Maroni, caschi blu in Africa

Roberto Maroni, commentando a Rainews 24 il decreto del Governo sull’immigrazione, ha detto che non è né rivoluzionario né innovativo. Quello che ci servirebbe, secondo l’ex ministro dell’interno e attuale presidente della Regione Lombardia, è l’invio dei caschi blu a fare peacekiping, e la realizzazione di centri di accoglienza sulle coste dei paesi africani, impedendo le partenze e salvando così vite umane”. Negli stessi centri si potrebbero fare verifiche su chi ha diritto alla protezione internazionale e chi no: “così si risolve il problema il resto sono solo palliativi”.
Due giorni prima, parlando della riapertura di un centro di espulsione in Lombardia, Maroni aveva detto: “un Cie da 100 posti in una regione dove ci sono 22.000 immigrati clandestini mi pare non serva a nulla, senza altre misure”. Anche in quell’occasione aveva parlato di “fare i campi profughi in Libia, per evitare che partano”.
Al momento non è ancora stata stabilita la sede del nuovo Cie lombardo. L’ex centro di via Corelli è utilizzato per l’accoglienza dei profughi, e non può essere riconvertito senza prima organizzare il trasferimento di parecchie decine di persone.
L’idea di aprire un centro di espulsione in ogni regione risale a quando Maroni era Ministro dell’Interno. Già all’epoca era stata ridimensionata: si era parlato di cominciare da quattro regioni soltanto. Ma anche questo obiettivo era stato accantonato, a causa anche dell’opposizione di popolazioni e amministrazioni locali. Anche chi voleva il Cie, non lo voleva vicino casa propria.
Per quanto riguarda il nord Africa, il governo ha da poco firmato un accordo con la Libia proprio per bloccare il flusso dei migranti verso l’Italia. Un accordo che alcuni ritengono “scritto sull’acqua”, come scrive Panorama, vista la dubbia “capacità del fragile esecutivo guidato da Fayez al Sarraj di esercitare un’effettiva autorità al di fuori del quartiere portuale di Tripoli e poche altre enclave nel Paese”.
Il settimanale fa anche notare che “diverse ong e movimenti coinvolti nell’assistenza ai migranti mettono in luce come proprio le milizie dovrebbero essere chiamate a sigillare i confini terrestri della Libia ai flussi migratori e occuparsi della sorveglianza dei migranti in attesa di rimpatrio: con quali garanzie per il rispetto dei diritti umani di questi ultimi è facile immaginare”.

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