Palazzo San Gervasio, trattenuto in gravi condizioni di salute

Un cittadino senegalese fermato dalle forze dell’ordine nel corso di un’operazione di sgombero di un insediamento informale nella periferia di Roma è stato trattenuto nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio.
In conseguenza di un incidente, l’uomo versa in condizioni di salute precarie: ha varie fratture pregresse e un ematoma cerebrale oggetto di continuo monitoraggio.
Al momento dell’ingresso nel Cpr gli è stato sequestrato il cellulare, per cui non ha potuto nominare un legale di fiducia per l’udienza di convalida. In seguito gli è stato consentito di effettuare una telefonata, ma senza poter usare il suo telefono, su cui c’era la rubrica dei suoi contatti. E’ riuscito a far sapere la sua posizione solo perché ricordava a memoria il numero di telefono della dottoressa che si occupava di lui.
La Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, Medici Senza Frontiere e un’altra associazione hanno scritto un lungo comunicato, che è stato pubblicato integralmente sul sito del Manifesto.
Le associazioni chiedono la liberazione immediata dell’uomo in quanto incompatibile con il trattenimento, e contestano la prassi di limitare delle comunicazioni dei trattenuti, che non è legittimata dal Parlamento. Anzi, c’è una sentenza del tribunale di Milano che dice esplicitamente che bisognerebbe garantire ai reclusi la possibilità di utilizzare il proprio telefono, magari solo in certi orari. Sullo smartphone personale infatti ci sono i numeri dei contatti, il messenger, la mail, che invece mancano nel telefono pubblico che viene messo a disposizione dei migranti.
Il Cpr di Palazzo San Gervasio è uno di quelli che vengono completamente dimenticati dall’opinione pubblica.
A febbraio 2021 si erano conclusi dei lavori nel corso dei quali erano stati sostituiti sanitari, rubinetterie e infissi con elementi antivandalo, erano state rifatte le guaine, adeguati gli impianti ed inseriti nuovi arredi fissi e mobili. Erano stati annunciati nuovi lavori, tra cui per l’edificio mensa e luoghi di culto, ma nessuno sa come sia andata a finire la storia. Non sono circolate foto e filmati, anche perché i giornalisti non possono entrare nei centri per i rimpatri, da molto prima che iniziasse la pandemia.
Ieri la Provincia di Biella ha riportato alcune dichiarazioni attribuite al sindaco della città, strumentalizzabili perché sembrano mettere a confronto i profughi ucraini con quelli africani, in particolare senegalesi.
“Chi ad esempio lasciava il Senegal non scappava dalle guerra: certo purtroppo dovevano affrontare problemi economici, ma è una cosa ben diversa da un conflitto. Questa manodopera a basso prezzo era sfruttata in Italia: io alle persone non ho mai chiuso la porta, a prescindere dal colore della pelle, sono tutte in egual modo degne di rispetto”, è una delle dichiarazioni riportate dal sito.
Secondo l’articolo, l’amministratore vorrebbe mettere le persone nelle condizioni di poter rimanere nei loro Paesi originari, dove possono essere utili. “Poi se vogliono migrare devono essere nelle condizioni di farlo e non essere sfruttati”.
“Quelli che arrivano dall’Ucraina raggiungono il confine, portano in salvo donne e bambini e poi tornano indietro per combattere”, è un’altra delle frasi riportate dal sito, insieme a vari confronti con “quando affrontavamo l’immigrazione senza regole” e con “il sistema che c’era prima”.
Prima? In realtà la guerra in Ucraina non ha improvvisamente risolto tutti i problemi dell’Africa e dell’Asia. Né ha cambiato le leggi in Italia. Né le procedure che si stanno mettendo a punto prevedono di accogliere solo donne e bambini ucraini in fuga. E nemmeno le agevolazioni che spettano agli ucraini sono state estese a chi fugge da altre zone di conflitto.
Ieri il sito Expartibus ha scritto che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato una risoluzione che vieta la consegna di armi alla milizia Houthi nello Yemen. Contemporaneamente l’Europa ha deciso che fornirà armi agli Ucraini.
Si parla di missili Stinger e anticarro.
La Francia sta fornendo armi a Zelensky, pur sostenendo di non essere in guerra contro la Russia.
Anche al Consiglio Affari Esteri della Ue si è parlato di fornire “sostegno letale” agli ucraini.
A votare a favore dell’invio di armi è stato anche l’europarlamentare Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, famoso per il suo impegno a favore dei migranti. “Non potevamo lasciare sola l’Ucraina, che è un Paese democratico che sta vivendo una situazione terribile”, ha detto Bartolo a Fanpage. “Fornire le armi è un deterrente, dobbiamo far capire a Putin il motivo per cui oggi si sta parlando di difesa comune”, dice Bartolo, dopo avere detto che “in guerra ci sono solo sofferrenze, morti, bambini che soffrono. La guerra non ha senso, c’è gente che scappa dalle bombe e si va a nascondere nei sotterranei. Abbiamo visto lo strazio delle famiglie, la paura, bisogna scongiurarla totalmente. Spero che ancora ci siano possibilità di dialogo, che ci sia possibilità di trovare, attraverso negoziati, la fine di questa guerra così brutale”.
Insomma, bisogna armare gli avversari della Russia, allargare l’alleanza militare anti-russa, bloccare tutte le attività commerciali russe, le transizioni finanziarie russe, perfino le squadre di calcio russe, e poi trattare. Su che?
La guerra è scoppiata perché Putin vuole contrastare l’espansione della Nato. Bartolo non dice se accetta la proposta russa di demilitarizzare l’Ucraina da entrambi i lati. Anzi, non dice proprio che c’è questa proposta. Secondo lui: “Nessuno può sapere cos’ha nella testa [Putin]. La sua intenzione è quella di riunire l’impero russo, o almeno questo emerge da ciò che ha detto nelle sue conferenze”.
Chissà se il politico le ha ascoltate per intero o ha sentito solo qualche spezzone qua e là. Comunque, un giornalista, il vicedirettore de La Verità, nel corso di una trasmissione tv ha detto che “quelli a cui stiamo dando le armi sono gli stessi che hanno compiuto il massacro di Odessa nel 2014. Ci sono quelli che andavano nelle regioni del Donbass e non è che ci andavano tanto per il sottile. L’Unione europea ha fatto finta di niente per 8 anni, dagli accordi di Minsk in avanti. Se noi all’improvviso cambiamo atteggiamento perché abbiamo deciso che dobbiamo andarre alla guerra totale poi dobbiamo essere consapevoli che ci saranno conseguenze. La guerra non finirà domani e la popolazionee continuerà ad essere a rischio. E saremo a rischio anche noi, perché l’escalation potrebbe essere pesanttissima. E poi lo scopo qual’è? Deporre Putin e sostituirlo con un fantoccio tipo Eltsin? O addirittura con uno peggiore?”

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