Milano, nuovi controlli in stazione

E’ scattato un nuovo blitz alla stazione centrale di Milano. Circa cento stranieri sono stati controllati dalle forze dell’ordine, 38 sono stati portati in Questura per accertamenti. Al momento non è stato diffuso il bilancio delle eventuali espulsioni. L’assessore alla sicurezza ha detto che queste azioni costanti e continue sono fondamentali.
La Nuova di Venezia titola “i cittadini applaudono”, e aggiunge che anche i commercianti sono soddisfatti dei controlli. Il video, realizzato da Repubblica Tv, mostra immagini della retata, e interviste ad una passante e a un commerciante (originario dell’Uruguay, da 35 anni in Italia). La donna dice che ha paura a uscire la sera ed è contenta se li portano tutti in carcere. Il negoziante, immigrato anche lui, dice che appena arrivato si è messo a lavorare, che non è stando tutto il giorno sotto gli alberi che gli stranieri possono trovare un futuro migliore, e che stando lì gli danneggiano l’attività.

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Milano, blitz alla stazione Centrale

Gli episodi di cronaca dei giorni scorsi avevano dipinto la stazione Centrale di Milano come un luogo abbandonato a sé stesso, dove regna il degrado. Varie testate, tra cui La7, avevano dedicato dei servizi al problema, notando che dal famoso blitz di qualche mese fa finito al centro delle polemiche tra chi era a favore e chi era contro, iniziative organizzate dalle forze dell’ordine non si erano più ripetute. E così è scattato il blitz, mercoledì pomeriggio, che ha portato all’identificazione di quasi cento persone, con oltre cento agenti coinvolti. Due stranieri sono stati arrestati. Siccome avevano della droga addosso, hanno cercato di eludere i controlli, spintonando gli agenti. Il bilancio dell’operazione è che nove stranieri saranno espulsi immediatamente (marocchini, romeni e tunisini), 19 hanno ricevuto l’ordine di espulsione entro 7 giorni, sei sono stati portati nei Cie (Cpr) e sette sono stati trattenuti in attesa di ulteriori verifiche. Su 97 persone fermate, 56 erano regolari (il 57%).
A differenza della volta scorsa, quando l’operazione era stata contestata dal centrosinistra e dal sindaco che era stato informato solo a cose fatte, stavolta c’è stato pieno accordo tra l’amministrazione comunale, la prefettura e la questura.
E a proposito di operazioni di polizia: a Ferrara si segnala il più consistente sequestro di eroina degli ultimi 10 anni in zona Gad. Quasi un chilo di eroina, trovata a casa di un trentenne del Mali. Con lui c’era una donna nigeriana, accompagnata al Cie di Roma. Scrive Estense che, a 30 euro al grammo, la droga avrebbe potuto fruttare dai 250 ai 300 mila euro. (E’ matematica: 970 per 30 = …?)

Rimpatri? Ok, ma basta con l’accoglienza

Dopo che è stata diffusa la lista ufficiosa delle città che potranno ospitare i nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri previsti dal decreto Minniti, sono iniziate ad arrivare le reazioni da parte degli amministratori locali coinvolti. Reazioni che non sono per niente entusiaste.
Scrive Modena Today che il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli (Partito Democratico), accetterebbe la realizzazione del nuovo centro solo a certe condizioni, una delle quali è il “blocco degli arrivi” dei profughi in città: “Qualora dovessimo decidere per il centro, non possiamo farci carico in una dinamica regionale di avere anche altre pressioni”. Insomma, vanno bene le espulsioni, ma solo se si rinuncia all’ulteriore accoglienza.
A Gorizia il sindaco forzista Ettore Romoli lancia l’allarme: “Siamo alla follia”, dice. Le indiscrezioni prevedono l’apertura del Cpr nella vicina Gradisca d’Isonzo, dove ora ci sono circa 500 richiedenti asilo. Il primo cittadino prevede che per fare spazio agli stranieri da espellere, ci sarà la fuoriuscita dal Cara di almeno 400 persone, delle quali si dovrebbero far carico i comuni dell’isontino. “L’esperienza ci induce a ritenere che non ci sarà disponibilità da parte di quei comuni che fino a oggi non si sono resi disponibili ad accogliere immigrati”, dice Romoli. In questi anni “non si è mai avuto il coraggio di imporre ai comuni amici del centrosinistra quella solidarietà tanto sbandierata a parole”, dice il sindaco, che prevede che gran parte degli stranieri arriverà a Gorizia.
Per quanto ne sappiamo, il Cara e l’ex Cie di Gorizia sono strutture diverse. Da quando il centro di espulsione è stato chiuso, gli edifici sono utilizzati per accogliere i richiedenti asilo. La riconversione in Cpr non intaccherebbe il funzionamento dell’adiacente Cara. Il numero dei migranti da trasferire sarebbe molto minore di quello prospettato dal sindaco di Gorizia.
Un articolo del Piccolo fornisce qualche cifra. Si parla di un “alleggerimento” del Cara di soli 50 posti, da effettuare a breve, e di una ulteriore diminuzione, da ottenersi però solo dopo che saranno stati trovati i posti nel sistema di accoglienza diffusa. Non il “tutti fuori e andate a Gorizia” che è stato prospettato.
Per quanto riguarda i posti da allestire nel Cpr, l’amministrazione regionale parla di 80 posti. Al Ministero hanno stabilito che ogni centro dovrà avere una capienza di 80-100 posti. E questo provoca qualche scintilla con i sindacati di polizia a Modena. Il Silp Cgil, prima di tutto, che sostiene che la capienza del locale Cpr deve rimanere quella del vecchio Cie: 60 posti. A condizione di rafforzare l’organico della polizia di 70 unità, anche in previsione di contestazioni frequenti da parte dei gruppi antagonisti.
Ieri tra le notizie nazionali spiccava quella dell’esplosione di un ordigno a Roma. Nessun ferito, ma danni alle vetture delle Poste Italiane. I telegiornali hanno parlato vagamente di “pista anarchica”, i giornali entrano più nel dettaglio. Potrebbe essere un gesto collegato con la gestione dei fenomeni migratori, visto che la compagnia aerea di proprietà delle Poste, la Mistral Air, viene talvolta utilizzata per i voli di rimpatrio. Spesso gli uffici postali presenti sul territorio vengono presi di mira in relazione a questa attività.
Intanto, sul fronte antirazzista, prosegue la preparazione della manifestazione di sabato prossimo a Milano. Lo slogan è #20maggiosenzamuri. Ci sono già state le consuete diatribe interne tra i partecipanti, dovute al fatto che tra i promotori dell’iniziativa c’è l’assessore Pierfrancesco Majorino, che si trova nello stesso Pd che appoggia Minniti e che gli antirazzisti contestano.
Ne consegue che alcuni gruppi non hanno firmato l’appello, ma hanno deciso di partecipare lo stesso all’iniziativa: “Vogliamo occupare quello spazio per evitare che quel palcoscenico sia relegato a chi si riempie la bocca di accoglienza e poi, nei fatti, promuove leggi razziste e rastrellamenti etnici”, scrivono varie sigle, tra cui Melting Pot e LasciateCIEntrare.

Maroni: né via Corelli, né Malpensa

Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, nel corso di un convegno ha riferito che cosa ha detto al Ministro Minniti nell’incontro che hanno avuto l’altro ieri.
Maroni si è detto favorevole alla realizzazione del Cie in Lombardia, anzi, secondo lui 100 posti sono troppo pochi, tenuto conto che sul territorio ci sarebbero almeno 20 mila clandestini. Ma ha escluso sia una riapertura dell’ex Cie di via Corelli, sia una nuova collocazione nei pressi di Malpensa. Secondo quanto riporta AskaNews, bisognerà individuare una ex caserma, o analoga struttura pubblica, nei pressi di un aeroporto militare. Quindi, nessuna decisione definitiva, ma disponibilità, da parte di Maroni, a concordare un luogo dove realizzare la nuova struttura.

Cie: Maroni favorevole, Majorino no (ma anche sì)

Scrive il Mattino di Padova che ieri era previsto un incontro tra il presidente della regione Lombardia Roberto Maroni e il Ministro dell’Interno Minniti.
I due avrebbero parlato del prossimo referendum per l’autonomia, ma anche dei nuovi Cie.
Il quotidiano riporta qualche vaga anticipazione. Maroni ha detto: “Sono d’accordo che si faccia [il centro di permanenza per i Rimpatri]. Ho qualche proposta da far[e al Ministro] e vedremo se sarà condivisa”. Quale proposta? Ancora non si sa.
Il Cie milanese è chiuso da parecchio tempo, i locali sono utilizzati per l’accoglienza dei migranti. Potrebbe essere di nuovo riconvertito?
L’assessore alle politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino, parlando con alcuni contestatori al Forum delle Politiche Sociali, ha detto: “Sono contrario ai Cie, ma se ci sono centri per velocizzare il rimpatrio, su quelli non ho nessun problema”.
Ovviamente non ha convinto i manifestanti, secondo i quali “rimpatrio” e “deportazione” sono sinonimi.
Majorino ha spiegato come la pensa: “Secondo voi se un migrante ha compiuto reati deve rimanere in Italia? Uno di sinistra si batte per la legalità o l’illegalità?”
Comunque, ha ammesso che deve ancora esaminare il decreto Minniti, e nel frattempo ha invitato i presenti ad un incontro sul tema: “Costruire ponti, abbattere muri. Come vincere la sfida dell’integrazione”, che si svolgerà oggi pomeriggio nell’ambito della stessa manifestazione.

Maroni, caschi blu in Africa

Roberto Maroni, commentando a Rainews 24 il decreto del Governo sull’immigrazione, ha detto che non è né rivoluzionario né innovativo. Quello che ci servirebbe, secondo l’ex ministro dell’interno e attuale presidente della Regione Lombardia, è l’invio dei caschi blu a fare peacekiping, e la realizzazione di centri di accoglienza sulle coste dei paesi africani, impedendo le partenze e salvando così vite umane”. Negli stessi centri si potrebbero fare verifiche su chi ha diritto alla protezione internazionale e chi no: “così si risolve il problema il resto sono solo palliativi”.
Due giorni prima, parlando della riapertura di un centro di espulsione in Lombardia, Maroni aveva detto: “un Cie da 100 posti in una regione dove ci sono 22.000 immigrati clandestini mi pare non serva a nulla, senza altre misure”. Anche in quell’occasione aveva parlato di “fare i campi profughi in Libia, per evitare che partano”.
Al momento non è ancora stata stabilita la sede del nuovo Cie lombardo. L’ex centro di via Corelli è utilizzato per l’accoglienza dei profughi, e non può essere riconvertito senza prima organizzare il trasferimento di parecchie decine di persone.
L’idea di aprire un centro di espulsione in ogni regione risale a quando Maroni era Ministro dell’Interno. Già all’epoca era stata ridimensionata: si era parlato di cominciare da quattro regioni soltanto. Ma anche questo obiettivo era stato accantonato, a causa anche dell’opposizione di popolazioni e amministrazioni locali. Anche chi voleva il Cie, non lo voleva vicino casa propria.
Per quanto riguarda il nord Africa, il governo ha da poco firmato un accordo con la Libia proprio per bloccare il flusso dei migranti verso l’Italia. Un accordo che alcuni ritengono “scritto sull’acqua”, come scrive Panorama, vista la dubbia “capacità del fragile esecutivo guidato da Fayez al Sarraj di esercitare un’effettiva autorità al di fuori del quartiere portuale di Tripoli e poche altre enclave nel Paese”.
Il settimanale fa anche notare che “diverse ong e movimenti coinvolti nell’assistenza ai migranti mettono in luce come proprio le milizie dovrebbero essere chiamate a sigillare i confini terrestri della Libia ai flussi migratori e occuparsi della sorveglianza dei migranti in attesa di rimpatrio: con quali garanzie per il rispetto dei diritti umani di questi ultimi è facile immaginare”.

Milano, le reazioni

La notizia di Capodanno, ovvero l’apertura prevista di un Centro di Identificazione ed Espulsione in ogni regione italiana, continua a suscitare reazioni nel mondo politico.
A Milano un Cie c’era, ed era bersaglio di parecchie polemiche: era in via Corelli, dove ora è stato allestito un hub per lo smistamento dei profughi in arrivo in Lombardia.
Potrebbe essere di nuovo riconvertito in centro di espulsione? Al Comune sono scettici. Dice l’assessore Pierfrancesco Majorino: “Vedo molto difficile una riapertura del Cie di via Corelli in tempi brevi. A meno che non si trovino subito 500 posti fuori Milano” per ospitare i profughi che al momento si trovano nella struttura.
La Lega è favorevole alla riconversione del centro di via Corelli, e suggerisce anche un’altra sede possibile: la caserma Montello, che già sta ospitando 300 immigrati.
Ovviamente la riconversione presenta qualche difficoltà. Prima di tutto bisognerebbe svuotarla (e dove andranno a finire i 300 stranieri ospitati al momento?), in secondo luogo bisognerebbe fare dei lavori di adeguamento: il Cie è una struttura detentiva, bisogna prevedere sbarre da tutti i lati, letti attaccati al pavimento, pannelli elettrici lontani dalla portata dei reclusi eccetera. Le cronache degli anni passati sono piene di notizie che parlano di evasioni, danneggiamenti, incendi eccetera.
L’ex assessore Riccardo De Corato suggerisce: “Si riutilizzi l’ex Cie così come era stato inizialmente concepito, e non come resort per migranti”.
Il sindaco Sala è favorevole alle espulsioni “quando è chiaro che si tratta di clandestini”, ma per il momento non si sbilancia sulla proposta di riaprire il centro di espulsione. Ne parlerà di persona col Ministro, quando tornerà a Milano.