Bari, vietate foto e riprese

I giornalisti che sono entrati nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Bari grazie alla campagna LasciateCIEntrare non hanno potuto scattare foto o effettuare riprese.
Lo scrive Repubblica, in un articolo firmato Francesca Russi.
L’unica foto che il quotidiano è riuscito a procurarsi, di nascosto, è una scritta su un muro “vogliamo essere liberi”. E’ pure uscita mossa, tanto per rendere l’idea.
L’altroieri l’agenzia Ansa, nel dare la notizia della visita al Cie di Bari, aveva diffuso un’altra foto: quella delle gambe di uno degli stranieri reclusi, martoriate da decine di tagli di lametta che lo straniero si era auto-inferto per protesta contro le condizioni in cui è costretto a vivere.
L’articolo di Repubblica ricorda il caso di Fatì, il tunisino che tempo fa si è cucito le labbra per protesta all’interno di questa struttura, ma non racconta come è andata a finire. E’ stato rimpatriato? Rilasciato? E’ ancora lì? I mass media se ne erano interessati distrattamente per pochi giorni, lasciando poi cadere la notizia nel vuoto.
Secondo l’avvocato Luigi Paccione, dell’associazione Class Action Procedimentale, “il ministero dell’Interno è inadempiente”, perché non ha svolto i lavori che erano stati ordinati dal giudice a gennaio di quest’anno, da svolgersi obbligatoriamente entro tre mesi, pena la chiusura del centro.
Secondo le linee guida dovrebbero esserci 3 metri quadri per ciascuna persona, cioè una stanza di 72 metri quadri in ognuno dei moduli in grado di ospitare 24 persone.
A quanto pare non c’è. C’è una “sala benessere”, ma, dice Paccione, “la parola benessere associata a quella stanza ha il sapore di beffa”.
Alcuni reclusi hanno segnalato che “l’acqua cade dal soffitto”, riporta Repubblica.
L’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione continua a chiedere la chiusura dei Cie, in quanto “violano gravemente la costituzione”.
I due deputati di Sel che hanno visitato il centro hanno poi dichiarato che “uno stato civile non ha paura di far vedere i propri luoghi di detenzione. L’unico pericolo delle immagini è per chi ha la responsabilità di mantenere in condizioni di dignità umana questi luoghi”.
Intanto al Parlamento, dopo avere approvato la riduzione del tempo massimo di permanenza nei Cie da 18 a tre mesi, si sta lavorando all’istituzione di una nuova commissione di inchiesta che dovrà occuparsi anche della riforma del sistema dei centri di espulsione.
Il deputato di Forza Italia Rocco Palese è contrario. Anziché occuparsi di immigrazione, secondo l’onorevole, una commissione di inchiesta dovrebbe indagare “sul complotto che nell’estate-autunno del 2011 portò alle dimissioni del governo Berlusconi”.

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