Palazzo San Gervasio, in gravi condizioni, ancora dentro

Un cittadino senegalese che versa in gravi condizioni di salute è ancora recluso all’interno del Centro di Permanenza di Palazzo San Gervasio, nonostante la richiesta fatta da alcune associazioni di rilasciarlo o almeno di prendersi cura di lui in maniera adeguata. L’uomo, la cui salute è deteriorata a causa di un incidente pregresso, non riceverebbe gli antidolorifici di cui avrebbe bisogno, ma solo tranquillanti o sonniferi. Le sue condizioni starebbero peggiorando in maniera preoccupante, e apparentemente non sarebbe stato ancora sottoposto ad una visita medica. Un articolo che elenca nel dettaglio tutte le iniziative prese dalle associazioni che si stanno occupando del caso è stato pubblicato su Melting Pot ieri, ma era già uscito sul Manifesto il primo marzo, e da allora non sono arrivati aggiornamenti.
La stampa locale non si sta interessando della notizia.
Sempre Melting Pot una decina di giorni fa ha raccontato che l’agenzia europea Frontex starebbe pensando di allargare le sue attività al Senegal, in funzione di contrasto alle migrazioni usando i soliti sistemi: droni, navi, controlli ai posti di confine.
In Senegal è attiva un’associazione comasca che organizza varie iniziative a sostegno delle popolazioni locali: accoglienza e educazione dei bambini, corsi di confezionamento abito per le giovani donne.
Su un sito in lingua inglese è comparso un articolo in cui si parla del problema dell’inquinamento da plastica sull’isola di Goree, meta turistica per via del suo passato di centro di smistamento degli schiavi.
Alcuni anni fa (nel 2011) a Goree era stato approvato una Carta Mondiale dei migranti, in cui i migranti stessi chiedevano di riconoscere il diritto a scegliere il luogo della sua residenza, perché “qualsiasi persona appartiene alla Terra”. Oggi quella carta è pressoché dimenticata.
Su L’Espresso è stata pubblicata un’intervista ad una regista austriaca che ha girato in Senegal un documentario su due giovani donne, una rapper e una wrestler.
Dice l’intervistata che nel Paese “sta crescendo la consapevolezza che l’Europa non è un Eldorado. Ma ovviamente c’è ancora un gran numero di giovani, soprattutto maschi, che vogliono emigrare per colpa della cattiva situazione economica, dell’alto tasso di disoccupazione”. Per chi migra però “i sogni finiscono quasi sempre infranti”.
Un trailer del documentario si può vedere sul sito dell’African Film Festival di New York. Nessuna voce fuori campo, lunghe inquadrature vuote, le parole delle protagoniste in lingua originale, con sottotitoli tradotti in inglese.

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