Imperia, accompagnamento al Cpr

Un tunisino che aveva invaso un edificio pubblico abbandonato a Imperia è stato fermato dai carabinieri su segnalazione di un privato cittadino. In seguito, la Questura ne ha disposto l’accompagnamento al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino. La notizia è pubblicata da Imperia Post, con foto di una volante qualsiasi all’ingresso della questura.
Intanto Pressenza ha pubblicato la seconda parte del resoconto della conferenza organizzata dal Tempio Valdese di Torino sui Centri di Permanenza per i Rimpatri.
A quanto pare il nuovo capitolato d’appalto prevede un aumento del numero delle ore del personale all’interno della struttura, e questo è un dato positivo: la presenza del medico viene portata da 5 a 12 ore giornaliere, e aumenta anche la presenza di alcuni altri operatori del centro. Psicologo, assistente sociale e mediatore linguistico sono presenti per 24 ore a settimana, l’informativa legale per 16 ore settimanali.
L’appalto per il nuovo gestore dovrebbe essere aggiudicato a breve, ma l’articolo non specifica quando.
Una rappresentante dell’Asgi ha spiegato che alcune procedure in vigore nel Cpr derivano non da un regolamento, come nel carcere, ma dalla prassi. Questo lascia disorientati i reclusi, anche quelli che provengono dal carcere, che non sono pienamente a conoscenza dei loro diritti.
Alcune informazioni vengono tenute nascoste anche agli avvocati, che quindi non possono difendere adeguatamente i loro assistiti.
Ad esempio i documenti relativi a visite specialistiche avvenute durante il trattenimento, o ricoveri al pronto soccorso, non vengono rilasciati al recluso; l’avvocato può visionarli su richiesta, ma senza poterne fare delle copie.
In alcuni casi i reclusi hanno denunciato pestaggi da parte delle forze dell’ordine. Le segnalazioni hanno attirato l’attenzione del senatore De Falco, che la scorsa primavera ha visitato il Cpr di Milano, ma sui mass media la dinamica dei fatti non è stata approfondita.
Il problema del telefonino non è stato ancora risolto: i reclusi non possono utilizzare lo smartphone di loro proprietà. Quindi i contatti con i familiari sono sporadici e frettolosi, e soprattutto non si può restare in contatto con gli avvocati, con conseguenze sul diritto alla difesa. Spesso i legali vengono informati sui dettagli del caso di cui si stanno occupando soltanto un attimo prima dell’udienza. La quale comunque dura pochi minuti e non permette di approfondire più di tanto.
I contatti con l’esterno sono garantiti solo tramite telefoni fissi, nonostante una sentenza recente abbia stabilito che il cellulare personale sia fondamentale per il recluso, visto che contiene ad esempio la rubrica con i numeri da chiamare e semmai qualche messenger o programma per leggere le e-mail, che permetterebbero contatti più approfonditi rispetto ai pochi minuti di telefonata consentiti al momento.
I telefoni sono stati vietati nel centro per motivi di sicurezza: le autorità sono preoccupate per il fatto che tramite internet si possa organizzare una strategia coordinata finalizzata alle rivolte nei Cpr, senza contare il fatto che i reclusi potrebbero concordare con complici all’esterno il lancio di stupefacenti, accendini, coltelli o altro materiale illegale oltre le mura.
Nel Cpr torinese c’è una sola stanza per i colloqui, con 144 reclusi. Questo significa lunghe attese per l’avvocato che intende parlare col suo assistito, visto che può farlo solo di persona. Una sola stanza, che prima bastava, ora non basta più.
Gli avvocati continuano a segnalare il problema giuridico derivante dal fatto che il giudice di pace, che decide sulla libertà dei migranti che vengono portati al centro, non è un giudice togato e quindi non dovrebbe avere nessun potere in materia.
Alla conferenza ha partecipato anche Amnesty International, associazione pungolata qualche tempo fa proprio da Pressenza per il fatto di non organizzare campagne su questo tema.
Il rappresentante dell’associazione ha detto che “il Cpr è l’inferno del diritto alla migrazione”, e che “il ruolo di Amnesty deve essere un ruolo di denuncia e di affiancamento alle persone che operano [nell’ambito della detenzione amministrativa] tutti i giorni”.
Sono stati citati i decreti Salvini e Minniti-Orlando. Orlando è attualmente ministro del Lavoro e delle politiche sociali, ma il decreto emanato quando era ministro della Giustizia toglie ai migranti la possibilità di appellarsi nelle cause di protezione internazionale.
In alcuni casi persone con fragilità psichiche sono state rilasciate dal Cpr a causa dell’impossibilità di effettuare il rimpatrio, e poi abbandonate a sé stesse. Nel caso di un cittadino nigeriano molto problematico, quest’ultimo si è rassegnato a vivere in strada, senza neanche presentarsi alla Commissione Territoriale per presenziare alla discussione sulla sua richiesta di protezione. Diventando così irregolare, o clandestino, come dicono a destra (per Pressenza anche il termine “irregolare” è considerato lesivo della dignità).
Del suo caso si sta occupando a fatica l’associazione Mosaico Refugees.
Nel Cpr torinese alcuni mesi fa si è suicidato uno straniero che era stato fermato in Liguria dopo avere subito un’aggressione da parte di tre italiani. L’episodio ha molto colpito l’opinione pubblica. A Torino i rappresentanti di varie religioni si erano riuniti per celebrare una preghiera funebre davanti al feretro.

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