovo un uso enorme di psicofarmaci. L’Ats garantisce visite specialistiche ma non prescrive farmaci. Il pocket-money di 2 euro e mezzo che viene fornito ogni giorno può essere usato solo per comprare le sigarette, non il cibo.
Le cartelle cliniche non sono state fornite a quei migranti che intendevano mostrarle ai delegati.
Per il senatore i Cpr andrebbero chiusi in quanto inutili e costosi.
Pochi giorni fa a Milano sono stati arrestati due algerini pluripregiudicati che squarciavano le gomme delle auto per poter derubare i proprietari mentre questi erano impegnati nella sostituzione della ruota. Avevano già compiuto vari colpi del genere nella stessa zona, per cui ai poliziotti è bastato appostarsi per sorprenderli sul fatto.
“I due saranno rimpatriati in Algeria”, scrive 7Giorni, senza specificare se sono stati portati in qualche Cpr.
E’ vero che nei centri rimpatri ci finiscono stranieri incensurati, ma ci finiscono anche criminali, dopo che hanno scontato la pena in carcere, anche lunga, oppure come alternativa alla carcerazione. Purtroppo i mass media non approfondiscono questo dettaglio, né fanno circolare le statistiche in proposito. Tanto meno i politici che chiedono la chiusura dei Cpr hanno interesse a valutare questo dettaglio, fornendo risposte alla domanda su cosa fare degli stranieri che delinquono.
Chi invece è favorevole al Cpr tende a sottovalutare la presenza nei centri di stranieri incensurati. Anzi, quando uno straniero irregolare commette il primo reato, allora ci si chiede come mai non è stato rimpatriato prima, visto che non aveva i documenti e quindi la possibilità di trovare un lavoro regolare.
Pochi giorni fa il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni ha visitato il Cpr di Torino, riscontrando qualche miglioramento rispetto al passato, dal punto di vista della gestione. Dal punto di vista giuridico, la struttura è un “mostro”. Quindi le battaglie sono due: la prima per migliorare le condizioni di vita nel centro finché questo rimane aperto, la seconda è convincere chi di dovere che il centro deve essere chiuso.

Dati dal Cpr di Milano

Un avvocato dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione ha diffuso alcuni dati riguardanti il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Milano.
Tra il primo luglio e il 31 dicembre dell’anno scorso nel centro sono stati trattenuti 215 stranieri. 52 provenivano dal Marocco, 46 dalla Tunisia, 18 dall’Egitto e 13 dall’Algeria.
I rimpatri nello stesso periodo sono stati soltanto 25, ossia appena l’11%.
Di questi, 13 erano verso la Tunisia.
Non si specifica quanti sono stati rimpatriati verso il Marocco, ma i dati nazionali relativi ai primi undici mesi dell’anno mostravano che su oltre 300 marocchini ne sono stati rimpatriati soltanto 3, cioè neanche l’1%. Eppure apparentemente nessuno discute il problema a livello politico con la ministra dell’Interno. Se in gran parte i cittadini non possono essere rimpatriati, perché rinchiuderli nel Cpr per tre mesi?
I legali dell’Asgi sono stati nel Cpr quattro mesi fa, ma non hanno potuto parlare coi trattenuti.
Il centro è gestito da una società che si chiama Engel (un nome che ricorda la parola inglese che vuol dire “angelo”), che gestisce anche il Cpr di Palazzo San Gervasio in Basilicata.
Molti dei rimpatriati tunisini venivano direttamente dalle navi quarantena.
Sembra che sia stata concessa ai reclusi la possibilità di usare il proprio smartphone, per mezz’ora al giorno e solo in un’area dedicata, ma non viene fornita nessuna connessione wi-fi. I reclusi devono sfruttare le normali connessioni commerciali, e se non hanno i soldi per pagarle devono chiedere ad un compagno di prigionia di attivare il router del suo telefono per accedere.
Sembrerebbe che ai reclusi non venga fornito nessun ricambio di vestiti. E’ vero che possono usufruire della lavanderia, ma nel frattempo cosa dovrebbero indossare?
Al momento della visita degli avvocati (10 di mattina) era presente un solo mediatore linguistico per la lingua spagnola.
L’assessore regionale di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ha diffuso il dato complessivo relativo a 2021: su 432 transitati dal Cpr solo 150 sono stati rimpatriati, ossia il 34%.
L’informazione è stata inserita dal Giornale in un articolo riguardante l’aumento dei reati di piccola criminalità a Milano.
In Lombardia ci sarebbe il 32% dei minori egiziani non accompagnati presenti in Italia, il 12% degli albanesi e l’8% dei tunisini.
Dal Cpr di Palazzo San Gervasio invece non arrivano aggiornamenti. L’opinione pubblica nazionale ha quasi dimenticato che esiste.
Due anni fa il sindaco della città era finito ai domiciliari, perché secondo l’accusa avrebbe fatto intendere che sarebbe stato in grado di intervenire per far revocare l’affidamento del centro qualora non fossero state accolte le sue richieste. Che avrebbero riguardato pressioni per la revoca di provvedimenti disciplinari di una persona assunta dal gestore del centro, tra le altre cose. Non si sa come è finita la storia.
Il Giorno a settembre ha pubblicato la notizia dell’arrivo di Engel nel Cpr di Milano. La foto era di repertorio: poliziotti anti-sommossa con manganello in mano e migranti spalle al muro.
L’ex gestore non si era ripresentato per il nuovo bando denunciando che con tutta la buona volontà, le disposizioni vigenti non permettono di gestire il centro nel migliore dei modi.
Non solo nessuno ha mai risposto nel merito, ma le dichiarazioni non vengono neanche citate.

Milano, le richieste dell’Asgi

L’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, dopo avere monitorato la situazione nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Milano, ha elaborato quattro richieste al ministero dell’Interno, alla Prefettura e all’ente gestore.
Prima di tutto l’Asgi chiede di garantire il diritto di informazione e orientamento legale, mettendo a disposizione un mediatore per i colloqui e distribuendo il materiale informativo anche in forma cartacea.
In secondo luogo chiede di effettuare visite mediche approfondite svolte da personale specializzato con supporto di mediatori, rinnovando i protocolli d’intesa con strutture sanitarie pubbliche e enti territoriali.
Terzo, l’Asgi chiede che sia fornita ai reclusi la possibilità di presentare un reclamo al Garante in condizioni di riservatezza.
Infine, c’è la richiesta di consentire ai reclusi l’uso del cellulare e di una linea wi-fi, possibilmente con possibilità di effetturare videochiamate.
In passato le forze dell’ordine avevano espresso perplessità a consentire ai reclusi l’uso del proprio telefono, ma una sentenza aveva suggerito la possibilità di limitarlo almeno ad un certo luogo e a un certo orario. Infatti, a differenza dei telefoni pubblici che vengono messi a disposizione dal gestore, il telefono privato contiene tutti i numeri in rubrica, e la possibilità di comunicare anche via mail e messenger, senza doversi sobbarcare i costi di una telefonata, magari internazionale.
L’elenco delle richieste è stato pubblicato dal sito Melting Pot, con foto del Cpr dall’alto.
Molto difficilmente arriverà una risposta pubblica da parte di qualcuno.
I siti di informazione locali hanno quasi dimenticato l’esistenza del centro.
Una ventina di giorni fa il sindaco si è fatto fotografare con la casacca del progetto Arca, che ha allestito un centro di accoglienza per i profughi ucraini.
Molte persone fuggite dal paese in guerra sono ospitate nel capoluogo lombardo.
Intanto l’eurodeputato milanese Pierfrancesco Majorino sta dedicando vari tweet alla questione delle spese militari, che verranno alzate al 2% del Pil mentre si “ignora volutamente il fatto che le industrie degli armamenti abbiano fatto accordi con Putin senza colpo ferire”.
A parte lo slogan, e l’annuncio della partecipazione dell’onorevole a qualche incontro, sui social non c’è qualche spiegazione in più.
Un’agenzia ha riportato qualche dichiarazione aggiuntiva (per Majorino l’aumento delle spese militari sarebbe “un errore clamoroso”), ma l’articolo è solo per abbonati e contiene qualche inesattezza (leggendo il titolo sembra quasi che la richiesta sia partita dalla Russia).
Affari Italiani ha riempito solo quattro righe riportando un altro tweet del politico: “Continuo a pensare che il dibattito sul 2% del Pil sia incredibile. La domanda è un’altra: vogliamo o no una difesa europea o ci teniamo 27 eserciti diversi?”
Un’intervista più dettagliata era stata concessa una decina di giorni fa al Fatto Quotidiano, quando Majorino era appena rientrato dalla Polonia. Tra le altre cose si chiedeva più trasparenza sulle armi. L’articolo è solo per abbonati.
Per Majorino il 2% del Pil per le spese militari sarebbe solo “un regalo all’industria degli armamenti”.
Il dibattito sulle armi rischia di creare qualche nuova spaccatura sul fronte politico. Linkiesta parla di un “no fermo alle armi” arrivato dal Movimento 5 Stelle.
Conte vorrebbe opporsi “con tutta la forza parlamentare ad aumenti sconsiderati della spesa militare”.
Il giornalista Floris ha invitato Conte in trasmissione e lo ha messo un po’ sotto accusa perché sta creando problemi alla Nato, insinuando che “forse per farsi notare tira fuori il tema pacifista”. E questo nononostante Conte avesse già precisato che è d’accordo sulla cifra del 2% del Pil, ma perplesso sull’orizzone del 2024. “Sono 15 miliardi, e francamente io credo che il Paese abbia altre priorità”.
Ma se due anni sono pochi da punto di vista economico, sono un’eternità di fronte al rischio imminente di rimanere senza gas. La Russia ha chiesto pagamenti in rubli. Tutti in Europa sono contrari. I russi hanno detto di essere pronti a chiudere subito i rubinetti. Nessuno ha spiegato quali sarebbero le conseguenze immediate.
Investire Oggi e altre testate hanno dedicato articoli a quali potrebbero essere le alternative al gas russo per mantenere lo stesso livello di consumi (ma a quale prezzo?). Dalla Russia arriva un quarto del fabbisogno nazionale di energia fossile, ossia i due quinti delle importazioni di gas, più di un decimo di quelle di petrolio e oltre la metà di quelle di carbone.
Si potrebbero realizzare impianti di estrazione sui giacimenti italiani, ma questo richiede tempo.
Ci si potrebbe rivolgere ad ad altri Paesi, chiedendo di aumentare la loro produzione. Alcuni di questi però, fa notare Il Giornale, sono parter della Russia: Algeria, Libia, Azerbaigian.
Qualcuno parla di far ripartire il progetto di costruzione del gasdotto Poseidon, che arriverebbe da Israele attraverso la Grecia. Solo che l’opera sarebbe completata soltanto nel 2025. E fino ad allora?

A novembre/dicembre il Garante ha visitato il Cpr di Milano

Il 22 dicembre scorso il Garante nazionale delle persone private della libertà ha diffuso un comunicato nel quale faceva il bilancio delle visite effettuate tra novembre e dicembre alle strutture detentive della Lombardia: sette istituti penitenziari per adulti, uno per minori, quattro servizi psichiatrici di diagnosi e cura, una Rsa, alcune camere di sicurezza, la Rems e il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Milano.
A proposito del Cpr il garante ha scritto che dopo la visita c’è stato un dialogo con il Prefetto di Milano, “in una fase, quale quella attuale, di ridefinizione del Regolamento per la permanenza in tali strutture. I temi affrontati hanno quindi riguardato criticità di ordine genereale, già evidenziate in precedenti visite e Rapporti tematici su tali strutture prodotti e resi pubblici dal Garante nazionale”.
Il comunicato non entra nel dettaglio delle criticità, non dice da quanto tempo sono state segnalate, cosa si dovrebbe fare e chi dovrebbe farlo, né specifica se il Prefetto ha promesso qualcosa o si è limitato ad ascoltare.
Il giorno dopo Pressenza aveva pubblicato una lettera aperta al sindaco Sala per chiedergli di prendere posizione sulla questione del Cpr. Il Garante nazionale non veniva neanche nominato, si faceva soltanto riferimento al Garante comunale in merito alla questione delle visite di idoneità, che al momento sembra siano effettuate dal medico dell’ente gestore, mentre dovrebbero spettare a un medico della Asl. “Se il Cpr non funziona secondo leggi e regolamenti andrebbe chiuso”, diceva l’articolo. Non risulta nessuna risposta da parte del primo cittadino.
Il Prefetto di Milano non viene neanche nominato. A metà dicembre, sempre Pressenza ha scritto che il nuovo prefetto di Torino ha inviato una lettera al presidente della Regione Piemonte proprio per coinvolgere l’Asl torinese nelle visite di idoneità. Non si sa se qualcuno gli abbia risposto.
Così come non si sa niente dagli altri centri presenti in Italia.
Specie dal sud Italia le notizie arrivano col contagocce. Alla fine del mese scorso i mass media locali hanno nominato il Cpr di Brindisi solo per via dell’accompagnamento nella struttura di un cittadino ghanese fermato dalla polizia per aver minacciato un conoscente e poi aggredito gli agenti. L’uomo ha patteggiato quattro mesi di reclusione e subito dopo è stato portato al centro rimpatri, “da cui partirà per essere trasferito nel suo paese d’origine”, scriveva Corriere Adriatico.
Il sito scrive nel titolo “Condannato ed espulso il clandestino”, ma non si sa quando e se avverrà il rimpatro, o se sia già avvenuto. In effetti le autorità non emettono comunicati al momento dell’uscita dal Cpr, né se lo straniero viene accompagnato al suo Paese d’origine, né se viene rilasciato al termine del limite massimo di tre mesi, talvolta anche prima, per mancata identificazione o impossibilità di rimpatrio.
I siti italiani nominano il Ghana in questi giorni solo a proposito della Coppa d’Africa di calcio. Tra i siti esteri, i motori di ricerca selezionano le notizie sul coronavirus. L’80% dei casi nel Paese sono di variante omicron, che non causa malattia grave. Si segnala un alto numero di contagi, ma un basso numero di ricoveri.
Il tasso di mortalità registrato in Ghana è dello 0,8%: 1.332 morti su 152 mila casi.
Un altro articolo parlava di un discorso presidenziale all’inaugurazione del quartier generale della polizia ad Accra, costruito grazie a una donazione privata. Si è parlato anche dell’uso di body-cams per gli agenti e dell’attivazione di un numero whatsapp per permettere al pubblico di inviare i video.
In Ghana c’è una delle sedi del Centro Africano di Trasformazione Economica, che ha l’altra sede a Washington. Un articolo con il suo punto di vista in materia di progresso e innovazione industriale in Africa è stato pubblicato ieri su Faro di Roma.
L’articolo si concludeva con una frecciata contro “la miopia di vecchi presidenti a vita africani o [di] giovani leader quarantenni che sognano un capitalismo dai soldi facili e potere, non esitando a scatenare guerre civili ed etniche che distruggono il proprio Paese, come l’esempio del premier etiope Abiy Ahmed Ali è la pietra miliare”.
Lo stesso sito si sofferma oggi sulla telefonata che c’è stata tra il presidente americano e quello etiope, col retroscena che i toni sarebbero stati molto più aspri rispetto a quanto scritto nei comunicati ufficiali.
Il sito In Terris ha dedicato oggi un articolo alla guerra in Tigray, un conflitto che “il mondo fatica a vedere”.
La guerra è di “immani proporzioni”, ci sono cinque milioni di persone che hanno avuto bisogno di aiuti umanitari e due milioni di sfollati.
Si parla di droni armati forniti da Turchia, Emirati Arabi e Iran che hanno permesso di respingere i ribelli lontano dalla capitale.
Nonostante tutto, c’è il rischio di escalation, perché l’Eritrea vuole impedire ai tigrini di conquistarsi uno sbocco sul mare a sue spese, e perché le stesse etnie coinvolte si trovano anche negli Stati circostanti, tra cui Gibuti.
Sia la Cina che gli Stati Uniti hanno un proprio inviato permanente in Etiopia.
In Gibuti c’è l’unica base militare estera cinese.
In Etiopia c’è la sede dell’Unione Africana.
Uno dei droni governativi ha fatto notizia in queste ore: avrebbe ucciso alcuni civili, in gran parte donne, che lavoravano ad un mulino nel Tigray. La notizia è stata fornita dalle amministrazioni locali a Apf, ed è sul sito di Tgcom24, con foto di un soldato in riva a un fiume.

Milano, Majorino visita il Cpr

L’eurodeputato Pierfrancescco Majorino, del Partito Democratico, ha visitato il Centro di Permanenza per i Rimpatri di via Corelli a Milano. La notizia è riportata in breve dal Giorno, con foto di poliziotti in tenuta anti-sommossa che controllano degli immigranti appoggiati spalle al muro. Nell’articolo si legge che nel centro sono ospitati soltanto 24 migranti, a causa di “interventi di ristrutturazione” non meglio precisati. Majorino ha ripetuto la sua proposta: chiudere il Cpr e utilizzare i locali per fornire un rifugio ai senzatetto.
Su Facebook l’europarlamentare ha pubblicato i due brevi comunicati (il suo e quello del consigliere comunale che lo ha accompagnato) e un selfie con alle spalle il muro del centro.
Il Giorno ha titolato “Il Pd contro il Cpr di via Corelli”, ma non è chiaro fino a che punto gli altri esponenti del partito condividano la proposta che viene sostenuta da Majorino.
Il mese scorso Pressenza ha pubblicato una lettera aperta al sindaco Sala, chiedendogli di prendere posizione sulla questione del Cpr prima che in via Corelli ci sia un morto.
Il pensiero era nato per via del suicidio che c’era stato nel Cpr di Gradisca, e dell’arresto cardiaco nel reparto psichiatrico di un ospedale romano per uno straniero che era stato nel Cpr della capitale, e per le segnalazioni sull’alto tasso di tentativi di suicidio nel Cpr di Torino.
Che succede a Milano, da questo punto di vista? Il 16 dicembre Milano Today aveva scritto che un trentunenne di nazionalità imprecisata era stato portato in ospedale in condizioni gravissime. Nelle stesse ore le ambulanze avevano portato via altri due feriti dallo stesso centro. Si ipotizzava almeno un gesto autolesivo, non si sa di che tipo. Cosa era successo in realtà?
Il Garante nazionale dei detenuti ha segnalato più volte l’assenza di un registro degli eventi critici in cui vengano raccolte sistematicamente le segnalazioni dei tentativi di suicidio, degli atti di autolesionismo, delle risse, delle aggressioni eccetera. Spesso neanche entrando nei centri il Garante riesce a procurarsi statistiche precise. L’ideale sarebbe un registro nazionale digitale, che l’autorità garante potesse consultare anche a distanza.
Che ne è stato del trentunenne gravissimo di cui parlava Milano Today? Potrebbe essere stato rimpatriato, potrebbe essere stato riportato al Cpr, potrebbe essere stato rilasciato per incompatibilità, potrebbe trovarsi ancora in cura da qualche parte… Non si sa, perché non sono stati forniti aggiornamenti, e anche perché nessuno ha pensato di chiederli.

Presidio contro il Cpr a Milano

Scrive Pressenza che ieri c’è stato un presidio della Rete No Cpr contro il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Milano. Il sito pubblica due foto: uno striscione senza nessuno intorno e due ragazzi con una bandiera.
Lo striscione diceva: “Quanti morti ancora per chiudere i Cpr? Chiudete il Cpr di via Corelli”.
Il riferimento è quanto avvenuto negli ultimi giorni: uno straniero recluso al Cpr di Ponte Galeria, Roma, è morto nel reparto psichiatrico di un ospedale della capitale. Il giudice aveva annullato il suo trattenimento, ma nessuno aveva avvisato il diretto interessato. Il quale era in contenzione da tre giorni, forse consecutivi. Le autorità tunisine si stanno interessando per capire cosa è successo, a quanto ha scritto la cronaca locale.
Inoltre nel Cpr di Gradisca d’Isonzo un cittadino marocchino quarantunenne si è suicidato. Pressenza ne pubblica solo le iniziali, gli altri siti di informazione neanche quello. Sulla vicenda non è trapelato nessun dettaglio.
Così come non trapelano dettagli su un trentunenne soccorso proprio nel Cpr milanese: di lui si era detto che era in gravi condizioni, ma poi non sono arrivati più aggiornamenti.
Nel Cpr di Torino di recente ci sarebbero stati anche 6 tentativi di suicidio al giorno. O atti di autolesionismo in genere: nessuno ha specificato in cosa consistono questi tentativi, e quali conseguenze ci sono state sui migranti.
Il Garante dei detenuti ha segnalato che manca un registro nazionale degli eventi critici che sia consultabile a distanza. Il dato di Torino lo conosciamo solo perché è stato diffuso in maniera sporadica, ma dai Cpr pugliesi o siciliani non arrivano dati di nessun tipo. Dei 6 morti che ci sono stati nei Cpr dal 2019 a oggi (in aggiunta ai due di questi giorni) uno era un ventenne nigeriano morto a Brindisi, uno è morto a Caltanissetta (se ne conosce solo il nome), due sono morti Gradisca e due a Torino.
Il Torinese ha pubblicato alcune dichiarazioni attribuite al segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, che ha annunciato un’interrogazione parlamentare dopo la visita del consigliere regionale piemontese di Liberi Uguali Verdi al centro rimpatri di Torino.
Il comunicato elenca brevemente le segnalazioni raccolte dai delegati (c’erano anche due consigliere comunali dello stesso schieramento) senza entrare nel merito.
Le dichiarazioni apparentemente non compaiono sugli altri siti web di informazione. I post sulla sua pagina Facebook non possono essere letti dai non iscritti al social.
Fratoianni aveva rilasciato qualche dichiarazione anche dopo la morte del migrante al San Camillo di Roma. Avvenuta “in circostanze oscure”, “deve essere chiarita fino in fondo”, ha detto il segretario di Si: “Tutti coloro che sono in custodia dello Stato devono essere rispettati nella loro dignità e nei loro diritti … Lo Stato italiano non può tollerare zone grigie o impunità di alcun genere”, sono le sue dichiarazioni, riportate da Newnotizie.
Nell’articolo di Pressenza sulla manifestazione milanese si fa riferimento anche ad un altro episodio che ha colpito l’opinione pubblica locale in questi giorni: lo sgombero di uno dei tunnel che passano sotto la Stazione Centrale, nel quale avevano trovato rifugio alcuni senzatetto.
L’operazione è stata criticata in quanto eseguita in maniera troppo brusca.
A quanto hanno raccontato alcuni testimoni, ai senza fissa dimora non è stata data alcuna indicazione sulle soluzioni alternative, perché gli assistenti sociali sarebbero giunti sul posto solo un’ora e mezzo dopo l’inizio delle operazioni, quando ormai la maggior parte delle persone era già andata via. Versione smentita dal Comune di Milano, secondo cui gli assistenti sociali erano presenti fin dall’inizio.
Un resoconto dell’operazione e delle relative polemiche è stato pubblicato venerdì scorso dal Post.

Sopralluogo al Cpr di Torino

Tre consiglieri di Sinistra Ecologista hanno visitato il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino.
Lo ha scritto La Stampa, senza foto dei consiglieri ma con una panoramica del Cpr visto da lontano.
Il sito ha titolato “Niente vaccino per i migranti del Cpr”, prendendo spunto da una delle dichiarazioni dei consiglieri: “Molti trattenuti non sono vaccinati e vorrebbero esserlo, non è però presente una struttura Asl adibita ai vaccini e richiami, le visite specialistiche sono poche: tutto ciò determina una situazione sanitaria peggiore rispetto alle carceri”.
Con la stretta dovuta alla nuova ondata di coronavirus, c’è il rischio che alcuni Stati possano non accettare rimpatri di persone non vaccinate, e allora sarebbe inutile la reclusione nel Cpr.
L’articolo della Stampa si apre con la solita retorica: “Partiamo da una constatazione che può sembrare banale ma che poi ce la si scorsa spesso” (forse vuole dire scorda, ndr), “i migranti trattenuti nei Cpr non sono detenuti. Non hanno commesso delitti. Non sono in prigione in attesa di un processo. Si trovano all’interno di una struttura solo per verificare il loro titolo amministrativo per restare in Italia”.
Non è una ricostruzione molto accurata: alcuni dei migranti presenti nel Cpr hanno commesso reati anche gravi, anche ripetuti, e magari sono rimasti per anni nelle carceri italiane, e vengono portati al centro rimpatri proprio perché ritenuti problematici dalle forze dell’ordine; altri hanno commesso reati di recente ma non hanno scontato la pena, perché sono stati trasferiti al Cpr visto che il rimpatrio è previsto come misura alternativa al carcere. E’ vero che nei centri rimpatri possono essere portati anche migranti economici appena sbarcati, ma indiscrezioni diffuse da un sindacato di polizia dicevano che è dall’estate scorsa che questo non succede a Torino.
L’articolo diffonde anche una statistica precisa: il 95% delle persone presenti nel centro ha già scontato condanne in carcere. Comunque nessuno considera importanti i dati: i politici, a seconda degli schieramenti, continuano a ripetere che i reclusi sono tutti colpevoli, o tutti innocenti.
La stampa non entra in queste strutture, i politici non possono scattare foto o riprendere filmati, molto spesso escono senza nessuna novità, al massimo qualche conferma di informazioni che già circolavano.
Ad esempio sulla situazione dei tentativi di suicidio: 60 episodi in due mesi, un cittadino albanese ha detto che ci ha provato e che è stato riportato all’interno della struttura.
Il Siulp ha detto che alcuni di questi tentativi di suicidio potrebbero essere stratagemmi per ottenere il rilascio causa incompatibilità con la detenzione. Il Garante dei detenuti ha detto che spesso nei centri non è disponibile un registro degli eventi critici che sia consultabile anche a distanza.
Come avvengono questi tentativi di suicidio? Nel conteggio rientrano anche gli atti di autolesionismo? L’altro ieri a Milano è stato portato in ospedale un aspirante suicida in codice verde. Un altro invece, sempre nelle stesse ore, è stato giudicato “gravissimo”. Come si distingue un gesto dimostrativo da un tentativo serio? (Su quanto avvenuto a Milano non sono arrivati aggiornamenti e confeme).
Nel Cpr ci sono persone “con un chiaro disagio psichiatrico”, hanno detto i consiglieri. Ma chi dovrebbe emettere la diagnosi? E gli stranieri con problemi psichiatrici devono essere rimpatriati con altri sistemi o sono totalmente incompatibili al rimpatrio?
Gli attuali dati sul Cpr torinese parlano di 53 migranti presenti su 77 posti disponibili, in un centro che in origine ne avrebbe potuti ospitare 210 (prima della pandemia).
“Gli avvocati non dispongono di un numero diretto per telefonare al Cpr e ricevere informazioni sui trattenuti”, hanno dichiarato i consiglieri.
Questo fa pensare alla situazione che si è venuta a creare a Roma in questi giorni, dove un recluso è morto in stato di contenzione nel reparto psichiatrico della capitale, dove era stato portato a partire dal Cpr, quattro giorni dopo che un giudice aveva sospeso l’esecutività del decreto di respingimento e del provvedimento di trattenimento.
Sembra che le autorità tunisine e anche l’opinione pubblica del Paese nordafricano si stiano interessando alla vicenda per chiedere giustizia, ma la notizia non compare sul web. Ne ha scritto qualcosa Repubblica, ma solo in cronaca locale nell’edizione a pagamento. Il vignettista Mauro Biani ha dedicato una vignetta al migrante morto: lo ha ritratto nella stessa posa in cui compare in una delle foto diffuse, con la felpa rossa e il pugno alzato, ma dietro una cortina di filo spinato e col polso in catene. “Verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif”, è il testo che compare nell’illustrazione.