A Trapani va tutto bene

E’ passato quasi un anno da quando l’ex Cie di Trapani è stato riconvertito ad hostpot, ovvero centro di smistamento per i migranti.
Celebra la ricorrenza un articolo entusiasta pubblicato su Tp24: “Festeggia il primo anno di attività con importanti risultati, tali da farne un esempio su scala nazionale”, si legge sul sito. Il centro “ha ricevuto l’apprezzamento dei rappresentanti dell’Oms Europa”. In un seminario di due giorni “sono state portate testimonianze e dati sull’eccellenza di quanto fatto. una vera e propria smentita contro chi ha ventilato problematiche di gestione, anche in termini di ritardi di pagamenti e anomalie contrattuali”.
L’articolo non rivela nessuna ombra, anzi, afferma che è stato “di rilevante importanza l’intervento dell’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, responsabile associazione Diritti di frontiera [Diritti e frontiere], che ha fornito una sintesi dei diritti umani e internazionali sotto l’aspetto normativo e legale e che ha, concretamente, parlato dell’efficienza delle tempistiche dei trasferimenti dall’hotspot di Trapani ai vari centri di accoglienza”.
L’immagine di Vassallo Paleologo che si mette ad elogiare un hotspot è abbastanza inedita: il professore è conosciuto per essere uno dei principali critici del modo in cui è gestita l’immigrazione in Italia.
L’anno scorso, prima che fosse inaugurato l’hotspot di Trapani, il giurista parlava degli hotspot appena istituiti come di “un sistema di chiusura e di privazione della libertà personale: non ha alcuna base legale e riprodurrà la clandestinità”.
“Il trattenimento prolungato in condizioni di totale limitazione della libertà personale nei casi in cui le persone rifiutino di sottoporsi al prelievo delle impronte digitali contrasta con i principi affermati dalla corte europea dei diritti dell’uomo in quanto si tratta di una misura restrittiva, priva, al momento, di una base legale certa nell’ordinamento interno”, diceva. “Gli hotspot sono una scelta fallimentare che genera un sistema otturato in uscita e in cui si violano i diritti fondamentali degli immigrati. Siamo davanti a un sistema di polizia dettato da provvedimenti limitativi della libertà personale, senza libertà di comunicazione esterna né di difesa legale, soprattutto se si procede a rimpatri collettivi o altro”.
Gli hotspot, diceva un anno fa “rischieranno di diventare un vero e proprio tritacarne intasato dal numero di migranti che potrebbe diventare ingestibile”.
L'”efficienza delle tempistiche” di cui si parla nell’ultimo articolo non necessariamente esclude problemi di diritti umani, specie in materia di identificazioni forzate. Ad aprile scorso, Vassallo Paleologo descriveva così quello che era avvenuto: “Mentre si chiudevano tutte le vie legali di ingresso per lavoro, le politiche europee hanno sottoposto a restrizioni sempre più severe anche l’accesso dei richiedenti asilo, continuando a mantenere l’iniquo regolamento Dublino, che ha esasperato il problema della prima identificazione attraverso il prelievo delle impronte digitali”.
A maggio scorso un esponente dei sindacati di polizia, parlando delle politiche di raccolta forzata delle impronte imposta all’Italia dall’Unione Europea, diceva: “L’Europa a nostro giudizio ha commesso un errore fondamentale: quello di approcciare a questo fenomeno [l’immigrazione] ritenendolo un problema di polizia o di turbativa dell’ordine o della sicurezza pubblica. Questa roba non ha nulla a che vedere con la polizia: è un problema sociale, umano, e in quanto tale deve essere affrontato”.
Alcuni migranti hanno raccontato di essere stati chiusi in una stanza senza mangiare e senza bere fino a quando non avessero acconsentito alla raccolta delle impronte.
In un articolo datato giugno si riferiva che l’hotspot di Trapani era entrato in funzione il 2 gennaio di quest’anno “dopo i primi giorni di improvvisazione, effetto del ridottissimo preavviso con cui il Ministero dell’Interno imponeva alla Prefettura la riconversione della struttura”.
Subito c’era stato “un drastico calo dei provvedimenti di respingimento differito notificati dalla questura di Trapani”.
Gli hotspot di Lampedusa e Pozzallo invece “presentavano gravi problemi già denunciati in numerosi interventi delle organizzazioni non governative, anche per la presenza prolungata di minori non accompagnati, in condizione di grave promiscuità con gli adulti, e per la generale inadeguatezza delle strutture”.
A maggio il professor Vassallo Paleologo ha parlato con alcuni migranti appena sbarcati a Trapani, che hanno descritto una situazione “davvero disastrosa” nel paese da cui provenivano, la Libia. “Molti di loro avevano subito violenze spropositate, tagli sul viso e abusi sessuali”.
Sulle trattative in corso tra l’Italia e la Libia aveva detto: “Ritengo che gli accordi con il nuovo esecutivo possano complicare ulteriormente i fenomeni migratori per chi scappa da conflitti o persecuzioni. C’è il forte rischio che si crei un blocco nel Mediterraneo in grado di rispedire indietro i migranti ritenuti economici attraverso una valutazione approssimativa”.
Intanto un articolo pubblicato sul sito dell’associazione Diritti e Frontiere spiega il meccanismo della “relocation” messo a punto dall’Unione Europea: all'”ingiustizia di partenza” in merito ai requisiti d’accesso (possono essere ricollocati solo i migranti di alcune nazionalità) si aggiunge la “completa arbitrarietà” che regola il funzionamento dei trasferimenti: “non è in alcun modo possibile [per i migranti] scegliere il paese in cui essere trasferiti”; “la relocation si basa su un sistema di quote che vengono aperte e chiuse dagli Stati a loro piacimento, in qualsiasi momento”.

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