Mineo, sei avvisi di garanzia

Sei avvisi di garanzia sono stati notificati a funzionari e impiegati del Cara di Mineo. Si indaga per falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici e per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell’Unione Europea. Scrive Repubblica: “Al Cara di Mineo, uno dei più grandi centri europei per rifugiati in provincia di Catania per anni ci sarebbe stato un numero gonfiato di presenze di migranti per far lievitare i compensi alle ditte impegnate nei servizi del centro di accoglienza. L’ente gestore del Cara di Mineo avrebbe così corrisposto per quattro anni, dal 2012 al 2015, importi superiori a quelli dovuti per un milione di euro”.
I deputati del Movimento 5 Stelle che fanno parte della Commissione Cie-Cara avrebbero diffuso un comunicato, secondo quanto riporta il Giornale di Sicilia, nel quale hanno detto che “mentre la politica continua a muoversi a tentoni davanti al dramma dei migranti, gli affaristi si gonfiano le tasche e solo la magistratura sembra porre un argine a tutto questo”.
Lo stesso sito riporta dichiarazioni della deputata del M5s Marialucia Lorefice, che ricorda: “noi abbiamo presentato diverse proposte, soluzioni concrete per superare questa continua emergenza. E’ chiaro che non fanno assolutamente piacere le nostre proposte perché taglierebbero sprechi e malaffare. I problemi non si risolvono perché la classe politica non ha intenzione di combattere per davvero la corruzione”.
Secondo lei il fatto che è stata decisa la trasformazione del Cara in un hotspot “significa che gli interessi che denunciamo sono ancora vivi e prosperano. Ma è il momento di dire basta, è una vergogna”.
Un altro scandalo per fatture gonfiate è scoppiato due anni fa a Gradisca d’Isonzo, Gorizia, e ha coinvolto i direttori di Cie e Cara, nonché i vertici della Prefettura. Il procedimento non si è ancora concluso. In quel caso sono finite sotto accusa anche le modalità con le quali veniva acquistata l’acqua minerale (che per arrivare da Pordenone a Gorizia veniva prima ceduta “formalmente” ad una società slovena) e la certificazione dei materassi (che avevano dovuto essere ignifughi, ma secondo l’accusa non lo erano).

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