Nel telefono dell’indagato

Continua a rimbalzare sui siti di informazione la notizia dell’arresto di quattro presunti jihadisti avvenuta alla fine del mese scorso su iniziativa del Ros dei Carabinieri.
Gli arresti sono scattati il 27 ottobre per tre stranieri accusati di essere reclutatori dell’Isis, mentre un quarto, che quel giorno era all’estero, è finito in manette al suo ritorno in Italia il 4 novembre.
Ieri mattina il sito del Giornale ha pubblicato un articolo in cui si elencano le immagini trovate nel cellulare di uno degli arrestati, provenienti direttamente dal Media Center dello Stato Islamico, e il testo del giuramento di fedeltà che l’algerino avrebbe pronunciato ad un altro degli arrestati (o forse una riflessione scritta dai jihadisti a proposito del suddetto giuramento; ma per i giornalisti è lo stesso).
Per uno degli indagati il reato è stato derubricato ad “apologia e istigazione al terrorismo”, perché il suo ruolo era solo quello di diffondere i filmati su internet. Un altro invece sarebbe coinvolto nell’arruolamento dalla Cina di un jihadista che ha raggiunto la Siria attraverso la Turchia.
Scrive l’Agi: “Nel corso delle indagini è emerso infatti un soggetto arabo che dimorava in Cina e che grazie ai contatti con uno degli arrestati, manifestava l’intenzione di unirsi alle milizie islamiche. Questa persona, giunta a destinazione dalla Turchia, è entrata nelle fila del Daesh”.
L’operazione del Ros è state definita Taqiyya, che vuol dire dissimulazione. Gli arrestati infatti non avevano barba o abiti tradizionali, ma atteggiamenti “apparentemente contrari al loro credo religioso”, per evitare la facile individuazione.
L’antiterrorismo segnala che, viste le attuali difficoltà in cui si trova lo stato islamico, agli aspiranti combattenti viene consigliato di non partire. E questo aumenta il rischio che possano diventare “operativi” negli stati in cui si trovano. Per questo l’attenzione degli investigatori è massima, anche se nella conferenza stampa seguita a questi arresti è stato dichiarato: “Non ci sono elementi che ci fanno pensare ad attentati in Italia”.
Scriveva il Secolo d’Italia alcune settimane fa che uno degli arrestati aveva ammesso di avere ricevuto il materiale propagandistico dell’Isis, ma aveva negato di averlo condiviso.
I mass media non specificano se tutte le accuse nei suoi confronti sono state confermate.
In un articolo pubblicato ad ottobre dell’anno scorso sul sito del Fatto Quotidiano si faceva notare che anche un semplice “mi piace” su post che inneggiano alla jihad può essere considerato dalla polizia “uno spunto investigativo suscettibile di sviluppi”. Come pure un retweet.
L’articolo spiega che un semplice “mi piace” non significa necessariamente adesione. Ma può dare il via ad una serie di verifiche sull’intestatario dell’account, per vedere se è già stato segnalato, e se l’attività di “adesione/consenso” è “frequente/sistematica”.
Il Fatto scrive che nessuno dei tre arrestati a fine ottobre aveva precedenti penali. Né sembra stessero progettando azioni in Italia. “Il loro obiettivo era comunque arruolarsi nell’Isis”. E già questo è un enorme rischio, visto anche il riferimento nel materiale sequestrato alla possibilità di diventare “lupi solitari”, ovvero compiere attentati senza aver ricevuto ordini espliciti.

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