Famiglia Cristiana: diritti negati per i migranti

Famiglia Cristiana ha pubblicato in home page un articolo molto critico nei confronti del decreto Minniti che è stato appena convertito definitivamente in legge dalla Camera dei Deputati.
“Ieri la Camera ha sancito che non siamo tutti uguali davanti alla legge. Gli italiani sono una cosa, gli stranieri migranti un’altra”, scrive l’autore. Secondo il quale, per i migranti viene negato l’articolo 3 della costituzione, ma anche il 111 (diritto a un giusto processo) e il 24 (diritto di difesa). E l’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti umani (diritto al contraddittorio). “Se questi diritti venissero negati a qualunque cittadino italiano si parlerebbe di ‘giustizia ingiusta’ e ‘giustizia negata’. Invece 240 parlamentari che hanno votato [a favore] del decreto non hanno avuto nulla da ridire (176 i contrari, 12 gli astenuti)”.
L’articolo ricalca la posizione dell’Asgi, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, e riporta dichiarazioni rilasciate dalla Ong Intersos, secondo cui “fino ad oggi oltre la metà dei giudizi di diniego espressi da parte delle prefetture venivano ribaltati in appello. Da oggi questa possibilità viene cancellata. Si tratta di un grave passo indietro, purtroppo in scia con una serie di decisioni … che vanno nella direzione della restrizione dei diritti e dell’esasperazione del tema della sicurezza a scapito delle politiche dell’accoglienza e dell’integrazione”.
Quello che viene presentato come uno “snellimento delle procedure” è in realtà “una riduzione dei diritti, quindi di democrazia”, dice l’articolo.
E sull’istituzione dei Cpr, Centri di Permanenza per il Rimpatrio, Famiglia Cristiana parla di una “camaleontica trasformazione (ma solo nel nome) dei famigerati Cie”.
Alcuni siti di clickbait oggi titolano, semplificando, “Stop ai Cie”, o “Chiudono i Cie”. In realtà i centri di espulsione, che oggi sono quattro su tutto il territorio nazionale, saliranno a 18 nei prossimi mesi, nelle intenzioni di Minniti: uno per ogni regione, escluse Molise e Valle d’Aosta.
Solo due parlamentari del Pd non hanno votato a favore del decreto, a quanto ne sappiamo. Due senatori. Uno è il presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, Luigi Manconi, che ha spiegato il suo punto di vista all’Huffington Post: le misure stabilite da Minniti sono “inutili e inefficaci”, “producono una lesione nel sistema delle garanzie” finendo per “ridurre inevitabilmente i diritti di tutti”.
Repubblicatv ha mandato in onda una video intervista col Ministro della Giustizia Orlando, secondo il quale, visto che il fenomeno dell’immigrazione avrà un impatto crescente nei prossimi anni, non si possono mantenere mantenere i migranti in un limbo, creando una zona grigia “molto pericolosa per la sicurezza prima di tutto di queste persone” (loro stessi). Serve un processo più rapido, in linea con i principi del giusto processo europeo. Il Ministro parla di “rafforzamento delle garanzie di fronte alle commissioni amministrative”. In pratica, è vero che è stato tolto un grado di giudizio, ma l’audizione di fronte alla commissione amministrativa viene considerata dal Governo un grado in più, “anche se di carattere amministrativo e non giurisdizionale”.
Ovviamente il Ministro non sottolinea il fatto che che in caso di processo lui stesso avrebbe diritto all’appello e al contraddittorio, mentre uno straniero no. Se è vero che abolire un grado snellisce le procedure, perché non lo si abolisce per tutti?
Più avanti nell’intervista Orlando spiega che la priorità per il Governo era quella di evitare l’impatto dell’immigrazione su alcune sedi giudiziarie che avrebbe portato a tempi di esame delle richieste d’asilo che “rischiavano di essere assolutamente inaccettabili”.
Anche il reato di clandestinità è accusato di intasare i tribunali. Infatti il Parlamento aveva chiesto di abolirlo. Dai governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi però non c’è stato nessun passo in quella direzione.
Ha scritto il vicepresidente dell’Arci su Huffington Post che l’affermazione del Ministro secondo cui l’audizione di fronte alla Commissione Territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato, nominata dal Ministero dell’Interno, rappresenterebbe un primo grado di giudizio “fa rabbrividire anche un profano in questa materia, considerato che nessuno dei componenti delle commissioni è tenuto ad avere competenze in materia di giustizia, né può essere considerato indipendente, data la nomina ministeriale”.

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